lunedì 15 marzo 2021

AGGIORNAMENTO CAMPAGNA 1796/97 (2^ parte)

 

In termini pratici, ai primi di giugno di quel 1796, Bonaparte ormai padrone del Milanese, aveva continuato a fare quello che il Direttorio gli avallava oramai con fervente entusiasmo e anche la popolazione di tutta la Francia gli tributava quel plauso che oramai rasentava l’adorazione. Era lui il Generale che più di ogni altro incarnava la Rivoluzione e l’Italia stava mostrandosi una sorta di luogo di elezione delle idee dell’89: nessuno però andava a sottilizzare come otteneva tali risultati, ovvero imponendo sempre nuove tasse e gabelle ai territori degli Stati che proditoriamente invadeva e spogliandoli delle ricchezze artistiche, spaventandone a bella posta i governanti e minacciando con particolare enfasi le ribellioni che qua e là si verificavano, soprattutto nel Milanese dove l’unica fortezza ancora in mano all’Austria era rimasta Mantova. Le aspirazioni a continuare le direttive del piano del Direttorio ovvero di invasione “sur le derriere” della Germania erano oramai decisamente rientrate e così anche quelle di invadere l’Italia Centrale, soprattutto perché oramai bastava semplicemente minacciare i pavidi Stati Italiani per ottenere tutto quello che desiderava, così era successo con il Ducato di Parma , così con la Repubblica di Venezia ed ora anche con il Re di Napoli che un suo contingente di appoggio all’Austria era stato battuto a Borghetto sul Mincio e persino con il Papa e lo Stato Pontificio che si erano piegati alla sua volontà quasi senza neppure vederla una giubba di un soldato francese. Sotto il profilo squisitamente militare, come abbiamo cercato di dettagliare, il generale Bonaparte aveva eseguito un piano preconfezionato a Parigi un anno prima della sua esecuzione, di cui eccettuato il rintuzzato attacco austriaco di Cairo Montenotte, successo dovuto più al suo sottoposto Massena che a lui, non c’erano state successivamente che scontri contro retroguardie, anche qui dove erano emerse doti di comando e azione dei sottoposti, sempre di Massena che sempre più si mostrava meritevole di quell’epiteto di “invincibile” ma anche di Berthier, che era il Capo di Stato Maggiore dell’Armata, degli altri due Augereau e Serurier comandanti in seconda ovvero quello che di li’ a poco sarebbe stato etichettato come “comandante di Corpo d’Armata” e anche una serie di generali a livello di Divisionari : Cervoni, Dallemagne, Ordener. Ma più che altro quello che davvero aveva infuso le ali ai piedi della fortuna del Bonaparte era stata la defezione, per motivi del tutto estranei alla strategia militare, dell’Esercito Piemontese, culminata con l’improvviso armistizio di Cherasco. E’ qui e non sul Ponte di Lodi che può addursi l’inizio di quella particolare considerazione che non fa più riferimento a fatti reali, concreti, ma piuttosto considera gli eventi come una sorta di recita da abbellire, colorare e su diciamolo, anche da inventare di sana pianta, fino pervenire ad una composizione per così dire ineccepibile. Composizione non scevra di alcune suggestioni che in un’epoca di nascente romanticismo quale quel “fin de siecle” in cui ci si trovava nella piana d’Italia, non potevano che polarizzare l’attenzione e accendere gli entusiasmi di larghi strati delle popolazioni, anche di quella stessa Italia le cui porte si erano come magicamente dischiuse a fronte di uno scalcinato esercito comandato da un Generale poco più che un ragazzo: e’ la ragion di stato di un Regno come quello dei Savoia, famoso per il suo opportunismo, per il suo cambiare bandiera, per le sue appunto molteplici “ragion di stato” che era da perlomeno tre anni che tramava per sganciarsi da una alleanza con l’Austria, che doveva provocare il collasso della potenza offensiva del contingente austriaco e quindi indurre ad una strategia peraltro perfettamente eseguita, di ritirata strategica, impegnando nelle battaglie di contenimento sia a Ceva che a Mondovi che a Lodi ed infine anche a Borghetto sul Mincio, solo forze di retroguardia: tutte pieces però che la oramai collaudata macchina propagandista del Direttorio era in grado di trasformare in sfolgoranti vittorie, a beneficio di se’ stesso certamente, del suo potere, della sua oculatezza e anche a grande incremento delle sue finanze stante i cospicui beni che continuamente riceveva dalle provincie occupate, grazie a quel nuovo modo di intendere la guerra da parte del giovane generale. Ma ecco il punto : proprio sicuri che quel Generale di 27 anni sia solo una sorta di bella statuina capace di impersonare la parte che per ora si è convenuto di fargli interpretare? Napoleone Bonaparte non si discostava granchè dal clichet del Generale della Rivoluzione, lo abbiamo visto impegnato nella stesura del piano per la Armata d’Italia, piano che poi per una serie di circostanze di cui ne abbiamo esaminato quella più trainante, ovvero avere sposato l’ingombrantissima amante di uno dei più influenti membri del Direttorio Barras, si era ritrovato ad esserne il realizzatore; non era né migliore, ne’ peggiore di altri suoi coetanei, ma decisamente non godeva del prestigio di Generali un po’ più anziani, magari provenienti dalle strade più disparate come Massena, Augereau, Serurier, Moreau, Kellerman padre, che però sarebbero stati meno manovrabili dal Direttorio: un’altra cosa da prendere nella debita considerazione è che c’era inoltre un impianto teorico alla base della formazione comune di tutti i quadri militari dell’esercito della Rivoluzione, quel“ saggio generale di tattica” attenzione di tattica, non strategia e neppure logistica fatto da un ufficiale trentenne nel 1773, di media nobilta’ il conte di Guibert (1743-1790) Come abbiamo già fatto cenno, in questo libello veniva affrontato un nuovo modo di far la guerra, che da una parte si rifaceva alle antiche compagnie di ventura dei primi secoli del millennio, che facevano la guerra giustappunto vivendo di essa e cioè di razzie, di saccheggi, dall’altra rigettava tutta la concezione di rigorosa organizzazione degli eserciti, che era stata coeva alla formazione dei grandi Regni e Imperi, e che probabilmente aveva avuto la realizzazione più congrua con il grande condottiero Principe Eugenio di Savoia (XVII secolo e inizio del XVIII) e del suo amico Duca di Malborough, ed era ancora rappresentata da Federico il Grande, che pure aveva avuto modo di conoscere il “saggio” di Guibert e ne era rimasto molto colpito. Il punto è che tutto il senso del “saggio” di Guibert era volto a demolire la stessa concezione dell’arte militare così come era stata interpretata negli ultimi due secoli ed in particolare proprio in quella prima parte del secolo XVIII, ovvero troppi soldati, troppi cannoni, carriaggi, salmerie, enormi parchi di artiglierie, e quindi una massa elefantiaca, lentissima, quasi totalmente incapace di manovrare; per Guibert bisognava preferenziare l’agilità di truppe scelte, mobili, agili, svincolate da appendici di ogni genere, ovvero bisognava affidare l’azione alla velocità: “se la massa è il corpo di un esercito…”diceva “…la velocità ne è l’anima” Facendo quindi ritorno al giovane generale Bonaparte impegnato in quel del territorio italiano a scorazzare in lungo e largo alla ricerca di sempre nuovi proventi da estorcere ai vari deboli e pavidi Stati, che ovviamente anche lui aveva la sua copia del “Saggio” di Guibert e trovavava nel suo immediato sottoposto Serurier il suo più documentato ed esperto seguace sempre con sé, possiamo senz’altro affermare che tutta la seconda parte della campagna quella che si diparte dallo scontro di Borghetto sul Mincio fino a Rivolì è totalmente improntata alla teoria della velocità di Guibert. In quella piena estate del luglio 1796 l’esercito francese era composto da coscritti dai 20 ai 25 anni, mentre l’esercito professionista che si apprestava a ridiscendere le Alpi per riconquistare l’italia aveva un organico di 15/20 anni più vecchio. Il primo sembrava una emanzione delle teorie di Guibert : vivace , mobilissimo, del tutto estraneo alla vita di caserma, quasi non conosceva l’esistenza dei magazzini,delle salmerie, ma si muoveva agilmente per il territorio prendendo quel che gli occorreva dove capitava, il netto contrario dell’Esercito che l’Impero Austriaco aveva approntato per riconquistare il terreno perduto, affidandolo ad un Comandante della vecchia scuola, il settantaduenne Feldmaresciallo Dagobert Sigmund Von Wurmster, che si era messo in marcia con un contingente di 50.000 uomini diviso in tre tronconi : sulla destra il generale Quasdanovitch doveva aggirare l’estremità settentrionale del Lago di Garda puntando su Salò e Brescia, il Corpo centrale era al comando dello steso Wurmster e puntava a impadronirsi di tutto il corso sinistro dell’Adige fino a portarsi sulle posizioni di Montebaldo, il terzo agli ordine del Generale Davidovich doveva scendere lungo la destra dell’Adige e sboccare su Verona che per l’intanto era stata occupata da Massena. L’esercito francese era schierato in pianura da Peschiera a Mantova lungo il Mincio fino a Legnago sull’Adige. Tradizionalmente i due eserciti, che numericamente si equivalevano avrebbero manovrato a lungo l’un contro l’altro, ingaggiando sporadici combattimenti, ma anche pragmaticamente questo non conveniva ai francesi e ciò Napoleone, indipendentemente dal suo fervore per le teorie del Guibert, lo avevo capito fin troppo bene: difatti quel vivere di razzie e saccheggi senza né magazzini né carriaggi ne salmerie, lo esponeva ora che il nemico vero era tornato a farsi vedere, ai contraccolpi delle rivolte delle popolazioni che potevano essere pericolosissime, alle spalle di un esercito impegnato in guerra: ed ecco che qui viene fuori quel certo barlume di genialità del personaggio che si era ritrovato al centro di tutto quello sconvolgimento e che in parte, solo in parte, giustificherebbe la fama di eccezionalità che gli si stava cucendo addosso : il 31 luglio difatti tolse l’assedio a Mantova gettando i cannoni nel lag e si slanciò contro il lato destro del contingente austriaco sorprendendolo e battendolo a Lonato per ricacciarlo verso Riva del Garda. Un’azione davvero fulminea, che riusciì a bissare sempre verso Lonato volgendosi verso il contingente centrale comandato dallo stesso Wurmster, mentre il gen. Augereau otteneva un ulteriore successo a Castiglione. Diciamo che mai e poi ai la teoria Guibert aveva avuto una conferma così plateale, Napoleone suffragato magnificamente dai suoi Generali in seconda Massena e Augereau era riuscito a sfruttare la mobilità di manovra delle sue truppe, riuscendo a concentrale nel punto più favorevole e sferrare improvvisi e rapidi attacchi che avevano scompigliato i contingenti nemici. E' vero che la valle del Po rappresentava un campo esperimentale ideale per tutta la dottrina Guibertiana, ma bisogna per la prima volta anche ammettere che il Generale comandante dell'armata, stava cominciando a dimostrare i suoi numeri e come fatto cenno, anche in parte mostrare di essere entrato a pieno titolo nella parte che la Fortuna e gli eventi precedenti , più un interessato organo di potere, ne avevano fatto il protagonista. Riorganizzate le sue forze Wurmster provò nuovamente nel settembre a riconquistare la Valle del Po cercando di saldare la sua discesa lungo la valle del Brenta fino al caposaldo della Fortezza di Mantova che restava sempre l’unico punto fermo della presenza austiaca e questo mentre il suo Generale in seconda Davidovich tornava a scendere dalla valle dell’Adige, ma ancora una volta la tattica Guibertiana imperniata sulla velocità ebbe la meglio degli elefantiaci contingenti austriaci cui ogni allungamento delle linee di marcia e di comunicazioni dovevano essere accompagnati da spostamento di depositi, carriaggi e salmerie. Manovrando agilmente tra le le due ali nemiche, Bonaparte operò prima contro Davidovich facendolo riarretrare verso il Tirolo e quindi si era rivolto verso Wurmster sorprendendolo e battendolo a Bassano. Giusto alla metà di settembre quindi anche questo secondo tentativo di riprendere i territori perduti era miseramente fallito e a Wurmster non restava che asserragliarsi a Mantova. Di converso Bonaparte scongiurato il secondo attacco di riconquista austriaca cominciò a modificare il suo comportamento e anche pensiero: se fino ad allora era stato un solerte esecutore delle disposizioni del Direttorio, ora in quei primi di ottobre cominciò a fare un po’ di testa sua, comportandosi come un sovrano in terra di occupazione, difatti non contento di spaventare tutte le popolazioni italiane fino addirittura a comprendere il Papato, denunciò l’armistizio col Duca di Modena deponendolo e ponendo i popoli di Modena e Reggio sotto la protezione dell’esercito francese. Fatto questo cominciò ad accarezzare l’idea di favorire le aspirazioni indipendentistiche che si erano avuti in vari Stati e proclamare una Repubblica federativa composta dai Ducati di Modena di Reggio con l’aggiunta degli Stati di Ferrara e di Bologna, dandole il nome di Cispadana. Si è discusso a lungo tra gli storici se fu proprio Napoleone l’ispiratore della idea di una Italia unita, così come se la Rivoluzione abbia o no inventato le guerre di propaganda per la libertà o piuttosto non abbia invece continuato le guerre di espansione dell’Ancien Regime. Il punto è sempre l’istanza utilitaristica che guidava sia il Direttorio che Bonaparte che vedeva ogni giorno accrescersi la sua influenza e anche il suo potere e ora che era decisamente tramontata la originaria idea di utilizzare l’Italia come corridoio per colpire alle spalle il fronte germanico, ovviamente era alla ricerca di espedienti che gli assicurassero un contesto più favorevole di popolazioni in rivolta, e cosa poteva esservi di meglio che ergersi a paladino della libertà dei popoli, e fomentare le aspirazioni di indipendenza ed anche di una proto unità nazionale dei territori italiani? D’altronde c’è da rilevare come nello spazio di pochi giorni l’intera mentalità di tutta la popolazione italiana, si era staccata dall’Ancien Regime e aveva abbracciato quella della Rivoluzione, portata però dalle baionette dei soldati di un generale di 27 anni, che era riuscito a mettere in riga tutti gli antichi sovrani e persino il Sovrano meno terreno : il Papato. Bonaparte insomma propose al Direttorio di aiutare il partito pro Rivoluzione nell’Italia centrale non certo per favorire le fumose e indistinte aspirazioni di qualche gruppo di exagitati imbevuti di romanticismo , ma solo per ottenere un po’ di tranquillità nei territori conquistati e costruirsi una base di appoggio, specie sul finire di ottobre quando fu oramai assodato che l’Austria preparava un’altra spedizione di riconquista dell’Italia affidandone il comando al generale Joseph Alvinczy von Berberek che il 1 novembre partendo da Gorizia avanzò contro Massena che aveva il suo quartier Generale a Bassano, mentre il Gen Davidovitch scendeva da Bolzano lungo la Valle dell’Adige per attaccare i Francesi a Trento. I due eserciti contavano quindi di riunirsi e marciare su Mantova dove era asserragliato Wurmster : sulle prime le operazioni furono favorevoli agli Imperiali, tanto da indurre Napoleone ad inviare una disperata lettera di aiuto al Direttorio, ma poi per uno di quegli strani casi della sorte, che come abbiamo più volte visto, aveva preso a benvolere il giovane generale, questi radunando tutte le sue forze in un supremo sforzo a “la và o la spacca” attaccò frontalmente Alvinczy; in verità aveva fatto un po’ un ragionamento alla teoria di Guibert, questa volta però di segno contrario : si era difatti reso conto che per marciare lungo la pianura veneta Alvinczy aveva molto allungato le sue vie di comunicazione e soprattutto perso contatto coi suoi depositi e rifornimenti, il che non disponendo di un esercito mobile e agile come quello francese lo poneva senz’altro in condizione di vulnerabilità qualora si fosse individuato un punto, diciamo così di rottura, secondo un concetto di sfinimento strategico e logistico del pesante esercito austriaco. Questo punto gli parve di individuare nel ponte sul fiume Alpone a ridosso del Villaggio di Arcole e qui difatti concentro’ tutti i suoi sforzi, sapendo bene che doveva battere Alvinczy prima che si congiungesse con Davidovitch; addirittura nel fervore dell’azione, preso un tricolore, si slanciò in prima persona nell’attacco, che per poco non finì tragicamente, dato che lui, non avvezzo a queste esternazioni di coraggio, cadde malamente in un fosso a ridosso del Ponte di Arcole e sarebbe stato certamente fatto prigioniero, se non si fosse lanciato in suo aiuto l’aiutante di campo Gen. Berthier. La verità e’ che la battaglia di Arcole, dopo tre giorni di accaniti combattimenti, che vedevano tutti e Bonaparte e i suoi due generali in sottordine Massena e Augereau bloccati sul Ponte, ancora una volta fu decisa da un magistrale intervento di Massena, che riuscì ad ingannare gli austriaci piazzando una sola Brigata delle sue truppe fuori l’abitato di Arcole, nascondendone il resto nella vegetazione e quindi attirandoli fuori la cittadina e sbaragliarli. Visto il successo di tale azione anche Napoleone fece qualcosa di simile, difatti radunato un piccolo contingente della sua Guardia del Corpo, lo spinse a guadare il fiume in un punto nascosto per poi lanciarsi con tanto di squilli di trombe sul retro delle posizioni austriache di Arcole, facendo loro credere di trovarsi attaccati alle spalle da un grande reparto che subito si ritirarono verso nord convinti di un imminente attacco in forze francese. Grazie a questo stratagemma i reparti che bloccavano Augereau sbandarono dando l'occasione al generale francese di riunirsi con Masséna nell'ormai libera Arcole, da dove, assieme ai soldati provenienti da Legnago, dilagarono nelle zone circostanti. Alvinczy, di fronte a quella che gli sembrò una grave minaccia alle sue retrovie, ordinò la ritirata su Vicenza. Con un prezzo di 4500 perdite in tre giorni di furiosi combattimenti, Napoleone aveva definitivamente stroncato il tentativo di Alvinczy di riunirsi con Davidovich e liberare l’Italia centrale. Con 7.000 uomini in meno, morti, feriti o presi prigionieri ad Arcole, Alvinczy riuscì a malapena a ritornare a Trento abbandonando del tutto il progetto di liberare Mantova Arcole però non era stata una vittoria definitiva e anzi aveva accentuato quel senso di incompiuto,di provvisorio, che sembrava come pascersi del fondo limaccioso della valle del Po; a parte l’episodio della goffaggine del Generale in capo che era stato salvato per un capello dal suo tentativo di spronare con tanto di tricolore alla mano, i soldati per rompere gli indugi di una resistenza nemica sempre solida, la verità è che anche questa battaglia non aveva lasciato né vincitori, né vinti, ma solo una situazione incancrenita dall’agonia della fortezza di Mantova, ma anche da una serie di rivolte, pronunciamenti di questo o quello statarello, costringendo Napoleone a recarsi di presidio a Bergamo, a Brescia, a Tortona. Riprendeva piede il tentativo di trascinare tali riottosi popoli nella costituzione di repubbliche che avessero una continuità di ideali e di intenti con la grande madre della Rivoluzione: una questione di opportunità per togliersi dall’impasse di una situazione sempre più aleatoria , tant’è che il Direttorio era addivenuto alla risoluzione di inviare un altro di quei numerosi Generali che avevano fatto parte del comitato per il Piano del ’95, il più attempato coi suoi 31 anni, il Generale Clarke, per concordare una pace con l’Austria.Ovviamente Bonaparte non vide di buon occhio tale operazione, che però non ebbe il coraggio di contrastare apertamente. Noi siamo abituati a ritenere che la prima Campagna d’Italia di Napoleone sia stata un susseguirsi di fulgide vittorie, una sorta di progressione verso la gloria, dove il fattore tempo resta ingoiato dall’azione, ma non vi può essere nulla di più errato: come abbiamo visto le battaglie erano state tutte mezze battaglie, scontri con retroguardie, che solo la maggiore velocità delle truppe francesi magistralmente guidate da espertissimi generali come Massena, Augereau e Serurier avevano consentito di assegnare a loro la vittoria. La situazione in quel lunghissimo estenuante periodo di tregua da Arcole a Rivoli, si era quanto mai impantanata senza possibilità di soluzione. In verità furono solo due mesi ma incredibilmente estenuanti, dove ancora una volta nella mente di Napoleone riprese corpo la idea di realizzare l’idea originaria del piano ovvero valicare la Alpi e prendere alle spalle l’Austria, questo anche perché la Cispadana non rappresentava quell’aiuto che avrebbe potuto aspettarsi e le rivolte, piccole rivolte degli stati italiani, sempre più diffuse e insidiose; si era diffatti ribellata parte della Garfagnana, la cittadina di Carrara, ancora una volta Tortona e tutto sembrava tramare tranelli, minacce, insicurezza…. dal Regno di Napoli allo Stato Pontificio, alla Repubblica di Venezia. Inficiando i tentativi di armistizio del Gen.Carke e anche le velleità di attacco di Napoleone attraverso l’esecuzione del grande Piano del ’95, l’Austria all’improvviso rompeva gli indugi e tornava ad attaccare nella prima decade di gennaio del 1797. Lo ripeto, lo studio e la riesamina dei fatti porta a ribaltare completamente l’assunto che era sempre stato Napoleone ad attaccare difatti e’ semmai sempre vero il contrario: fin dalle prime scaramucce dell’aprile e la battaglia un po’ più seria di Cairo Montenotte, l’iniziativa dell’attacco era sempre stata solo dell’Austria e anche questa volta non si doveva assistere ad una eccezione. Il piano sempre affidato al Gen Alvinczi prevedeva un attacco per le gole del Brenta passando poi per le valle dell’Adige, mentre un suo Generale in sottordine Provera aveva il compito di marciare su Mantova passando per Padova e Legnano: Il tranello di Alvinczi era quello che vedendo Mantova minacciata, i Francesi fossero indotti a alleggerire la posizione di Rivoli per bloccare Provera e consentissero a lui di batterli appunto a ridosso del Lago di Garda, ma Bonaparte che proveniva da Bologna si calò subito nell’emergenza e sfruttando la maggiore agilità e mobilità delle sue truppe, concentrò a se tutte le sue forze e tutti i suoi eccezionali Generali tra cui come al solito rifulse Massena, che fu uno degli artefici della Grande Vittoria; in effetti Rivoli fu la prima grande e indiscussa vittoria di tutta la campagna d’Italia, quella che probabilmente consentì a Napoleone non più di recitare una parte, ma di entrarvi in tale parte. La storia sembra finalmente aver trovato il suo eroe indiscusso, poca importanza ha il fatto che probabilmente Massena aveva più meriti di lui (succederà lo stesso tre anni dopo a Marengo con Desaix) ma e’ lui il comandante in capo e la leggenda che vuole nel piccolo Generale il nuovo Alessandro sembra confermata a gran voce. Mai l’esercito francese aveva riportato una vittoria così categorica. Pochi giorni dopo difatti la Fortezza di Mantova veniva espugnata e Bonaparte diventava sul serio padrone di tutta l’alta Italia. Siccome però la situazione era sempre di estrema aleatorietà ecco che cominciava a riaffiorare la strategia originaria del piano del ’95 che il Generale comandante dell’Armata vedeva soprattutto come una sorta di via d’uscita dalla situazione venutasi a creare: padrone del campo si, ma possiamo azzardare, con poche ferriere , e molto molto insicure e pericolose: difatti gli innegabili successi che anche lui aveva cominciato a collezionare lo avevano, per così dire, fatto entrare nella parte del condottiero vittorioso, si da ritenersi l’unico generale in grado di realizzare fino alle estreme conseguenze le disposizioni originarie del piano dei Generali del ’95: in effetti a questo punto, non si trattava più di recitare una parte, parte che altri avevano fissato e sviluppato per lui : si trattava a questo punto di entrare nel modello, come in un esperimento di ristrutturazione in psicologia alla Milton Erickson, alla Bandler e Grinder della Programmazione Neurolinguistica, non più come in un film di cui si vedono le varie sequenze, ma sentendo quello che il protagonista sente, le sensazioni, il profumo dell’aria, il terreno su cui si poggiano gli stivaloni. Possiamo dire che Napoleone Bonaparte con l’entrata nel 1797 e il suo ventottesimo anno di età, soprattutto dopo una battaglia vittoriosa a Rivoli dove lui non era stato da meno dei suoi esperti generali in seconda, era entrato nella parte (in gergo popolare potremmo dire “aveva cominciato a provarci gusto”). Questo non significava che da Rivoli in poi aveva cominciato a fare di testa sua, come una certa storiografia, anzi la pressocchè totale storiografia su di lui ha sempre insistito ad asserire; in sostanza restava sempre ligio alle direttive del Direttorio che subito dopo la battaglia d Rivoli e la conquista di Mantova gli aveva ordinato di fare incetta di tesori e fondi nelle Chiese, nei Monti di Pietà dello Stato Pontificio ed anzi risolvere una volta per tutte la questione con papa Pio VI: poche scarmucce a Bologna ad Imola, l’occupazione di Ancona, portavano il papa a chiedere la pace e a firmare il trattato di Tolentino il 19 febbraio, nel quale il Papato cedeva Avignone, il contado di Venasque, Bologna, Ferrara e tutta la Romagna. Ottenuto quindi quest’altro grande successo che ancora di più faceva entrare nella parte del Conquistatore il giovane Generale, il Direttorio non solo aveva ratificato appieno il Trattato, ma finalmente si era deciso a dare avvio al Grande Piano del ’95, quello di cui l’allora sconosciuto Generale aveva dato la sua modesta collaborazione e che ora in prima persona, anzi da protagonista assoluto, veniva incaricato di mettere in atto. L’istruzione è del 3 febbraio 1797 e oramai si ordinava finalmente al Generale e alla sua Armata di invadere il Friuli e conquistare Trieste in parallelo all’invasione del Tirolo, e quindi procedere appieno con l’esecuzione famoso Piano, ovvero invadere gli Stati d’Austria e effettuare il congiungimento con le truppe francesi in Germania: l’ Armata del Reno, comandata da Moreau e quella della Sambra e Mosa da Hoche, per effettuare quindi congiuntamente una pressione a distanza su Vienna e costringerla alla pace. Palesemente come per incanto in tutta Italia settentrionale e centrale, il partito che puntava sulla presenza dei Francesi per rovesciare l’Ancien Regime e proclamare libere Repubbliche somiglianza di quella francese, cresceva a dismisura “La Rivoluzione ha conquistato tutti i cervelli d’Italia” scriverà Bonaparte al Direttorio, ma intanto non è che la faccenda lo rassicurasse granchè, anzi…a questo punto era molto più concentrato sulla prospettiva di lasciarla quell’Italia nella quale si sentiva sempre più impantanato e dedicarsi anima e corpo alla realizzazione integrale del Piano per il quale si sentiva oramai pienamente pronto. Numerose missive di Bonaparte, dei primi giorni di marzo ai suoi generali, Joubert, Augereau, Clarke,soprattutto Massena, denotavano questo pensiero fisso : varcare le Alpi e portare l’Armata dalla Valle del Po alla Valle della Drava, ed ora che il Direttorio aveva dato il suo benestare al piano, l’unica preoccupazione era quella che Moreau e Hoche si muovessero e varcassero il Reno per consentire il congiungimento delle Armate e quindi non lo lasciassero isolato. Cade così un altro pilastro della leggenda di Napoleone che lo vuole indefesso assertore del suo genio militare, unico e solo artefice di un piano arditissimo di penetrazione in territorio germanico senza chiedere consigli o collaborazione ai suoi sottoposti, proprio le missive a Joubert a Massena i frenetici colloqui con Clarke sono lì a dimostrare il netto contrario. Vediamo difatti un comandante in capo titubante quasi implorante che i generali sottoposti assolvano al loro compito e c’è sempre quel chiodo fisso del superamentodel Reno da parte degli altri due comandanti d’Armata Moreau e Hoche. “conto di essere per il 20 marzo sulla Pontrebbana per la strada che porta da Udine a Klagenfurt, ma voi dovete spingervi fino a Pontebba e se possibile anche a Tarvisio “ scrive a Massena, mentre da Joubert pretende che occupi Bolzano e Bressanone “solo allora potremo procedere e riunire tutta l’Armata nella Valle della Drava il che obbligherà il nemico a ritirarsi per coprire la strada per Vienna” Piu’ che un vero piano si tratta di una serie di ipotesi su cio’ che l’Armata d’Italia avrebbe potuto fare, sempre nella eventualità che le Armate del Reno e della Mosella “potevano spingersi un po’ più in avanti” Insomma a me non pare il portamento e neppure la olimpica sicurezza di un Generale vincitore alla Alessandro, alla Scipione, alla Mario , alla Cesare, ma piuttosto di una persona molto insicura che si raccorda coi suoi sottoposti con continue missive in cui molto fumosamente da’ delle disposizioni molto di massima , io ci vedo chessò più un Baratieri che in Africa nel marzo del 1896 prima di attaccare battaglia con l’Esercito abissino convoca tutti i suoi comandanti di Brigata per avere conferme sulla correttezza del suo piano, o magari il duo Diaz /Badoglio che nel 1918 aspetta un ordine scritto prima di procedere alla offensiva che deciderà della Grande Guerra, ordine tra l’altro non di una figura militare bensì civile come il Presidente del Consiglio Vittorio Emanuele Orlando che vergò quel suo non lusinghiero telegramma (non lusinghiero ovviamente per i 2 Generali ) “tra l’inazione e la sconfitta preferisco la sconfitta. MUOVETEVI!” Per difendersi dal piano di invasione, l’Austria aveva spostato in Italia il suo più valente stratega l’arciduca Carlo reduce di importanti vittorie su Moreau, che subito si era posto sulla riva sinistra del Tagliamento per impedire ai francesi di dirigersi verso Tarvisio. La battaglia venne ingaggiata il 16 marzo, ma l’arciduca non vi si profuse più di tanto, per effettuare anche lui come d’altronde tutti i generali che l’avevano preceduto, una ineccepibile ritirata strategica, laddove divise il suo esercito una parte a difesa ravvicinata di Tarvisio, mentre quella da lui diretta si ritirò verso Gradisca e Gorizia, inseguito da Bonaparte in persona, mentre Massena avanzava da Osoppo verso le gole di Pontebba. Puntualmente il giorno seguente il 17 marzo Bonaparte scriveva al Direttorio per rendere edotto il potere costituito dei suoi effimeri successi e sollecitare il suo oramai ossessivo chiodo fisso che le Armate in Germania si muovessero “ordinate, vi prego, il passaggio del Reno” implora “poiché è impossibile che io con 50.000 uomini possa far fronte a tutto. L’Armata d’Italia ha cominciato , ma è necessario che le Armate del Reno passi questo fiume senza perdere un giorno” Il 21 marzo veniva occupata Gorizia praticamente senza battaglie, il giorno seguente Massena occupava Pontebba; la situazione sembrava esaltante, ma non è così anzi, Bonaparte non è affatto tranquillo e teme più di ogni cosa l’isolamento, trovarsi nel bel mezzo di territori sconosciuti alla mercè di una controffensiva austriaca, condotta da un generale che conosce per la sua valenzia; Ad accentuare tale paura c’era stata la notizia che Brescia e Bergamo erano insorte, due città irrilevanti ai fini della guerra, tant’è che lo stesso giorno l’esercito francese era entrato a Trieste, ciò nonostante Bonaparte continua a tempestare di lettere il Direttorio, il 24 e 25 marzo, scrivendo anche personalmente a Carnot “è stato passato il Reno? ” chiede a quest’ultimo ribadendo questa sua enorme preoccupazione, una sorta oramai di leit motive che chiedeva a chicchessia perché le due Armate in Germania non attraversavano il Reno, sì da poter cominciare ad operare la congiunzione con la sua Armata, e quindi lui possa definitivamente abbandonare l’insidioso campo di battaglia italiano. Sono conservate diverse missive di Napoleone Bonaparte relative a questi giorni di metà e seconda metà di marzo, tutte riportate a nota del libro di Guglielmo Ferrero e al quale si rimanda, e ai soggetti più disparati: membri del Direttorio come abbiamo visto, Generali in sottordine, Massena in primis , ma anche Joubert, Bernadotte, Delmas, Baraguay d’ Hilliers, Chabot, ai quali dava febbrili disposizioni, di occupare questa o quella città, di farsi trovare pronto ad un ricongiungimento con l’Armata, sempre con il fine di abbandonare al più presto la Valle del Po e raggiungere la Valle della Drava con obiettivo Klagenfurth e quindi minacciare a meno di 15 stazioni di posta Vienna si da terrorizzare l’Imperatore. Rimane però quella ossessione alle due armate di Germania che si muovano all’unisono con lui “altrimenti” sottolinea “tutto il mio movimento sarà smascherato e l’Arciduca Carlo lascerà il Reno per piombare contro di me” Oramai è chiaro che non si occupa più di quello che lascia alle spalle, cioè l’infidissimo teatro di battaglia italiano, oramai guarda solo avanti alla realizzazione del famoso Piano del ’95, anche se è consapevole che Vienna potra’ essere solo minacciata, ma non certo attaccata direttamente, però come in una mossa da bluffeur di giocatore di Poker ritiene che Klagenfurth potra’ essere sufficiente per indurre l’Austria ad avviare trattative di pace. Spinge i suoi generali ad occupare Klagenfurth (manco a dirlo al solito Massena) il 29 marzo e il 30 lo raggiunge, ma a questo punto “Colpo di scena” : il 31 marzo scrive una lettera all’Arciduca Carlo pregandolo di intercedere presso l’Imperatore per avviare trattative di pace . E’ un giocatore di poker, ma non ha retto alla tensione del bluff e cosa degna di nota, per la prima volta non ha seguito le disposizioni del Direttorio; non quindi il troppo ardire, la piena certezza delle sue capacità, una volontà superiore, hanno deciso la disubbidienza, bensi’ il dubbio, l’indecisione e diciamolo francamente, la paura : paura di andare incontro all’isolamento ed anche al disastro, riportare una sconfitta decisiva, non del tipo delle scaramucce (con la parziale eccezione di Rivoli) che fino ad allora lo avevano visto vittorioso. C’è anche da rilevare come la teoria di Guibert che fino a quel momento lo aveva sempre favorito, a questo punto della situazione rivela i suoi limiti : se Napoleone fosse stato un Generale dell’Ancien Regime, un Federico II, anche un Princeps Eugen, non avrebbe mai pensato che una mossa di puro bluff, ovvero una azione fondata solo sulla audacia, sulla rapidità e sulla sorpresa avrebbe potuto decidere, non di una singola battaglia, ma di una intera guerra dove erano in giochi interessi enormi. Avrebbe certamente commisurato che con battaglie vittoriose si può pervenire tregue al massimo armistizi di compromesso, ma mai e poi mai ad una pace duratura. Bonaparte in quanto generale della Rivoluzione, imbevuto di teorie Guibertiane e con al suo attivo più di una dimostrazione della loro validità, credeva di aver trovato una formula magica per vincere la guerra, insomma stava cominciando a scambiare la realtà per quello che proclamavano i suoi bollettini e per di più con l’avallo, anzi l’enfatizzazione, di di un potere che per la modalità di come era assurto alla guida del Paese, per la provvisorietà del suo mantenimento, era, diciamo così, costretto a far leva proprio su quelle peculiarità che si rifacevano all’immaginazione, a quello spirito di avventura, che costituisce non a caso il titolo del libro cui ci stiamo ispirando, di cui lui modesto genera luccio si era trovato a recitarne la parte, spacciato per un novello Alessandro o un novello Cesare, in una sorta di recita teatrale che non aveva mancato di infatuare le masse. Insomma il “facciamo finta che….” aveva funzionato fino allora, ma ora nel momento di scoprire le carte ecco che all’improvviso il primo a venire meno era stato proprio lui, l’attore principale. No, non c’è niente di reale se ci atteniamo al Mito del Generale invincibile e arditissimo, così come era stato confezionato in quell’ultimo anno,o meglio forse all’improvviso la situazione si fa troppo reale, e il giovane generale si rivela per quello che è, un passabile tattico ma un modesto stratega, asceso senza merito e soprattutto senza la necessaria competenza, al comando di una grande Armata. Tant’è che il giorno seguente alla richiesta di trattative all’’Arciduca Carlo, la sua preoccupazione maggiore e’ di scrivere al Direttorio per spiegare le ragioni del suo gesto. Come abbiamo detto fino ad allora Bonaparte era stato un solerte esecutore delle disposizioni del Direttorio e solo a questo doveva la sua inusitata e gonfiatissima fama, quindi ovvio e naturale che ora cercasse di, come si dice in gergo , “metterci una pezza” Il 1 aprile difatti spedisce la lettera che tutto ha tranne che il tono del generale determinato e sicuro di se' “voi troverete qui acclusa la lettera che per mezzo del mio aiutante di campo ho mandato al principe Carlo. Se riceverò risposta negativa farò stampare la mia lettera e la sua, se invece la risposta fosse favorevole e la corte di Vienna volesse pensare alla pace, assumerò la responsabilità di firmare una convenzione segreta che potrebbe essere un preliminare di trattato di pace…voi intuite certo che le condizioni che firmerò io sarebbero assai più vantaggiose di quelle che a suo tempo voi deste al generale Clarke” Ecco torna lo spirito del giocatore di Poker, ma non più al buio, bensì con qualche assicurazione che altri cooperino al suo bluff, torna uno sprazzo di Guibertismo, ma protetto dalla posta in gioco che chiede, anzi impone che ci sia una sorta di copertura.

domenica 7 marzo 2021

AGGIORNAMENTO DI "RECITARE UNA PARTE"

Questo è un saggetto che mi è stata solleticato dal ritrovamento di un vecchio libro di uno storico italiano Gugliemo Ferrero, non troppo conosciuto in quanto essendo antifascista e esule in vari Paesi, non è stato in Italia oggetto di capillare diffusione e attenzione; diciamo “peccato” perché siamo in presenza di uno storico vero e molto originale, oggetto di grandi riscontri, ma giustappunto non in territorio nazionale, ma nei numerosi Paesi in cui è stato esule     Il libro in questione è del 1936 pubblicato in Svizzera, si chiamava "Avventura" e tratta del prepotente ingresso nella storia, del giovane generale Napoleone Bonaparte con la campagna d’Italia del 1796/97, dove è avanzata la tesi che tale folgorante ascesa non sia stata affatto dovuta a quel genio militare universalmente attribuito al personaggio e neppure a quella sorta di “hoc erat in votis”che trascende i dettami della storia, ma a tutta una serie di circostanze tra il fortuito e il fortunoso, ma anche un tantino al programmato, che fa si di individuare un contesto preordinato e ben incanalato nei dettami di una precisa strategia sociale. Le verità storiche come quelle scientifiche sono sempre relative e la campagna d’Italia del 1796/97 è stata universalmente considerata dagli storici come innesto della più straordinaria avventura del personaggio che l’aveva condotta, quel personaggio che 10 anni dopo, all’indomani della battaglia di Jena, farà scomodare un filosofo come Hegel sceso in strada per veder passare sul suo immacolato cavallo bianco “lo spirito della storia. E’ da più di due secoli appunto che si racconta che la Campagna d’Italia fu il parto del solo cervello geniale di Bonaparte, e che solo lui avrebbe potuto avviare un simile sconvolgimento, ma analizzando spassionatamente i fatti l’autore perviene alla constatazione che non è affatto così: in effetti, specie nella prima parte della campagna non si ravvede alcuna variazione rispetto al piano studiato dal Direttorio per i compiti dell’Armata. Va notato difatti, che all’incirca dalla meta’ dell’anno precedente all’assunzione del comando dell’armata di Bonaparte , il Direttorio in collaborazione con il Comitato Topografico Militare e una serie di giovani Generali, di cui faceva parte il ventiseienne Generale di Divisione Napoleone Bonaparte, aveva elaborato un piano d’azione sia tattico che strategico per la non troppo considerata Armata d’Italia. Sotto il profilo tattico il primo obiettivo doveva essere la città e fortezza di Ceva che doveva essere attaccata da due lati delle forze d’Armata , la prima lungo il Tanaro, la seconda da Savona, per poi proseguire nella direttiva di separare le forze austriache da quelle piemontesi e procedere verso la Lombardia . Le linee strategiche per l’Armata del Piano del Direttorio, però non riposavano in Italia, ma prevedevano l’invasione della Germania attraverso l’Italia, e Napoleone come si e’ detto, faceva parte del gruppo di Generali che aveva ideato tale piano in un periodo in cui non aveva ancora alcuna idea che sarebbe stato proprio lui quello che sarebbe stato incaricato di dargli fattualità. Questo punto è di capitale importanza nel ragionamento che stiamo seguendo : dove è che finisce la la storia e dove è che comincia il mito???? perché in effetti siamo in presenza della nascita di un Mito, anzi a tutti gli effetti il più inossidabile mito dell’era moderna, un’era nata appunto come Rivoluzione delle macchine che aveva avuto in precedenza qualche prodromo di personalizzazione ( Federico II di Prussia, qualche musicista, tipo Mozart, Beethoven o filosofo d’eccezione tipo Kant, un artista di spicco) , ma che troverà in questo piccolo insignificante uomo, che in altri periodi, se non avesse incappato in una serie di sconvolgimenti sociali del calibro della Rivoluzione Francese, sarebbe rimasto un oscuro ufficialetto gratificato al massimo del grado di Maggiore. E’ notorio come praticamente tutti, anche coloro che non lo avevano particolarmente amato (il manzoniano “vergin di servo encomio e di codardo oltraggio”) finissero per esaltarlo, appuntandosi anche su particolari non troppo dissimili dal conformarsi delle nuvole ad una apparente madonna in cielo, per uno stuolo di fanatici e suggestionabilissimi religiosi : nel 1840 quando in una giornata invernale nuvolosa e uggiosa fu traslata la salma dell’Imperatore da sant’Elena per essere tumulata nella Chiesa des Invalides, ecco che all’improvviso uno splendente sole sbucò dalle nubi per illuminare il feretro e le ali di folla che l’accompagnavano lungo les Champs Elysees, e simultaneamente si levò dalle folla un grido che squarciò il silenzio …“LE SOLEIL D’AUSTERLIZ !!!!!” e come d’incanto ritornare la magia dell’Impero, dei bollettini delle battaglie, i gagliardetti, le insegne, le fiammanti uniformi della Vecchia Guardia.  Per spiegare tutto questo, cogliendolo proprio dal suo inizio, l’autore del libro “Avventura” Ferrero, parla appunto di un non meglio precisato “spirito di avventura” una sorta di smania che fa da correlato nel genere umano specie da quando il suo baricentro si è spostato dall’interno di se’ stesso ad un qualcosa di esterno: la macchina ! il prodotto della cosidetta rivoluzione industriale : e’ un smania che sostituisce la ripetitività , la routine, cui lo spostamento di indice referenziale appunto dall’interno all’esterno di se’, in una protesi di tutte le sue capacità, della sua stessa essenza spinge l’umanità, da una parte con impazienza, ma dall’altra con riluttanza, a uscire dal momento presente, per andare a cercare qualcos’altro in un altro tempo in un altro spazio, che appartiene non più alla realtà, ma all’immaginazione; non è un tempo presente, ma non è neppure un tempo passato, ne’ tanto meno un tempo futuro in una semplice modalità desiderante: è un altro tempo, non semplice, ma composto e molto più complesso, un tempo che può trovare applicazione in un mondo matematico di perlomeno cent’anni antecedente alla Rivoluzione Industriale, che due grandi studiosi avocarono a loro ideazione : il calcolo infinitesimale: ovvero andare a definire quel particolare “punto/momento/emozione” in cui uno stato si trasforma in flusso, un cambiamento che compatibilmente al suo far parte di tutto l’insieme dei numeri complessi, ne comporta anche l’impiego del sottoinsieme dei numeri immaginari, ovvero proiezioni di numeri negativi. Lo spazio/tempo e flusso ecco che diviene quel “sarà stato “ ovvero una modalità trascorsa e nel contempo “ri-assunta”, per dar luogo ad un avvenire, che farà leva sugli immaginari, tutti gli immaginari possibili, dove la realtà si piega alla fantasia e anche alla manipolazione, abbisognando non solo del calcolo infinitesimale e di tutto l’insieme dei numeri complessi, ma altresi’ della capacità di persuasione della nuova grande arma della Rivoluzione Industriale : la stampa, i mezzi di informazione, tutto quello che più tardi verrà denominato “Mass media” La tesi del libro di Ferrero che assume un che di inquietante nella correlazione con quanto sta accadendo oggi, non nomina il calcolo infinitesimale, né le derivate complesse che impiegano anche numeri immaginari, ovvero proiezioni di negativi -1, -2, -3, -n, con i quali si intende quella mancanza, debito, carenza , etc, che proprio grazie alla proiezione assolve ad una funzione di compensazione più che verosimile, così come non nomina la fondamentale differenza tra Liebniz e Newton proprio su tale calcolo infinitesimale, laddove per il primo i fenomeni e la stessa essenza umana erano ascrivibili ad una una sorta di “forza viva” (vis viva ) che ha più a che fare con la reazione e in qualche modo il tentativo di padroneggiare il cambiamento epocale dell’introduzione della macchina, da parte dell’uomo e ingenererà quella reazione alla massificazione rappresentata dall’Illuminismo, mentre il secondo, che era più fisico e meno filosofo, tendeva a stabilire relazioni di grandezza e velocità tra uno o più punti, che lui chiamava flussioni, e dal cui calcolo, di tali “flussioni” che poi vennero chiamate “derivate” si può prendere l’antefatto della piena riuscita di quel cambiamento di soggetto referenziale di essenza del mondo, che la Rivoluzione Industriale realizzerà tra uomo e macchina. Si tratta a ben vedere per entrambi di maneggiare un infinito potenziale, ma per ognuno dei due ecco che si prestava a individuare un potenziale infinito interno o un potenziale infinito esterno, ognuno con una sua particolare inclinazione e che in correlazione coi grossi cambiamenti che la Rivoluzione Industriale stava ingenerando, produrrà immediatamente degli effetti di significazione : da una parte quella di Leibniz, che è come si è fatto cenno, può ascrivervi tutto il movimento filosofico dell’Illuminismo (il secolo dei lumi) dall’altra quella di Newton che rappresenta invece quel meccanicismo che riuscirà compiutamente a trasferire l’indice di riferimento generale di essere al mondo dall’uomo alla macchina, ovvero dall’interno di sé, all’esterno di se’. Ora come è noto, la storia scientifica ha deciso a favore del secondo , superando con relativa facilità la stimolante idea dell’Illuminismo, eppure intorno all'inizio del XX secolo cioè piu' di trecento anni dopo, la teoria della relatività di Einstein afferma che in ogni oggetto materiale c'è una energia intrinseca che dipende dalla sua massa e dal quadrato della velocita' della luce, la celeberrima formula E = mc2…. sembrerebbe quindi che Leibniz abbia intuito e prefigurato la teoria della relatività, con la sua "vis viva" alla quale aveva dato un indice mv2, ovvero massa per il quadrato della velocità identificandola appunto come energia vitale comune a tutti i corpi materiali e spirituali ; e non è solo Einstein che Liebniz con questa sua intuizione di forza univoca di spirito e materia, appunto questa vis viva, ha anticipato, ma tutte le formulazione della Fisica Quantistica, da Maxwell a Bohr a Heisenberg , Scrhodinger , Bell, Dirac , Feynman etc. introducendo quindi nella fisica teoretica un qualcosa che mai e poi mai sarebbe stato concepibile con Newton, ovvero che la psiche umana, non solo la coscienza ma anche un inconscio, si proprio quello scoperto per indizi di significazione da Freud, abbiano una parte fondamentale nella comprensione delle problematiche relative all'osservazione dei fenomeni quantistici stabilendo una interazione tra chi osserva e ciò che viene osservato. Qual è la tesi del presente scritto, dedotta dal saggio citato ? Che gli storici, o meglio i cronachisti francesi di quel biennio 1796/97 abbiano di proposito utilizzato il calcolo infinitesimale di Leibniz, con tanto di derivate costituite da numeri immaginari (nel senso di proiezioni di numeri negativi ) integrando quella liebniziana “Vis viva” con il generico “spirito di avventura” che l’autore del saggio poneva a generico e irrazionale motore del movimento e cambiamento dei concreti eventi e fatti reali. Quasi casualmente o perlomeno sul concorso di varie circostanze fortuite, questo tipo di calcolo tra il reale e l’immaginario, si sarebbe andato appuntando su di un singolo personaggio, neppure troppo dissimile da altri: un giovane generale, quando la giovane età era più una norma che un’eccezione tra i quadri militari venuti a formarsi con la rivoluzione, con al suo attivo un’efficace operazione di polizia(la repressione di una insurrezione realista alla Chiesa di san Rocco), e la fama di essere abbastanza esperto di movimenti di artiglieria (4 anni prima nella presa di Tolone e del forte dell’Eguilette), ma sopratutto la riconoscenza di uno dei più influenti membri del Direttorio Paul Barras del quale sposandone la ingombrante amante Josephine De Beauharnais gli aveva tolto una enorme preoccupazione e ne aveva avuto, da questi proprio il giorno del matrimonio 2 marzo 1796, un eccezionale regalo di nozze: il comando dell’Armee’ d’Italie. Ora francamente non ce li vedo i compilatori delle cronache nelle vesti di “piccoli Leibniz”, ma il punto è che determinate scoperte finiscono per entrare nelle menti delle persone, così del tutto impercettibilmente, e anche i più astrusi ragionamenti matematici finiscono per entrare a far parte delle sensibilità delle genti; così quella generica sostituzione di paradigma referenziale tra l’uomo e la macchina che aveva già prodotto la reazione intellettuale dell’illuminismo e quella della violenza sanguinaria della rivoluzione francese, andava sempre più abbisognando di una razionalizzazione che chiedeva urgentemente un salto di fantasia, non più per un intero collettivo, ma per un singolo che potesse rappresentare l’esigenza di novità forzando i dettami di una realtà che abbisognava che si conformasse a parametri di eccezionalità, di quasi totale contrasto tra reale e immaginario. Proprio come una macchina, i cui pezzi si possono cambiare, sostituire, riassemblare, anche l’uomo, questo Homo novus non più rappresentante della sua essenza, ma di volta in volta espropriato a favore di una sua continua riproposizione, deve conformarsi alle stesse esigenze ed è parimenti importantissimo, anzi fondamentale che tali peculiarità vengano rese ben evidenti, palesate continuamente, ostentate: nasce dall’immaginario, la pubblicità dell’uomo e della sua azione, del tutto simile a quella di un qualsiasi altro prodotto : l’uomo diventa equiparabile non solo ad una macchina, ma anche ad una merce. Tutto si costruisce, tutto si cambia, tutto si vende e tutto si compra. Napoleone Bonaparte è in tal senso una sorta di prototipo: le sue peculiarità sono da manuale: piuttosto oscuro, venuto dal nulla, poca distinzione, persino un fisico non aitante , di bassa statura, e caratterialità ombrosa, di converso però una fortissima disponibilità al compromesso, ambizione sfrenata, pochi scrupoli, nessuna preoccupazione del futuro, ma tutto orientato al successo immediato, ecco la quintessenza di quel che serve in tempi come quello di post rivoluzione per porre una fine costruita, diremmo oggi virtuale e non reale ad un qualcosa che deve essere ricondotta nei dettami della normale produzione. Nasce la pubblicità e nasce altresì la spettacolarizzazione di un evento che l’uomo deve interpretare come un attore interpreta una parte ed ecco difatti che con la Rivoluzione industriale cominciano a delinearsi oltre questa figura, diciamo così incanalante, anche tutta una serie di altre figure che lo sostengano : scrittori, giornalisti, biografi, estimatori, ma anche oppositori e critici, e vere e proprie entità, tipo i cosidetti mass media. Benvenuti nella nostra era moderna e benvenuti anche in quest’era contemporanea che però con l’esasperazione di alcuni suoi meccanismi ha portato al parossismo il meccanismo del calcolo infinitesimale di Leibniz , dove non possiamo più parlare di “vis viva” ma di totale controllo da parte delle classi dominanti e quindi un reiterato attacco alla Libertà individuale , attacco che avrà di volta in volta le peculiarità di maggiore controllo delle masse attraverso il meccanismo della falsificazione e della mistificazione e vieppiù quello di un continuo stato di paura, cui la stragrande maggioranza delle masse va mantenuta : paura che un tempo poteva essere mantenuta con un impianto di punizione divina, ma che ora abbisogna di un qualcosa di più riscontrabile anche se con i medesimi meccanismi di astrazione e di in definizione : uno stato di salute continuamente compromesso dall’emergere di quel fantasma della malattia e del contagio cui solo l’affidamento ad un qualcuno che si avoca la responsabilità di gestirlo ne potrà assicurare la cura e la guarigione; ne sono manifestazioni : l’eccessivo scollo tra realtà e immaginazione, un consumismo sfrenato con mercimonio dilagante, personaggi sempre più mediocri che cercano di avocarsi le caratteristiche che un tempo erano peculiarità di uno solo o pochissimi, democratizzazione delle derivate immaginarie, tentativi di superamento del confine tra reale e immaginario con fini di asservimento della maggioranza della popolazione ai dettami di pochissimi, come stiamo in questo preciso momento subendo (2020) e i cui tratti ispiratori non riposano nella realtà, ma nella letteratura fantascientifica di tipo apocalittico alla Orwell, alla Huxley,alla Breadbury .  Sul principio del “recitare una parte” è importante realizzare la ricostruzione tutta virtuale di un personaggio fuori le righe, costruito a bella posta con tratti quasi sovraumani, ma opportunamente scelto dalla compagine meno rappresentativa della Società, sicchè ognuno nel suo uniformarsi a questi ne avrà per così dire quasi un ritorno in termini di possibilità : una democratizzazione dell’eccezione , i 5 minuti di celebrità di cui tutti secondo Andy Wharol hanno diritto, in questa nostra era di ipercapitalismo di sfrenato consumismo, dove all’era delle macchine è subentrata l’era delle macchine informatiche e digitali; non più il braccio, le mani, il corpo, la fatica fisica, ma lo stesso pensiero umano, la mente, divengono l’oggetto dell’espropriazione . L’operazione ha una origine, una prima volta e seguiamo lo storico Guglielmo Ferrero che ci fa appropinquare a quel marzo 1796 in cui il Generale Napoleone Bonaparte, con quel po’ po’ di regalo di nozze del comando dell’Armata di Italia, giunge alla tenda del comando a Nizza , ricevuto dai tre generali che fino a quel momento si erano divisi il comando delle operazioni , tre generali di molta più esperienza della sua : il savoiardo Andrè Massena 43 anni ex sottufficiale dell’esercito savoiardo , alto aitante, volitivo, salito velocemente di ruolo e di grado con la rivoluzione e all’attivo parecchi fatti d’arme che lo gratificavano già allora dell’epiteto di “Invincible”, il Gen Charles Pierre Augereaux 39 anni di Parigi nato nella popolare strada di rue Mouffetard a Parigi, ex soldato ed ex disertore per aver ucciso in duello un ufficiale, soldato di ventura di vari Regni, tra cui anche quello dei Borboni napoletani, era ritornato a Parigi durante a Rivoluzione e si era arruolato come Sergente nella Guardia Nazionale per poi salire velocemente i gradi di ufficiale dell’esercito nella repressione della rivolta della Vandea e venir nominato Generale a 36 anni, il Gen. Jean Mathieu Philibert Serurier 54 anni , l’unico proveniente da una regolare carriera militare di ufficiale, essendo di provenienza dalla piccola nobiltà: aveva partecipato alla guerra dei 7 anni e a campagne in Hannover e Portogallo, oltre ad aver preso parte ad operazioni contro Pasquale Poli in Corsica, l’idolo di gioventù di Napoleone, all’inizio della Rivoluzione aveva il grado di Maggiore e nel ‘93 veniva promosso Generale, piu’ che un combattente indomito e di pronta azione come i suoi due precedenti colleghi era per il suo stesso curriculum diciamo così “tradizionale” uno dei maggiori esperti della teoria di Guibert un ufficiale che non aveva fatto a tempo a veder applicate le sue concezioni su di un nuovo modo di condurre le guerre essendo morto nel 1790 a 47 anni, ma che un certo scalpore aveva ingenerato in tutti i comandanti ante rivoluzione con un suo libello del 1773 titolato “Saggio generale di tattica” laddove opponeva la snellezza e la velocità delle armate alla loro massa e quindi penalizzava la formazione di carriaggi, salmerie, magazzini, a favore dell’adozione di reparti agili, mobilissimi e soprattutto che traessero dai territori da loro via via occupati, gli elementi del loro sostentamento, un po’ come le famose compagnie di ventura dei secoli addietro, facendo insomma ritorno al principio della razzia. Va notato che queste idee furono già all’epoca della pubblicazione del saggio prese nella dovuta considerazione : Caterina di Russia invio’ il trentenne autore del saggio in Russia e Federico il Grande volle conoscerlo personalmente. Doveva essere però quello spirito innovativo della Rivoluzione Francese a ispirarsi massimamente ai principi della teoria di Guibert, quello spirito cominciato a realizzarsi con la famosa “cannonata di Valmy” di appena due anni posteriore alla morte dell’autore e giustappunto Serurier era in quanto ufficiale regolare, uno dei più esperti ed entusiasti seguaci delle teorie di Guibert, cosa questa come vedremo fin dagli inizi della campagna d’Italia, che tornerà utilissima al giovane generale Bonaparte e in questo si rivelererà il classico allievo destinato a superare, e di molto, il maestro. Tutti e tre i generali che il Direttorio gli aveva apparecchiato come subalterni erano come si vede dalla esamina delle loro caratteristiche, di gran lunga più esperti e avevano molti più titoli e capacità del giovane Generale Corso e difatti lo avevano accolto non propriamente con rispetto, voltandogli sprezzantemente le spalle, o perlomeno questo è quel che è passato alla storia e che viene riportato in un film che per molti versi rappresenta una specie di inverazione filmica del processo di creazione del personaggio: NAPOLEON : in tale film difatti molte delle scene paradigmatiche che avevano costruito il mito del generale Nessuno divenuto il generale Meraviglia, sono riportate fedelmente; fedelmente si, ma non alla realtà, bensi’ a quell’immaginario con il quale si sarebbe dato inizio al Mito, non ultima questa scena appunto dell’ingresso del giovane generale nella tenda comando con i tre sopracitati generali ripresi appunto di spalle. Cosa succede ? ecco che si vede Bonaparte scaraventare la sciabola sul tavolo costringendo i sottoposti a voltarsi e quindi fissarli , uno alla volta diritto negli occhi, fino a imporgli di levarsi il cappello. Siamo nella quintessenza di quando un film che dovrebbe interpretare la storia si fa esso stesso storia: Napoleon di Abel Gance che doveva consegnare alla Settima Arte la ratifica di un Mito così come era pervenuto da quel meccanismo di esaltazione messo in evidenza dallo storico Guglielmo Ferrero, è forse il film più mancato della storia del cinema, difatti, essendo tale film del 1927, la diffusione del sonoro ne bruciò il colossale potenziale di successo e diffusione: forse proprio a causa di questo mancato, in una sua riproposizione dopo oltre mezzo secolo con uno scenario di ambientazione quanto mai caricato da un triplo schermo a Massenzio, in piena atmosfera di quell’Estate Romana voluta dal sindaco Argan e dell’Assessore, nonchè mio amico personale, Renato Nicolini che mi aveva convocato, conoscendo la mia passione e discreta competenza di cinema, per chiedere un parere su cosa ne pensassi di quel film; io capirai con la mia sempiterna cultura per il “mancato” mi ero prodotto in un vero e proprio panegirico, tanto più che c’era la concretissima possibilità che venisse a presenziare lo stesso regista Abel Gance, oramai novantenne, che per come erano andate le cose su quel capolavoro per differita, si collocava in pieno in tale spirito. In effetti quel film, Napoleon aveva tutte le peculiarità di quel grande mancato di cui spesso, opere, persone, eventi, addirittura città e civiltà, sembrano venire intessuti. Realizzato con grandissimi mezzi intorno al 1927, doveva oscurare tutti i grandi colossal usciti fino ad allora, era però apparso sugli schermi proprio quando la provocante voce di Al Johnson disse la famosa frase “Signori non avete ancora sentito nulla!”. Lo disse Groucho Marx “un film è assai meglio della realtà” , così era anche quel film, per concezione, ampiezza di vedute, tecnica cinematografia con dissolvenze incrociate, carrellate fantasmagoriche, effetti di fotografia, uso di viraggi in relazione alle scene.. “pensa” avevo detto a Renato Nicolini “ che non è affatto vero che Exstasi con Hedy Lamar è stato il primo film dove si vede un seno nudo di donna, nella grande festa del ballo per la fine del “terrore” di Robespierre e Sain-Just, c’è una scena di ballerine che danzano tutte allegramente a busto scoperto. Ora Abel Gance novantenne era lì in prima fila, nelle poltrone di Massenzio, omaggiato da tutte le autorità e anche dal sottoscritto, che era in fibrillazione nello stringere la mano ad un simile “campione” del mancato, questa volta non tanto alla storia, quanto allo spettacolo, ma, che questa volta, la realtà gli aveva dato la sua rivincita. L’entusiasmo del pubblico alla rappresentazione, i tre schermi con i riflettori che sul finale dividevano la luce nei colori della bandiera francese, manco a dirlo con la musica della “Marseillese”, furono qualcosa di epocale, in quella splendida notte romana. Lo vedi che strano, la realtà a volte concede qualche rivincita, ho detto sempre che forse noi sulle generali viviamo un po’ troppo e che per lo più siamo destinati ad essere superati dalle cose del mondo, ma di certo il vecchio Abel Gance quella sera non sarebbe stato del mio stesso avviso, glielo si leggeva negli occhi di vegliardo, dove si intravedeva il lampo dell’orgoglio di aver fatto un qualcosa che, d’accordo , il botteghino e quindi lo spettacolo in genere, aveva condannato come fallimento, ma non all’oblio. Lo ripeto fino a pochissimo tempo fa nessuno mi avrebbe convinto del contrario, il film che in quel fantasmagorico scenario ci incollò tutti a fronte di quel triplice schermo, ove come un fantasma aleggiava in una sorta di dissolvenza tra realtà e immaginario la veneranda figura de suo autore, in poltrona d’onore lì nella rappresentazione, ma anche ben dentro l’immagine filmica nella accattivante parte che si era scelto del terribile “angelo della morte”Louis Antoine de Saint Just. . L’attore che impersonava Napoleone nel film, Albert Dieudonnè era perfetto nella parte, si ma quale parte? quella che la storia ha voluto tramandarci, ma non certo quella che la realtà dove un ubbidientissimo giovane generale praticamente con un quasi nullo curriculum si accingeva goffo ed impacciato a recitare appunto la parte di esecutore di un piano che aveva ben altri ideatori e di certo del tutto inconsapevole di quello che un melange di caso, necessità, piaggeria e anche fortuna gli stava apparecchiando, e che magari qualcuno avrebbe chiamato storia; a pensarci bene è sempre un pò così! non è forse vero che siamo sempre costantemente superati dagli eventi che dobbiamo vivere?, la nostra stessa struttura anatomica è congegnata di tal fatta, abbiamo gambe per camminare e alla bisogna, correre, verso dove? verso qualcosa, braccia per cogliere…mani per afferrare e un cervello per pensare…prima: pro-tendersi, pro-gettare, pro-porre…. tutto quel benedetto “pro” che guarda un pò è giusto il prefisso del nome di quello che ci ha fatto questo regalino: il mitico Prometeo, dove quel “pro” è unito alla forma “methes” del verbo “mantano” = io penso: e quindi Prometeo è “colui che pensa prima”, in anticipo, proprio come cerchiamo di fare noi. Eh già, ma su cosa è fondato tutto questo “pro”? su di un furto! un furto agli dei, che permalosi come sono non l’hanno presa per niente bene, e a parte i risvolti più o meno truculenti verso l’autore di quel furto (roccia del Caucaso, catene, aquila che rode il fegato) e anche verso di noi (il taglio che separa l’essere umano, prima “amphiteroi in due parti distinte (dia-boliche) blandamente spinte dal dio Eros alla ricongiunzione (simbolica), hanno fatto in maniera che noi fossimo appunto costantemente superati dalle cose che desideriamo; per questo forse i latini hanno coniato la parola desiderio (de sidera) ovvero essere intorno, dalle parti, nei pressi, nei paraggi di dove dimorano le stelle che non sono affatto fisse, anzi per il solo dato di presentarsi alla nostra vista, esse debbono essere già estinte da milioni di anni. Paradossale dunque che il vecchio Abel Gance abbia avuto il suo “successo” cinquanta e passa anni dopo, ma anche paradossale che noi comuni mortali siamo sempre lì a combattere con le cose del mondo e l’unico modo per impadronircene veramente è forse quello del ri-assumerle, non nella realtà , ma in una sorta di immaginario, dove, come la riedizione di Napoleon a Massenzio, quello che conta, non è come siano andate veramente le cose, ma come le reinterpretiamo noi, come ri-mettiamo il tutto insieme , ovvero con una operazione “simbolica” Ordunque a parte le scene della tenda con la sciabola sbattuta sul tavolo e probabilmente anche il famoso discorso , ben illustrato nel film, che il nuovo Generale tenne alle truppe “ soldati siete laceri e malnutriti. Il governo vi deve molto, e non può darvi niente. La vostra pazienza, il coraggio che mostrate in mezzo a queste rocce, sono ammirevoli, ma non vi daranno la gloria …. Io voglio condurvi nelle più fertili pianure del mondo. Ricche province, grandi città saranno in vostro potere. Vi troverete onore, gloria e ricchezze. Soldati d’Italia, mancherete dunque di coraggio e determinazione?», cosa fa il nuovo Generale appena arrivato? esegue alla lettera il Piano che il Direttorio aveva ricalcato sulle Memoire de l’armeè D’Italie, redatto l’anno precedente, dal gruppo di giovani generali di cui anche lui aveva fatto parte, uno dei tanti, non certamente il più importante , soprattutto non quello che sarebbe stato destinato a eseguirlo. Va notato difatti, che all’incirca dalla meta’ dell’anno precedente all’assunzione del comando dell’armata di Bonaparte, il Direttorio in collaborazione con il Comitato Topografico Militare e questa serie di giovani generali, aveva elaborato un piano d’azione sia tattico che strategico per la non troppo considerata Armata d’Italia. Sotto il profilo tattico il primo obiettivo doveva essere la città e fortezza di Ceva che doveva essere attaccata da due lati dalle forze d’Armata , la prima lungo il Tanaro, la seconda da Savona, per poi proseguire nella direttiva di separare le forze austriache da quelle piemontesi e procedere verso la Lombardia . Le linee strategiche per l’Armata del Piano del Direttorio, però non riposavano in Italia, ma prevedevano l’invasione della Germania attraverso l’Italia, e Napoleone esegue alla lettera le disposizioni , fissa il suo Quartier Generale d Albenga ed comincia col volgere la sua attenzione a Ceva, primo obiettivo posto appunto dal Piano e la riprova è data dal suo recarsi il 9 aprile 1796 nella Valle del Tanaro per parlare con Serurier che comandava quel settore, neppure prendendo in considerazione una offensiva dalla parte di Montenotte, dove si badi bene sarà trascinato a reagire non operando da attaccante, ma da attaccato: attaccato dall’ala sinistra dell’esercito austriaco che riusciva a sorprendere i francesi conseguendo alcuni vantaggi territoriali in direzione del colle di Cadibona e Savona: così crolla uno dei miti più inossidabile della aurea napoleonica: che lui sia arrivato e paffete come d’incanto successi a ripetizione : Dego, Millesimo, Cairo Montenotte. In verità furono gli Austriaci a dare inizio alla Campagna d’Italia in quell’aprile 1796 e le controffensive che portarono alla vittoria di Cairo Montenotte il 12 di aprile, furono merito non tanto di Bonaparte quanto dei Generali Massena e Leharpe che erano accorsi prontamente. Altro particolare spesso sorvolato dagli storici, specie quelli meno approfonditi e anche il nostro famoso film Napoleon, (che su queste prima battaglie della campagna d’Italia, chiude la sua visione, facendo aleggiare sullo schermo tricolore, lì a Massenzio, un’aquila volteggiante a simbolo della gloria , lasciando intendere di voler continuare la narrazione in una parte successiva) , fu che subito dopo la vittoria di Cairo Montenotte, Napoleone ritornò al piano originario del Direttorio, ovvero l’attacco di Ceva e quindi lasciò lo scontro cogli austriaci per preferenziare quello coi Piemontesi , fu addirittura ipotizzato che Bonaparte disubbidì al Direttorio nel non continuare lo scontro verso gli austriaci, ma è una di quelle, diremmo oggi fake news da manuale : il Direttorio non aveva mai ordinato a Bonaparte di inseguire gli Austriaci ed anzi aveva tassativamente ordinato di non fare alcun movimento se non prima di aver occupato Ceva. Nei giorni seguenti Napoleone operò contro i due eserciti, quello austriaco che era stato sconfitto a Cairo Montenotte e quello piemontese che presidiava Ceva e la valle del Tanaro, su più direzioni; nei combattimenti un po’ altalenanti di Dego, Millesimo, dove alla fine i francesi finirono per avere la meglio e solo quando fu tranquillo rispetto agli austriaci, il 16 aprile si girò verso Ceva prendendola d’assalto, ma venendo sanguinosamente respinto . Ora va sottolineato come tale ultima operazione, appunto l’occupazione della fortezza di Ceva, ha sempre fatto storcere il naso agli storici, specie quelli agiografici di Napoleone: difatti attaccare di petto un campo trincerato, anche se era espressamente e tassativamente stabilito dal Piano del Direttorio, non è propriamente una di quelle azioni che un buon generale, figuriamoci Napoleone, farebbe mai, per cui tutti si sono chiesti come sarebbero andate le cose, se il giorno seguente Colli il comandante in capo dell’esercito piemontese avesse difeso la citta’? Cosa aveva portato Colli ad abbandonare il campo trincerato ed evacuare a cittadina lasciandovi solo una piccola guarnigione che sarebbe capitolata pochi giorni dopo, facendo di fatto i francesi padroni del campo senza ferire??? Ecco qui si entra in un campo appunto dove storia e fortuna si confondono, ma anche lasciano uno spiraglio di “altra” eventualità che forse risente di fattori che nessun piano precostituito può prevedere. Fortunissima ovviamente per il giovane Generale che si trova questo inaspettato regalo e per la prima volta era andato parzialmente contro le direttive di Parigi non rimanendo a Ceva, ma inseguendo il nemico. Il punto è che alcuni documenti ritrovati anni dopo, mostrano che le direttive del Piano del Direttorio non erano poi così assolute, si legge difatti in una di queste “Istruttorie”: “ il Direttorio lascia al Generale in capo la libertà di dirigere le operazioni sia che ottenga vittoria completa, sia che il nemico si ritiri verso Torino e l’autorizza a dar ancora battaglia, fino a bombardare la capitale, se le circostanze rendessero questa azione necessaria “. Come dice giustamente Ferrero si ravvede il linguaggio ovattato del Direttorio, ovvero non ordinare mai, non imporre alcunché, ma sempre proporre, suggerire, consigliare, spingere cioè il generale ad ardire, ma senza forzarlo si dal non rimanere coinvolto in una sconfitta, sconfitta che 2 giorni dopo il 19 aprile doveva puntualmente arrivare in una forte posizione che proteggeva la ritirata delle truppe di Colli, quella di San Michele; nessuno, o quasi, ha mai sentito nominare questa battuta d’arresto nella trionfale marcia dell’Armeè d’Italie e del suo giovane generale, che pure fu addirittura più grave di quella di Ceva, tanto da costringere il Bonaparte a convocare il Consiglio di guerra. Però a questo punto, la riesamina dei fatti puramente militari: vittorie, sconfitte, assalti, inseguimenti , battute d’arresto, deve caricarsi di qualche altra valenza ed andare un po’ più a fondo di quella generica indicazione di fortuna che starebbe lì a fare da rimpiattino tra caso e necessità. Come mai Colli comandante dell’esercito piemontese si comportò in maniera così contraddittoria: respinge il nemico, lo vince addirittura, ma non ne approfitta, anzi si ritira abbandona campi trincerati e però si assicura la ritirata sempre rintuzzando gli attacchi, come successe ancora il 21 aprile a Mondovì vicinissimo Torino; d’accordo questa volta le cose andarono un po’ meglio pei Francesi, ma questo non impedi’ comunque a Colli e all’esercito di raggiungere Cherasco il 24, giusto ove dopo velocissimi preliminari, il 28 aprile la corte sabauda di Torino avviava i preliminari di un armistizio per negoziare una pace separata con la Francia, il tutto con l’esercito austriaco appena a due giorni di marcia da tale cittadina. Cosa c’è dietro questo contraddittorio comportamento dei Piemontesi, del suo esercito e generale in capo, e del suo Re? Ripetiamo che gli storici specie quelli di marca napoleonica, quelli che come il nostro regista Gance, hanno contribuito a diffondere il mito del generale infallibile, vero grande genio sia tattico che strategico, l’unico dell’era moderna paragonabile ad un Cesare, ad un Mario, ad uno Scipione, ad un Alessandro, sono sempre stati particolarmente imbarazzati nel descrivere le fasi di questa improvvisa richiesta di armistizio da parte del Regno di Sardegna ad una Francia la cui Armata non ne aveva mai seriamente impegnato le sue truppe: Colli non era mai stato battuto in campo aperto, il suo esercito non era affatto disfatto e neppure era stanchissimo come i manuali di storia oramai riportano con quasi litania; anzi se vogliamo essere franchi, erano i francesi ad essere molto più stanchi. Si deduce quindi che la Corte di Torino non chiese la pace perché non poteva, ma semplicemente perché non voleva più, combattere. Politica non strategia. In verità se si va un po’ più sul profondo si evince che quell’alleanza con l’Austria al Regno di Sardegna non era andata mai giù, fin dalla sua stipulazione nel dicembre 1795: i motivi che l’avevano indotta erano sul proseguo della coalizione contro la Francia rivoluzionaria che giustappunto in quel periodo era in procinto di attaccare in Italia con la sua Armata apposita, anche se in verità con un compito di solo passaggio per prendere alle spalle la Germania e congiungersi colle truppe impegnate sul grande fronte austro-tedesco, che erano sotto il comando del Gen. Moreau un Generale di grande esperienza e con un notevole curriculum di battaglie e vittorie, non certo uno sconosciuto novellino come Bonaparte. L’arrivo in Piemonte di un contigente austriaco di 10.000 uomini comandate dal Gen Banlieu era stato quindi visto a Torino come un protezione dalle mire francesi, ma quando questi aveva attaccato appena pochi giorni dopo l’arrivo del nuovo comandante appunto il Gen.Bonaparte, (ecco una cosa che troppo spesso non viene sottolineata adeguatamente: non fu Napoleone a iniziare la campagna d’Italia, sul proseguo, magari del famoso discorso alle truppe del “siete laceri e mal nutriti” ma furono gli Austriaci, Austriaci che col loro Generale Banlieu, dopo una serie di scaramucce di poca importanza, furono duramente battuti “a Cairo Montenotte, come abbiamo visto, più dal Gen. Massena e dal suo diretto sottoposo gen Leharpe che da Bonaparte in persona. Ebbene dopo questa battaglia, la fiducia nell’alleato era decisamente crollata alla Corte di Torino, tanto da dare disposizioni a Colli il comandante dell’esercito savoiardo di non difendere Ceva e intraprendere piuttosto una ritirata strategica per riportare le truppe verso Cherasco, dove la diplomazia stava già ordendo un armistizio separato con la Francia. Una sola battaglia di una certa entità persa dall’alleato e una ritirata strategica effettuata peraltro magistralmente dal Gen.Colli, tanto erano bastati al Piemonte per chiedere un armistizio e di fatto ritirarsi dalla guerra. Detto per inciso va a anche rilevato che il Bonaparte per inseguire l’esercito nemico aveva allungato enormemente le sue potenzialità logistiche (riserve, magazzini, salmerie, vettovagliamento, etc) e quindi l’Armata era davvero in condizioni miserevoli, molto molto di più dei Piemontesi; ma qui ecco, siamo in presenza di quell’ineffabile della storia che è la fortuna o forse non si tratta precisamente di fortuna, laddove anche essa a ben guardare ha sempre una struttura, magari di manipolazione o comunque di costruzione di una parte come a teatro : fortuna che Colli non contrattaccasse e fortuna anche che Banlieu non approfittasse dello stato dell’Armata francese per scagliarvisi contro con tutto il suo esercito. Ma siamo proprio sicuri che si tratta di fortuna che si può più o meno afferrarla e coglierla, così come indicavano i greci antichi introducendo nella congerie degli eventi umani la figura del “Kairòs”, che tradotto suona un po’ come “il tempo opportuno “ correlandovi la figura del tiro con l’arco e il raggiungimento del bersaglio da parte della freccia, oppure siamo in presenza di una struttura un tantino più maliziosa, molto simile a quella che si utilizza mettendo in scena uno spettacolo teatrale, ognuno con la sua parte prestabilita e scevra di eccezioni nel copione scritto? Possiamo dire che probabilmente il Generale Bonaparte mostrò fin dalle prime fasi della campagna d’Italia una delle sue innegabili doti: recitare una parte, entrarvi dentro e comportarsi di conseguenza, senza mai forzarne i dettami, ma anzi assolvendo detta parte fino alla piaggeria, senza colpi di testa o altro che avrebbero potuto compromettere la sua posizione nei riguardi del Direttorio il potere di Parigi… va sottolineato un aspetto invero fondamentale: se Massena e altri generali “operativi” più arditi e più determinati gli avevano per così dire “salvato il…..” in operazioni di squisito carattere militare, sarà il terzo dei generali immediatamente subalterni quel Jean Mathieu Philibert Sérurier a fornirgli il destro (teorico) per far breccia sull’interesse del Direttorio : la teoria del “Saggio” di Guibert. E’ proprio dalla teoria di Guibert di cui Serurier era probabilmente il più grande esperto dell’intero esercito francese, che gli ispirò si di servirsi di un organico leggero, agile, senza carriaggi, salmerie, depositi, ma lo portò sopratutto quel fare incetta dei beni dei territori che andava occupando, ovvero quel vivere “di razzia” tipico delle antiche compagnie di ventura, che lui, questa volta in prima persona e con notevoli caratteristiche di ulteriore sfruttamento, sviluppò in maniera autonoma e con indubbie peculiarità di originalità: fin da principio difatti non si limito’ a razziare beni di sussistenza, ma comincio’ ad imporre ai vari territori, gabelle, indennità in denaro e anche confisca di beni e di opere d’arte, aggiungendo così alla questione prettamente militare di una vittoria determinati riscontri di tipo economico che indubbiamente portarono i membri del Direttorio a non andare troppo per il sottile nel determinare la perizia di questa o quella azione militare. Tra l’altro, con il passare dei giorni (invero piuttosto incalzante) il giovane Generale era imbattuto in un’altra fortunosa vittoria, che ha un “topòs” preciso nell’immaginario collettivo dell’epica napoleonica e una precisa sottolineatura da parte di sé stesso : il ponte di Lodi, ovvero lo scontro che ebbe con la retroguardia austriaca passato alla storia come battaglia di Lodi del 10 maggio del 1796, perchè è proprio da questa battaglia, non di fondamentale importanza militare, ma di stratosferica importanza psicologica, si era andato costruendo nell'immaginario collettivo della storia, il Mito della invincibilità napoleonica, entusiasticamente avallato da un punto di vista utilitaristico da tutto il Direttorio, sempre più abbagliato dal vedersi gratificato di bottini di guerra dai territori conquistati, prontamente e con forte strombazzatura mediatica trsferiti a Parigi con anche il crescente entusiasmo della popolazione.Degno di nota il fatto che che proprio l'interessato ovvero il novello stratega cominciava un po’ ad entrare nella “parte” del generale vincitore “per parte” contribuì non poco alla formazione di questo vero e proprio mito, asserendo nelle sue memorie che in lui la visione della futura grandezza gli derivò appunto da quella battaglia " Fu solo nella serata di Lodi "raccontò nelle sue memorie "che cominciai a ritenermi un uomo superiore e che nutrii l'ambizione di realizzare grandi cose...." insomma una sorta di assai proficua frenesia si impadroni’ di attore, pubblico e anche soprattutto regista, come dicono ancor oggi i francesi “metteur en scene” Difatti il Direttorio, preso atto con gradita sorpresa che le notizie del fronte italiano avevano un favorevolissimo impatto in tutta la Francia, pensò bene di enfatizzare quella scelta, che a parte i sottesi favori, le regalie, ed anche i compromessi risultava esclusivamente propria; pensò bene, quindi di enfatizzare la figura del giovane, fino ad un paio di mesi prima completamente sconosciuto Generale, quasi facendo un ideale eco a quelle impressioni del tutto soggettive del protagonista. Poco importanza aveva il fatto che in verità la battaglia di Lodi era stata in realtà uno scontro vinto contro una retroguardia dell'esercito austriaco comandata dal Gen Sebottendorf, che Beaulieu aveva appunto lasciato di presidio a Lodi. L’agiografia storica e non solo quella napoleonica si è sempre compiaciuta di mostrare la differenza tra i due Generali Beaulieu e Bonaparte, il primo quasi un vecchio trombone ancorato a regole e condotte di guerra sorpassate mentre il secondo portatore delle idee nuove dei tempi che di tali regole si facevano beffe, con differenti strategie: prendendo a motivo proprio questa occasione in cui il Bonaparte aveva ovviato alla distruzione dei ponti e alla requisizione di tutte le barche del tratto di confine con la Lombardia che Beaulieu aveva effettuato per impedirgli di varcare il Po, aveva invaso il neutrale Ducato di Parma per attraversare il fiume a Piacenza e trovarsi di fronte quindi a fronte dell’esercito nemico. Ma anche questa è più leggenda che storia o perlomeno una gonfiatura: difatti Beaulieu dopo l’armistizio di Cherasco e la defezione del Piemonte, non aveva nessuna intenzione di accettare una battaglia campale con l’Armata Francese, anche perché questa proprio in virtù della “messa in scena” che stava cominciando ad ordirsi del generale invincibile, aveva ricevuti notevoli rinforzi di uomini e materiali ed era in netta superiorità numerica: la verità è che Bealieu stava effettuando una perfetta ritirata strategica e per farla, ponendo il grosso del suo esercito al sicuro oltre l’Adda, aveva anche usato lo stesso stratagemma utilizzato dal suo più giovane antagonista: invadere uno Stato neutrale, nella fattispecie la Repubblica di Venezia. Quindi neppure quella di un nuovo modo di fare le guerra secondo lo spirito della Rivoluzione, ispirato come abbiamo visto alla teoria del Saggio di Guibert, che se ne irrideva di tutte le regole della guerra del XVIII secolo, era una verità, tant’è che proprio un Generale di quella vecchia scuola l’aveva utilizzata senza problemi. . La verità è che Napoleone fece mostra di una sorta di abbaglio, che tendera’ spesso a ripetere e che già di per sé inficia quella nomea di grande stratega e generale invincibile che contemporanei e posteri gli hanno attribuita : non valutare con esattezza l’entità delle forze nemiche: qui a Lodi si tratto’ di una sopravvalutazione, ovvero scambiò una retroguardia per l’intero esercito nemico, a Marengo quattro anni dopo, si ebbe il netto contrario: scambio’ l’intero esercito austriaco per una retroguardia. Ora, se nel primo caso lo sbaglio fu facilmente riparato ed anzi si potè, anche da parte del Direttorio, gonfiare la cosa e farla passare per una grande vittoria, a Marengo se non ci fosse stata la disubbidienza di un suo sottoposto il Generale Desaix che contrariamente agli ordini che gli erano stati impartiti fece marcia indietro con le sue due Divisioni, e le scaglio’ contro l’esercito nemico che già si era impadronito del campo, sarebbe stata certamente la disfatta e non quella straordinaria vittoria , di gran lunga la preferita da Napoleone, caratterizzata da quella mitica frase “una battaglia è perduta? c’è il tempo di vincerne un’altra!” frase che non si è neppure sicuri della sua effettiva pronuncia da parte del Gen. Desaix prima di perdere la vita colpito in pieno petto da una palla nemica, appena slanciatosi alla testa delle sue Divisioni contro gli austriaci, frase che ovviamente fu fatta passare per vera, destinata a rimanere per sempre nell’immaginario dell’epopea napoleonica, anche se a ben vedere avrebbe dovuto rappresentarne la relatività. Torniamo quindi al cospetto di quella quasi magica entità che cominciava a seguire il Generale Bonaparte, la Fortuna, che forse poi tanto fortuna non era, che metteva in correlazione le vicende belliche del generale con le aspettative che il popolo francese si aspettava da lui e un Direttorio, più che appagato dalle prabende di quella sorta di scaramucce e minacc e che quindi si premurava di confezionargliele adeguatamente. Che questa fatidica manifestazione di questa curiosa fortuna non riposasse, militarmente parlando su niente di straordinario lo deduciamo dalla semplice cronologia degli episodi salienti della battaglia di Lodi : le avanguardie francesi arrivarono difatti in vista di Lodi nelle prime ore della mattina del 10 maggio, quando ormai l'intero esercito austriaco era in salvo oltre l'Adda, mentre alla difesa della cittadina era rimasta una retroguardia di 10.000 uomini agli ordini del generale Karl Philipp Sebottendorf. Questo aveva piazzato tre battaglioni e sei cannoni in posizioni che dominavano il ponte di Lodi e la strada d'accesso e altre due sezioni di tre pezzi l'una erano appostate in ogni lato della strada. Napoleone attaccò frontalmente sul ponte con i Granatieri mentre con un contingente di cavalleria cercava di guadagnare un guado per aggirare gli austriaci, che però riuscirono a bloccare l’assalto dei granatieri proprio a meta’ del ponte, sicchè il Gen. Massena si vide costretto ad intervenire e con il concorso di altri generali Berthier, Dallemagne e Cervoni riuscì a guadagnare la sponda opposta .Un contrattacco di Sebottendorf fece quasi riprendere agli austriaci il ponte, ma sempre il solito Masséna cui si aggiunse l’apporto di un altro dei Generali in seconda di Bonaparte, Augereau, riuscì a stroncare l'azione irrompendo nelle linee nemiche, venendo quindi favoriti, i due comandanti in seconda dell’Armata nel pieno successo, dal provvidenziale arrivo dei cavalieri del Gen. Ordener che nel frattempo avevano trovato un guado. Sebottendorf si disimpegnò subito e si ritirò verso il grosso delle forze di Beaulieu, lasciandosi dietro 153 morti, 1.700 prigionieri e 16 cannoni. I francesi ebbero in totale 350 perdite, comunque la a vittoria di Lodi fu ben lungi dall’essere un grande successo così come fu subito rappresentata ed anche così come è stata tramandata, difatti fu conseguita su di una semplice retroguardia dell’esercito principale, il cui Generale subordinato Sebottendorf, riuscì a disimpegnarsi con quasi tutte le sue truppe per confluire nella perfetta ritirata strategica del comandante in capo Beaulieu, che a conti fatti non fu affatto quel pigmeo rispetto al gigante cui la storia ha voluto tramandarlo. Da una parte Napoleone non fu esattamente quell’interprete straordinario di novello genio militare, cui proprio da quei tempi è stato cominciato ad additarsi; dall’altra Beaulieu, come abbiamo appena visto, fu tutto tranne che un incauto e sfortunato generale che ebbe a cimentarsi contro il “genio” per antonomasia , venendo battuto a ripetizione, ma un oculato stratega, magari non di spirito offensivo, ma di certo un vero maestro di ritirate strategiche. Abbiamo visto che a creare, specie la prima di “leggenda” fu proprio il Direttorio per motivi di opportunità e convenienza: conveniva difatti ad un Organo di Governo, asceso così rocambolescamente al potere, senza alcuna legittimizzazione legale e popolare, sfruttare le occasioni della Fortuna, quale si presentassero, per oscure e contraddittorie che fossero, ecco! proprio del tipo di un generale venuto dal niente, praticamente senza una carriera a sostegno, con un incarico avuto piu’ che altro per camarille “di letto” e che potesse essere investito di una gloria tutta da gonfiarsi, appunto fargli “recitare quella parte” che abbiamo ripreso dalle tesi di un vecchio e dimenticato storico e che oggi in una fase della storia del mondo, che questo “recitare una parte” sembra diventata una caratteristica non solo episodica o accessoria di “esser-ci”, dovrà essere argomento di approfondimento e dovrà essere sviscerata fino all’esaurimento. In effetti conveniva al Direttorio, conveniva a quel po’ di Rivoluzione che ancora accompagnava il Popolo francese, conveniva alla guerra in corso contro le coalizioni europee, conveniva anche alle finanze dello Stato, sempre in cerca di soldi, che un Esercito sul campo provvedesse a emettere tributi, fissare indennita’ di guerra, fare razzie e incetta di opere artistiche dei territori che via via occupava, il tutto da inviare sollecitamente alla madre patria: un qualcosa quindi, questa supposta grandezza che alla fin fine, come abbiamo visto dalle memorie dello stesso Napoleone della notte successiva allo scontro di Lodi, stava cominciando a far breccia, innanzi tutto su se stesso sulla sua particolare personalità che per la prima volta si sentiva come investito di un potere straordinario e che di lì a poco, possiamo stare tranquilli, tutti, ma proprio tutti, amici e nemici, popolino e grandi uomini, contemporanei e posteri, gli riconosceranno all’unisono. C’era uno dei punti elencati che dobbiamo esaminare con maggior dettaglio, strettamente correlato alla questione del recitare una parte e del gonfiarne i connotati : la questione del chiedere denaro come indennità ai vari Stati cui l’esercito si trovava a passare e operare razzie, un po’ a mo’ di vecchio esercito di ventura, in stretta associazione col suo impatto di minaccia e terrore verso le popolazioni: in questo Napoleone si cimenta alla vigilia della battaglia di Lodi invadendo la neutralità del Ducato di Parma, ma non solo limitandosi ad occuparne i territori e requisendo tutte le imbarcazioni per il passaggio del fiume, ma altresì fissando una indennità e operando ruberie. Ecco precisamente fa subito dopo, lo stesso, indentrandosi nel Milanese e anzi rincarando la dose, andandoci giu’ con mano molto più pesante: chiede al Ducato di Milano 20.000 franchi una cima enorme per il cui pagamento indubbiamente il Ducato non si sarebbe potuto esimere senza imporre una tassazione a tappeto di tutti gli abitanti, e non solo ma alquanto contrariato che il Direttorio gli ha imposto di cedere metà del comando della sua Armata al Gen. Kellerman, figlio del famosissimo generale della cannonata di Valmy del ’92, si lascia andare a lanciare proclami con minacce di saccheggi, plotoni di esecuzioni se non verra’ esaudito : In merito allo sdoppiamento dell’Armata come al solito ubbidisce anche se controbatte con una amara lettera ove più che alla divisione dell’Armata, si cruccia del fatto che non si pensi più a quella “manoeuvre sur le derriere” che era stata fissata dal famoso piano dei Generali del Direttorio di invasione della Germania nel 1795 (tra cui lui stesso) , ma unicamente a ricacciare in Tirolo gli Austriaci, cosa appunto che il Direttorio lasciava intendere di voler incaricare Kellerman e di converso, per lui, stabilire una sorta di raid per l’Italia centrale fino all’occupazione di Livorno che solo molto genericamente avrebbe dovuto fiaccare la resistenza dell’intero Paese ed anche di forze inglesi che lo presidiavano: la verità e’ che il Direttorio abbagliato dai proventi che gli arrivavano dalle incursioni del suo Generale, nei vari Stati italiani, non aveva altre raccomandazioni se non quelle di insistere in questa pratica di non solo “finanziare la guerra con la guerra” , ma fare assai di più : finanziare l’intera Francia di moneta sonante e altresì foraggiarla di opere d’arte, di magnificenze, di tesori. Così anche di quella suddivisione del comando d’armata, dopo la equilibrata ma ferma risposta di Bonaparte, che come si vede comincia a essere uno che sa il fatto suo, non se ne fa più nulla (ha troppo paura il Direttorio di perdere la sua gallina dalle uova d’oro) e anzi Kellerman è inviato in Italia con 10.000 uomini di rinforzo ma in sottordine a Bonaparte. Diciamo che dopo Lodi e con la presa di Milano, la Fortuna gioca sempre alla grande, però, e’ doveroso notare che il suo massimo beneficiario ci mette ogni volta qualcosa in più di suo : si d’accordo era stato un abile spauracchio per i vari per lo più imbelli Stati Italiani, ivi compresa la Repubblica di Venezia che il Direttorio si raccomandava di considerare potenza non amica e pertanto invadere con tutta tranquillità i suoi territori e richiedere le solite indennità e fare le solite requisizioni di tesori e opere d’arte, ma ora si slancia con foga contro la linea del Mincio verso Borghetto dove costringe Beaulieu alla sua solita ritirata strategica oramai nella valle dell’Adige tranquillamente verso il Tirolo, ma disimpegnando suoi 20 battaglioni alla difesa della estrema fortezza di Mantova che a questo punto, in quella seconda parte di maggio 1796 era l’ultima fortificazione austriaca di tutta la Lombardia. Neppure Borghetto era stata una grande vittoria, però come al solito aveva lasciato Napoleone padrone del campo e questo tradotto nel linguaggio per il Direttorio, significava altre cospique entrate, mentre da parte dello stesso Direttorio significava profferire ulteriori allori, sempre per quella parte da gonfiare e da fare recitare al più che volenteroso comandante in capo. Insomma parliamoci chiaro: il Direttorio diventa davvero quel punto di coagulo di tutte le operazioni che in qualche modo finiscono nelle sue casse e in qualche modo all’intera cittadinanza e quindi si fa anche cassa di risonanza in merito alle imprese di quel, fino a ieri sconosciuto Generale. Un destino fatto di alcune secondarie battaglie, parecchie scaramucce, una grande dose di fortuna, che si è compiaciuta di fissare la sua mano su di un paio di località e vere e proprie sequenze, magari prefissate di eventi, come la defezione Savoiarda all’Austria e l’armistizio di Cherasco, l’abbandono quasi senza colpo ferire di Ceva e poi del Ponte di Lodi presidiato solo da una retroguardia, mentre il grosso dell’Esercito era oramai al sicuro, Generali avversari, sia quello savoiardo Colli, che quello austriaco Beaulieiu, per nulla dominati dalla genialità del giovane comandante francese, ma che anzi erano stati più che altro degli abili tessitori di ritirate strategiche ed infine neppure messi in scacco dai tempi nuovi della Rivoluzione, con la leggenda che imponevano metodi e strategie diverse di guerra, senza rispetto di regole, osservanza di patti, rispetto di neutralità di Paesi non ostili, perché se questa fu una delle peculiarità di Bonaparte di certo il comandante austriaco non fu da meno, tant’è che, per ritirarsi oltre il Mincio non si curò minimamente di infrangere la neutralità della Repubblica di Venezia. Semmai, ecco si può dire che Napoleone lo fece molto di più, ma non ci illudiamo, in questo costantemente istigato dal Direttorio, che raccomandava di non considerare più alcun Paese neutrale, ma tutti alla stregua di possibili alleati del nemico e pertanto utilizzare la forza delle armi per indurre i pavidi, ma ricchi e floridi Paesi italiani a pagare tributi e a consentire il sistematico spoglio dei loro tesori e opere d’arte. La verità è che non è Napoleone, né nessuno dei suoi Generali e soldati, il responsabile dell’avventura italiana e delle sue immense conseguenze, dice ancora Ferrero, nel sistematico ragguaglio che la sua opera “Avventura” ha con il presente scritto: il responsabile è il Direttorio, il Direttorio, come abbiamo già osservato, organo direttivo e di governo illegittimo, il quale non potendo trovare alcun principio di diritto nel suo operare, ecco che all’improvviso lo aveva trovato in alcune secondarie imprese militari su di un fronte secondario, in merito ad una sua sorta di scommessa su di un generale sconosciuto che grazie anche a indubbi colpi di fortuna aveva colpito l’immaginazione delle folle. Bhe! superfluo dire che se quel Generale era frastornato, tutto il Direttorio quasi non credeva a quanto si stava compiendo sotto ai suoi occhi: la creazione di un Mito, in linea coi tempi di infatuazione romantica, dell’uomo solo e sconosciuto che in forza del suo talento, del suo genio, della sua grandezza degna di essere accostata ai più grandi condottieri, che trionfa su tutto e su tutti e non solo; ma a parte questa fama che difatti da Parigi comincerà a caldeggiare, a gonfiare ogni oltre limite, si profila questa straordinaria occasione di trarre, grazie al ricco e sguarnito serbatoio italiano, profitti immensi in una guerra che stava facendo ben più di quella medioevale delle compagnie di ventura, che come abbiamo osservato si finanziava da sola: questa è una guerra che per la prima volta nella storia, finanzia e arricchisce la Nazione che l’ha ingenerata. Possiamo a contrapasso di tal ragionamento, dire che la figura del giovane generale Bonaparte stava emergendo dalle brume della storia con caratteristiche invero uniche e inusitate: anche ai tempi di Roma c’era l’Homo Novus, Caio Mario, Agrippa, Seiano, Vespasiano, ma era sempre inserito in un contesto preordinato senza possibilità di essere troppo innalzato sulle masse se non con il meccanismo dell’adozione o di quello estremo della deificazione; per tutta la storia dell’umanità fino alla Rivoluzione Industriale, nessuno, se non eccezionalmente Capitani di Ventura, Banchieri, Magistrati che riuscivano ad ascendere alla guida di una Signoria, ma mai comunque a livello di Regno o di Impero, erano riusciti ad emergere in modo così netto: è con la Rivoluzione Industriale che ora per la prima volta si diparte questa nuova possibilità essendovi tutta un’altra serie di parametri in gioco : anzitutto quello fondamentale che non è più l’uomo il riferimento principale dell’essere al mondo, bensì la macchina: equiparato ad una macchina anche l’essere umano può essere oggetto di costruzione, di assemblaggio, di sostituzione, di demolizione, e questo attribuendogli anche una serie di qualità accessorie, tipo una bella coloritura, la lucidatura di condotti, materiali più pregiati etc. L’uomo viene espropriato della sua essenza ma assume il senso del suo apparire, ed ecco che, per favorire questo apparire, possono essere messi in campo tutta una serie di espedienti, la pubblicizzazione, l’esaltazione, la gonfiatura, spesso e volentieri del tutto arbitrarie delle sue gesta, o meglio quelle che si vuole che siano passate per gesta, quindi fargli “recitare una parte” e fare in modo che questo recitare una parte sia del tutto indistinguibile dal farla per davvero. Ferrero parla di strano destino che Napoleone Bonaparte sia stato nel contempo il più celebre e il piu’ sconosciuto degli uomini: un uomo che il mondo non doveva mai conoscere tale quale è stato, un uomo di cui si sarebbe visto un doppione creato dall’immaginazione credula delle folle: Io non credo che possiamo parlare di “strano destino” : è il destino dell’uomo moderno venuto fuori dalla Rivoluzione Industriale, venuto dalla sua identificazione con la macchina, il meccanismo, l’ingranaggio, che ha fatto si che oramai la sua identità non sia recuperabile se non nella molteplicità dei suoi apparire, nella proliferazione di sempre nuove “parti” che una società sempre più atomizzata e spersonalizzata non ha fatto altro che assegnargli in questi ultimi due secoli e mezzo. Siamo, da una parte con “l’uomo ad una dimensione” di Marcuse, ravvediamo l’insetto di Kafka, da lontano la Balena bianca di Melville, quindi l’eterno Dottor Faust alle prese con il Mefistofele di Goethe, che si fa la malattia commista però all’arte nel Doctor Faust di Thomas Mann, ma si ritorce in se stesso rispetto al potere costituito nel libro del figlio di Thomas, Kaus Mann: Mephisto . E’ l’uomo che non ha mai più ritrovato se’ stesso, perdendolo nella frammentarietà delle sue rappresentazioni e delle sue identificazioni, tutti quei “recitare una parte” hanno seppellito l’unica vera parte di se stesso, sicchè alla fine proprio come i personaggi di Pirandello, si ritrova anch’egli in cerca di autore.

il CO-MONDO DEI QUANTI

  MI PROPONGO DI CHIOSARE  UN TITININ un'interpretazione della fisica quantistica  proposta da Carlo Rovelli nel 1996. Secondo questa vi...