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domenica 10 gennaio 2021

SMORFIARE IL 71

71° articolo su questo blog, quindi omaggio al significato numerico della Smorfia Napoletana di tale 71, scatta il ricordo di quando ragazzino si era dalla zia Adele al Quartiere Pendino per una colossale tombola, con cartelle di cartone, bucce di mandarino per segnare numeri o fagioli, una cesta in giunco per estrarli . Zia Adele cl.1909 sorella di mia nonna Lucia, 6, 7 figli ed uno stuolo infinito di parenti , amici, fidanzati delle figlie e quant'altro : eh bhe!!!! oggi a distanza di sessant'anni o giu' di lì (mi è particolarmente vivido il Natale del 1964, perchè si era stati da Eugenio Bertoldi un avvocato piemontese che si era trasferito a Napoli dagli anni venti ed era stato un commilitone di mio nonno Mario Nardulli al battaglione Monte Suello del 5° alpini nella Grande Guerra e quindi ficcandomi in testa il cappellaccio d'alpino a falde larghissime con la penna bianca piena di segni di rossetto dei baci delle ragazze e alzando i bicchier colmi di vino rosso con continui "dai, dai.. bocia bevi " mi raccontava di quel giorno al Coston d'Arsiero quando gli austriaci..., oppure ricordava il comandante Capitano Corrado Venini alla Borcola colpito a morte con i soldati, anzi i suoi alpini,  avevano intonato del tutto spontaneamente lì all'ombra del Monte Maggio ...."il capitano de la compagniiiiiiiia e l'è ferito e sta per morir, e manda a dire ai suoi alpini che lo rivengano a ritrovar...."  ) ma non divaghiamo... torniamo alla tombola,  a zia Adele che estraeva dalla cesta i numeri con studiata lentezza, mai e poi mai nominando il numero ma sempre e solo il significato smorfiato si, ma non solo, difatti per ognuno di questi numeri/significanti, improvvisava una sorta di scenetta che prendeva a prestito lo scenario e le persone che si trovavano  sulla tavola , ma anche occasionalmente a passare, tipo  la signora Pollio dirimpettaia che si era affacciata nello stanzone "ellanno i!.... è arrivata! " e tutti a mettere il fagiolo nella casella  "che fa Mario non segni?" mi faceva mia cugina Annamaria di qualche anno più grande " ...e che devo segnare? non ha detto nessun numero!"..."segna, segna che ce l'hai, ci fai pure terno.... 78  a Soccola, oppure entrava in scena, chessò il fidanzato della figlia che non era precisamente nelle sue simpatie "E' arrivato, è qui ellanno anche lui" e Annamaria prontissima "dai che col 71 hai fatto quaterna su quell'altra cartella " 71 ? ma sei sicura ?""certo è " l'omme e' merda"

l'omme e' merda".....bhe, tornare a quella tombola oggi, senza ovviamente più zia Adele, neppure la signora Pollio o tanto meno il fidanzato della figlia maggiore , ma con quel numero 71 e il suo non tanto significato, quanto significante (alla De Saussure, alla Lacan)  in quanto lascia sottesi tutta una moltitudine di "sentito dire" c ha oggi una diffusione preponderante e sembra davvero che costituisca la maggioranza della popolazione mondiale , anche se in special modo della nostra povera Italia . Quanti e chi sono gli "omme e' merda"? 

giovedì 26 novembre 2020

PRAGA 2000

 

Una Praga di inizio millennio: Tender is the night ....Che c’entra con Praga, Francis Scott Fitzgerald? Non siamo a Parigi e nei suoi locali frequentati dagli artisti, dai letterati della Lost Generation nel primo dopoguerra, siamo in una città mitteleuropea e, per di più, solo da pochissimo affrancatasi da una cattività di oltre mezzo secolo che l’ha vista mortificare dalle peggiori ideologie-regimi di tutta la storia dell’umanità. La moderna società dei consumi, che oggi sta prendendo piede anche a Praga, sarà forse meno eclatante in quanto a negatività di nazismo e comunismo, ma di certo non è meno subdola ed è per questo che ci si riferisce a Scott Fitzgerald, una delle prime vittime di tale società. Oltre "Tenera è la notte", sarebbe il caso di rileggersi "Il Grande Gatsby", "Belli e dannati", "Di qua del paradiso" e soprattutto "Gli ultimi fuochi", per valutare appieno quello che un consumismo rampante può fare ai danni dell'individuo, ma anche di una cultura e di una società. "Tenera è la notte" suona anche come metafora della Praga di oggi, possibile toccare le vette di un dolce vivere, ma attenzione a non aprire troppo la porta di una sua mercificazione: la moglie dello scrittore Zelda, potrebbe divenire la personificazione della stessa metafora, dove dalla porta lasciata socchiusa si intravede il fantasma della follia.La notte a Praga può essere davvero tenera e dolcissima, proprio come una fanciulla che balla e fa un castigato streep tease, sul palco di U Zlatého Stromu, un albergo, ristorante, caffè ed anche night club in fondo alla Karlova, oppure può assumere l’aspetto di una delle 100 ragazze che la sera del sabato popolano il Darling, un locale molto più spinto, che sta in una traversa della Piazza San Venceslao. Alle ragazze ceche, si sa, non difetta la bellezza, altezza sul metro e ottanta, un paio di gambe lunghe così, occhi azzurri da perderci il senno e le puoi trovare un po’ dappertutto, nei locali di spogliarello, nelle discoteche, in un affollato caffè, in un qualsiasi posto dove ci raduna, per sentire musica, bere un cocktail fatto a regola d’arte; ti può imbastire, in veste di camerierina, un complicato rituale di preparazione dell’assenzio, può accompagnarti sulle antiche scale che portano alla sala musica della Malostranskà Beseda. Fumo di sigaretta che sembra quasi di poter tagliare nella magica atmosfera dell’ M1 Secret lounge, dell'Enfert Rouge, dell’Ocean drive, solo qualcuno dei numerosi locali in centro città, ma che che non difettano neppure in periferia, ed ancora, libri a disposizione degli avventori e mostre più o meno improvvisate di artisti emergenti, al Globe, alla Týnskà Literàrni Kavàrna, all'Ebel coffe house o magari spettacoli teatrali oltre la solita musica nelle quattro diverse ambientazioni dell’Akropolis, nel popolare quartiere di Žižkov. Il pavimento trasparente della Karlový Lazne e la musica indiavolata del Roxy, i cocktail straordinari del Tretter’s, le volte in mattoni del Kozička, del U Zlate časý,le tette al vento delle fanciulle nella Fabrique e nei numerosi locali un titinin più spinti, ma sopratutto il rosso dell’intonaco di Solidnì Nejistota, che è un pò il ri-assunto (o meglio era, perchè hanno cambiato quell'insicurezza dopo l'aggettivo di solida, in sicurezza), ove quella solida insicurezza dell'origine faceva si che non dimenticassimo mai quella porta rimasta socchiusa , anche se la notte poteva davvero essere tenerissima.

giovedì 1 ottobre 2020

GIOVINEZZA E LE CANZONI DEL VENTENNIO

 


Le canzoni hanno una parte, anzi una grossa parte nella formazione dell’immaginario collettivo: non si sta qui parlando di musica, melodia, armonia, musica classica, come viene pomposamente definita, per intenderci Mozart, Beethoven, Bach, Chopin, o quant’altro, ma canzoni, canzonette.... il “sono solo canzonette” di Bennato, che però informa espressioni musicali di tutto rispetto, e con le quali tutti noi, nella nostra vita abbiamo avuto modo di raccordarci, con fenomeni tipo il folk, il rock, il blues e autori e interpreti di straordinario valore del calibro dei Beatlles, di un Frank Zappa, Leonard Cohen, Bob Dylan, Janis Joplin, i Jefferson Airplaine, i Quicksilver, i Greatful Dead, Ives Montand, Edith Piaf, Charle Trenet, da noi in Italia il Modugno del “vecchio frack” o di “volare” e “ciao bambina”, ma anche i famosi cantautori a cominciare da Gino Paoli con il sequel dei vari Sergio Endrigo, Bruno Lauzi, Lucio Battisti, fino a Lucio Dalla, Fabrizio De Andrè ed epigoni, Edoardo Bennato, Francesco De Gregori, Claudio Baglioni, Stefano Rosso. Debbo scusarmi se molti non sono elencati, comunque anche la valutazione dipende dai gusti personali, per cui non v’è da stupirsi se nell’elenco, parecchi anche di notevole portata sono rimasti esclusi: Mina ad esempio sarà senza dubbio bravissima, ma personalmente non mi ha mai suscitato alcuna emozione, così la voce roca e gridata di un Vasco Rossi e tutte le sue canzoni, non sono mai riuscito a ascoltarle; diverso molto diverso un Adriano Celentano e cantanti un po’, diciamo così di confine tra canzone d’autore e commerciale, un Peppino Di Capri, Gianni Morandi, Bobby Solo, Antonello Venditti, Zucchero;   certamente ci sono anche una miriade di canzonette senza pretese, ecco può andar bene il termine di “commerciale” e c’è  anche peggio di quelle cui faceva ironicamente cenno Bennato, probabilmente la maggior parte : strappalacrime, melense e stupidotte “mamma ti voglio bene” “piange il telefono” “quando dico che ti amo” “Io, tu e le rose”, e qui davvero l’elenco non finirebbe mai.  Tutto si delinea un po’ come il principio di indeterminazione di Heisenberg e  come la Legge di Einstein: dipendono dalla posizione di...no.... non l’osservatore, ma dell’ascoltatore, che è pur sempre una persona e quindi la sua posizione e disposizione, non sono mai definite con precisione. A proposito di tale riflessione ci sono delle canzoni da noi in Italia che occupano una posizione ambigua e alquanto controversa: sto parlando delle canzoni del periodo fascista, un riflesso alquanto impallidito oggi, ma la cui portata è stata senza dubbio fortissima e quindi va analizzata storicamente: “marceremo dove il Duce vuole dove Roma già passò”  tremendo no? Retorico fino al parossismo, e anche di un’ironica ridicolaggine considerando i fatti successivi, ma questo era l’inno dei GUF, gli universitari fascisti, ovvero baldi giovanotti acculturati che si definivano “fiaccole di vita e eterna gioventù” volti ovviamente a “conquistare l’avvenire”, mentre i ragazzini, inquadrati nei Balilla cantavano “fischia il sasso, il nome squilla del ragazzo di Portoria”  che chi poteva essere se non lui l’intrepido Balilla, che gettava quel sasso contro gli stranieri e dava il nome a tutta l’istituzione? Non sia mai che potevano restare esclusi in  giovani in genere, (capirai un Regime che aveva eletto a Inno Nazionale un canzone presa dagli arditi della Grande Guerra che si chiamava “Giovinezza!!!!), non ragazzini e neppure universitari, che all’epoca avevano la definizione di avanguardisti e per loro la marcetta faceva cenno ad una maschia gioventu’, ovviamanente con “romana volontà”, che aspettava la chiamata di una non meglio precisata madre degli eroi, “verrà quel dì verrà…” dicevano sconsideratam ente, il che considerando chessò la Grecia, l’Africa, la Russia e l’otto settembre, suona ancora più ironico delle strofette dei ragazzi più grandi. Il cenno a “Giovinezza” induce ad una riflessione sull’origine, diremmo oggi il “background” di queste canzoni: origine che doveva molto ai canti della prima guerra mondiale,  i celeberrimi “bomba c’è”  col loro ritornello cadenzato che i fascisti ripresero fin dalle prime manifestazioni “se non ci conoscete  guardateci all’occhiello noi siamo i fascisti dal santo manganello...fascisti e comunisti giocavano a scopone, la vinsero i fascisti con l’asso di bastoni” e tanti, tantissimi altri  che si produssero fino alla RSI, solo che invece del ritornello “bom bom bom son tre colpi di  cannon”, ci avevano messo  il “bombe a man e carezze col pugnal” anche questo ripreso sempre  dalla Grande Guerra, ma da una particolare formazione di combattenti, i cosidetti “Arditi” ovvero i reparti d’assalto, o “fiamme nere” da cui i fascisti avevano ripreso la quasi totalità del loro armamentario, le canzoni, gli slogan, financo il colore delle camicie e di buona parte del loro abbigliamento (il fez, le fasce mollettiere, i gagliardetti)  A rigore Giovinezza, che di certo doveva divenire la canzone più famosa del fascismo addirittura da accompagnarsi alla Marcia Reale nell’inno Nazionale era  si una canzone che si cantava nei reparti d’assalto fin dalla loro costituzione nello località di Sticca di Mandriano nel 1917, ma era stata ripresa da un canzone che si cantava nel 5° alpini soprattutto nel battaglione Vestone, dove c’era un capitano Corrado Venini, che si dilettava di composizione musicale, il quale sentendo suonare alcune note da un  ufficiale di complemento  richiamato per la guerra, le aveva immesse nel suo “’inno degli alpini sciatori “ Quell’ufficiale richiamato  si chiamava Giuseppe Blanc  e 5 anni prima quando era un laureando di giurisprudenza  aveva composta la musica con parole di Nino Oxilia  di una canzoncina goliardica  di addio agli studi che era stata inserita nell’operetta  “Addio giovinezza”con il titolo appunto di “Giovinezza” che difatti aveva un altro testo e senso, niente trincee e suoni di battaglia, niente fiamme nere che terribili si scagliano, ma solo un po’ di rimpianto “son finiti i tempi lieti” facevano le parole di Oxilia con il refrain però che tutti conosciamo  …”degli studi e degli amor, o compagni in alto i cuori il passato salutiam…”  certo gli alpini prima e gli arditi poi, avevano cambiato le parole, via i tempi lieti, gli studi e gli amori, spuntano le trincee e col fascismo via ovviamente quel “compagni”  da sostituirsi semmai con “camerati” Gli arditi insomma l’avevano ripresa dagli alpini che a loro volta casualmente l’avevano ripresa (forse se il sottotenente Blanc non fosse stato richiamato nel 5° alpini..... Chissà???) da tale canto goliardico, però la musica e il ritornello erano rimasti identici  “giovinezza, giovinezza, primavera di bellezza , della vita nell’asprezza il tuo canto squilla e va “ con però quella discutibile ciliegina sulla torta che il fascismo ci aveva aggiunto a conclusione …”e per Benito Mussolini eja eja alala’. Direbbe Carlo Levi “il futuro ha un cuore antico”...per ogni cosa! Anche quel famoso nero delle camicie fasciste e buffetteria varia, non è così genuino come potrebbe sembrare, l’ascendenza agli arditi si va bene, ma in una accezione che ricorda molto quella delle camicie rosse dei macellai argentini per i Garibaldini. Il cuore antico si materializza nel famoso telegramma di Vittorio Emanuele Orlando a Badoglio nell’ottobre del 1918 a proposito dell’attaccare con l’offensiva che successivamente verrà detta di Vittorio Veneto “Tra la sconfitta e l’inazione, preferisco la sconfitta : MUOVETEVI” e si fa prassi operativa  con l’8^ armata del Gen. Caviglia  che con una abile diversione aveva spaccato in due lo schieramento nemico e praticamente messo fine alla guerra. Fine della guerra assolutamente non contemplata dai due brillanti e ardimentosi Capo e sottocapo di Stato Maggiore Diaz e Badoglio, che difatti contando di effettuare quell’offensiva solo nella primavera successiva, avevano ordinato una enorme quantità di cotonina nera, necessaria ad equipaggiare i sempre più numerosi reparti d’assalto. Ordine prontamente effettuato da un industriale, che mi pare fosse Vercellino, ma non ne sono sicuro, che però causa la fine della guerra si trovò con l’ordine bloccato e quindi i magazzini pieni di cotonina nera (capirai avrebbero dovuto rifornire un intero Corpo d’Armata!) Ora questo industriale era in contatto con Mussolini e quando questi fondò il suo movimento col programma di san Sepolcro, prese subito la palla al balzo “tu ti rifai all’ amor patrio, alla guerra, all’arditismo...ebbene perché non adotti per i tuoi accoliti, il colore che è il simbolo stesso dell’arditismo?  Il NERO!!! Fanne il simbolo per “le tue schiere”, camicia, copricapo, fasce mollettiere….Io ho giusto quel che fa per te!” Qualche pignolo potrebbe osservare che in fin dei conti , Giovinezza non era l’inno ufficiale del Partito, bensiì “All’armi siam fascisti “ o magari qualcuno della vecchia guardia preferiva l’inno della Disperata, una delle più famose squadracce dove si insisteva ossessivamente sul motto del fascismo, quel “me ne frego” anche questo però non originario fascista, ma di matrice D’annunziana che il poeta riprese da un dialogo tra due ufficiali il famoso Maggiore Freguglia e il Capitano Zaninelli,  entrambi medaglie d’oro e ovviamente ufficiali degli Arditi. Freguglia aveva chiamato Zaninelli e gli daveva detto che con la sua compagnia doveva attaccare un caposaldo, precisandogli che si trattava di una missione suicida, al che quegli aveva risposto : "Signor comandante io me ne frego, si fa ciò che si ha da fare per il re e per la patria". Il “Me ne frego” neppure lui originario fascista,  era disseminato a carattere cubitali nel cosidetto “Covo” ovvero la sede del Popolo d’Italia di via Paolo di Cannobbio  in Milano, e certo  non poteva mancare che anche su questo ci si tirasse su una canzone, anche se quel riferimento a Togliatti …”me ne frego di Togliatti e del sol dell’avvenire….” induce qualche dubbio sulla data di  composizione, non essendo negli anni venti il nome del co-fondatore del Partito Comunista ancora così famoso. D’altronde neppure l’ onnipresente “a noi” era di matrice fascista, bensì anch’esso D’Annunziano così come quell’eja eja alala’ che sempre D’annunzio aveva forgiato assieme al maggiore Freguglia (ancora lui!) per sostituire l’americano hip hip Hurrà! Semmai c’è da dire che quell’espressione così cruda faceva parte di quel tentativo del Regime di modificare a suo immagine e somiglianza la lingua italiana, la sostituzione del “lei” con il “voi” l’abolizione delle parole di origine straniera come se una lingua fosse una divisa da far portare, il celeberrimo “vestito di orbace” con cui veniva canzonato il gerarca Achille Starace aggiungendovi la precisazione “di nulla capace” L’altra fissa delle canzoni del ventennio, lasciandosi però alle spalle gli anni venti e entrando nel decennio dei  trenta  era quella della Roma antica imperiale, le Legioni, i gagliardetti, le insegne, i gladi (su quest’ultimo, il gladio,  però ancora una ascendenza negli Arditi della prima guerra mondiale, perché un gladio tra fronde di alloro e quercia era stato assunto come segno distintivo di tutti i reparti  d’assalto, anche quelli che non portavano le mostre nere  come gli alpini o i bersaglieri che conservavano le loro ed erano difatti detti “fiamme verdi” e “fiamme cremisi” ) il “fuoco di Vesta “ irrompeva fuori dal tempio e ovviamente coniugandosi alla “giovinezza” declamava il “Duce Duce! e  non poteva mancare un Inno a Roma, il celeberrimo “Sole che sorgi  libero e giocondo sul colle nostro i tuoi cavalli doma” ; e poi certo con il cambiare della situazione politica, l’abbandono della Società delle Nazioni quella antica Roma, quell’antica gloria, non poteva che rivendicare...rivendicare cosa? ma l'Impero è ovvio!  e quindi ….“Roma rivendica l’impero, l’ora delle aquile suono’, squilli di tromba  salutano il volo dal Campidoglio al Quirinale” e quindi propositi, che insomma considerando poi certi fattarelli tipo la distruzione della marina a Taranto, la cacciata a mare da parte dei Greci, le centinaia di migliaia di prigionieri  fatta da gli inglesi che disponevano in Africa Settentrionale  di un contingente di soli 30.000 uomini e la stessa fine di quel tanto strombazzato Impero...bhe ! Come fare a non sorridere un po’ amaramente alla frasi successive della canzone  “terra ti vogliamo dominar, mare ti vogliamo navigar….mi sono chiesto spesso come gli fosse venuto in mente a Mussolini di rifarsi all’antica Roma nella scelta del nome del suo movimento, i fasci littori, le aquile, i gagliardetti.... ecco questo c’era davvero poco nella prima guerra mondiale, a parte quel gladio che veniva portato dai reparti d’assalto, sulla manica in alto della giubba, e il colore nero delle truppe d'assalto, certo è che quel proseguo della canzone “il littorio ritorna come segnale di forza e di civiltà" suona davvero farsesco e non parliamo poi quel “...dei Cesari il genio e il fato, rivivono nel Duce liberator”.                    Con il 1934 l’Anschulss, l’uccisione di Dolfuss da parte dei nazisti e la mobilitazione al Brennero dell’Esercito, unica opposizione a Hitler in tutta Europa, cambiano radicalmente gli equilibri europei  e cambiano anche le canzoni, si fanno più volgari in risposta alle inique sanzioni con cui francia e Inghilterra intendono punire l’Italia del Duce (una canzone faceva appunto “si salva l’Italia , l’Italia del Duce", eh già perché dopo che Mussolini aveva avuto la prova della debolezza intrinseca della Società della Nazioni, aveva bruscamente cambiato rotta politica e paradossalmente si era avvicinato proprio a colui  che appena qualche mese prima gli  aveva mobilitato  contro l’esercito e costretto al dietro front. Dicevamo del volgare che si accentua... eh bhe! come la chiameresti voi una canzoncina  che rivolgendosi espressamente all’Inghilterra gli fa “Sanzionami questo!  E se ancora ci fosse qualche dubbio aggiunge “lo so che ti piace, ma non te lo do!”                                        Una nuova guerra, ammettiamolo  abilmente propagandata da motivi di rivendicazione, le “inique sanzioni” appunto di Francia e Inghilterra; una retorica verbale piuttosto d’effetto dello stesso Mussolini in un plateale discorso dal famoso balcone di Piazza Venezia “ io fino a prova contraria mi rifiuto di credere che l’autentico popolo di Francia possa indire  sanzioni economiche contro l’Italia! I  6000 caduti di Bligny, morti in un eroico assalto che strappò un grido di ammirazione dello stesso comandante nemico,  trasalirebbero dalla terra che li ricopre ;  e fino a prova contraria mi rifiuto di credere che l’autentico popolo di Gran Bretagna, possa unirsi a sanzioni economiche contro l’Italia, per difendere un Paese africano, universalmente bollato come paese barbaro e indegno di stare tra i popoli civili”, quindi il  celeberrimo “oro alla patria” con la giornata della fede, in cui tutti, davano qualcosa d’oro,  dalle  spose, a cominciare dalla Regina Elena,  la loro fede d’oro in cambio di una in ferro,  e poi senatori, accademici, persino antifascisti , in un momento che fu davvero di sincera aggregazione  del popolo italiano sotto il fascismo ( Peccato che anche questo momento sia stato rovinato da scoperte successive : due damigiane piene di fedi d'oro furono difatti requisite  nei giorni della fine della guerra ai  gerarchi fascisti in fuga con Mussolini, che  stavano cercando di trafugare.) sono tutti elementi che producono nuovi spunti per canzoni . Si cominci con  la canzone “Adua sei liberata” che si dice composta in una sola notte, subito dopo la presa della città che nel 1896 era costata la vita a tanti nostri connazionali e al Paese la reputazione  “sei ritornata a noi, ritornano gli  eroi” dicevano le strofe successive “tra rulli di tamburo e bagliori” quindi tutta una serie di spunti su tema  “i legionari : “i morti che lasciammo a Passa Uarieu” “cara Virginia io vado in Abissinia!” “mamma ritorna ancor nella casetta sulla montagna che mi fu natale” che era l’unica canzone che nel film “Tutti a casa” il sottotenente Alberto Sordi riusciva a far cantare al suo plotone, canzoni piuttosto note, ma nessuna da reggere il paragone con la celeberrima “Faccetta nera” la cui storia vale la pena di essere raccontata: anzitutto non è propriamente della guerra d’Etiopia, ma di alcuni mesi prima, ovvero della primavera del ‘35: difatti mentre fervevano le preparazioni delle operazioni militari, dopo l’incidente/scusa di Ual-Ual,  il Ministero dell Cultura Popolare, il famoso Minculpop aveva pensato bene di  pubblicare notizie relative alla schiavitù ancora vigente in Etiopia, al fine di sensibilizzare la popolazione ad un qualcosa che poteva essere di forte impatto, enfatizzando un tema di missione civilizzatrice (bhe!!! il già citato Littorio come segnale di forza e di civiltà!)  della futura campagna militare e occupazione.



E’ questa dunque l’ispirazione della canzone, un tema di giustizia e civilizzazione, decisamente anti razzista e anzi ammiccante in merito a rapporti  di fratellanza data che una ragazza etiope, “faccetta nera”  veniva etichettata come “romana” ….faccetta nera sarai romana e per bandiera ti daremo l’italiana” diceva una strofa, della canzoncina scritta da due personaggi del mondo delle rivista e dello spettacolo Renato Micheli e Mario Ruccione che avrebbero voluto presentarla al Festival della Canzone Romana, una manifestazione canora in quel 1935 molto in auge, che risaliva al 1891 e che aveva avuto illustri partecipanti: Leopoldo Fregoli, Ettore Petrolini, Gustavo Cacini (quest’ultimo un personaggio molto famoso e molto presente negli spettacoli-macchietta della Roma di allora che aveva ingenerato quel modo di dire “e chi sei Cacini?” ancora molto usato ai tempi in cui io ero ragazzino, cioè nel dopoguerra e negli anni cinquanta e sessanta). Al Festival non se ne fece nulla, forse perché la tematica era un po’ troppo ardita e avrebbe potuto urtare la ideologia nazista e del suo iper-razzista Fuhrer, Adolf Hitler  che proprio in quel periodo stava cominciando ad accreditarsi come alleato dell’Italia fascista, con forti promesse di aiuti economici per la futura campagna militare. Però poco dopo, la canzoncina con quella musica cosi accattivante e anche i versi freschi e spumeggianti avevano attratto l’attenzione nientemeno che di una stella di prima grandezza dello spettacolo italiano,la quasi mitica Anna Fougez, che l’aveva fatta cantare dalla sua compagnia:  Faccetta nera al teatro Quattro Fontane di Roma, intervenendo lei stessa  nelle vesti dell’Italia, che spezzava  le catene cui era avvinta la “piccola abissina” e la rivestiva con una camicia nera. Successo eclatante: Faccetta nera,  veniva  inserita in molte “riviste “  dell'epoca diventando popolarissima, specie sulla bocca delle truppe che nell’ottobre del ‘35 partivano entusiaste per la campagna d’Etiopia. Ulteriori perplessità, però dell’onnipresente Minculpop, che andava soppesando alcune frasi decisamente imbarazzanti del testo , quel “sarai romana” “ti porteremo a Roma” e per  bandiera ti daremo l’italiana ” ed anche alcuni passi che potevano essere travisati, ad esempio quel “ti daremo un altro Duce e un altro Re”, e che quindi cominciava a pretendere pesanti modifiche, un po’ più in linea con la volgarità ad esempio del  già citato “Sanzionami questo!” e di numerosi  ritornelli ripresi dagli antichi “bomba c’è”, ma permeati di ulteriore volgarità nei riguardi della popolazione abissina “il Negus chiese al Duce se poteva venì a Roma, il Duce gli rispose se c’hai la moglie bona!” “Il Negus chiese al duce se gli dava li leoni, il duce gli rispose nun me rompe li…..”Canzoni ancora canzoni, ma più retoriche, più melense, con l’affermarsi della alleanza con Hitler, e soprattutto con l’entrata in guerra, impensabili dei motivi un tantino più profondi  tipo il sotteso antirazzismo di Faccetta nera: “Camerata Richard”  esalta l’alleanza tedesca, ma lo fa in modo davvero sciropposo ed urtante “camerata Richard benvenuto, posa il sacco si scivola bada, il nemico è al di là della strada, parla piano che già ti ha veduto” Figuriamoci se il nemico, ovvero l’Inghilterra, perché dopo la fulminea sconfitta della Francia, era rimasta solo lei, poteva preoccuparsi della scalcagnata Italia: in pochi minuti ci aveva distrutto a Taranto una flotta, in Africa il Gen.Wavell con soli 30.000 uomini aveva fatto a pezzi l’intera Armata di Graziani che ne contava 600 mila, e persino i Greci ci avevano buttati a mare, rendendo davvero ridicolo quel plateale “spezzeremo le reni alla Grecia” di Mussolini. Niente! la canzone insisteva citando la mitraglia di quella piazzola e su melensissime raccomandazioni in caso di... “21 anni la stessa mia classe, questo vedi è il mio primo bambino...tieni a mente Salvetti Nicola, Vico Mezzocannone 50!”  Un po’ come la terrificante “Caro papa’, ti scrive la mia mano .. ” di cui conservo un gustoso aneddoto : un mio amico, non certo fascista, anzi, ma che in gioventù sui 15 anni, era stato missino, trovandosi a discutere appunto di canzoni del ventennio con una ragazza intelligentissima e impegnata politicamente, figlia di un famoso attore ebreo, morto recentemente ad oltre novant’anni, e che aveva avuto terribili traversie con le Leggi Razziali, tanto da confessare in una intervista che aveva pensato al suicidio, le aveva fatto “sai non erano tutte retoriche e false le canzoni fasciste, ce ne erano anche di sincere, ecco senti questa…” e lì in macchina si era messo a cantare appunto “caro papà ti scrive a mia mano, quasi mi trema lo comprendi tu….”Mario!” mi aveva raccontato dopo “mentre cantavo così di getto del tutto automaticamente, mi rendevo via via  conto dell’orrore di quella canzone, che mannaggia non avevo mai più cantato, avrei voluto fermarmi, ma quella sembrava come interessata  “le lacrime che bagnano il mio viso, son lacrime d’orgoglio credi a me, ti vedo che mi schiudi un bel sorriso, il tuo Balilla stringi al petto a te!” Fine! un silenzio di tomba, di profondo imbarazzo era calato in quell’abitacolo, fino al legittimo “ma è atroce!” della ragazza che si era dovuta sorbettare quell’orrore.  Lo vedi, perché, dico io, bisogna sempre sottoporre a revisione la storia? I fatti, i pensieri, le canzoni, anche le nostre emozioni, perché se non lo fai c’è il rischio appunto come questo mio amico di dimenticare e magari pensare che “bhe! Tutto sommato!....” La storia tutta la storia deve essere sempre ripensata e solo in quanto tale, eventualmente ri-assunta! Con il filtro della nostra ragione e di una conoscenza che deve essere sempre improntata alla critica, al relativo e alla “ri-messa in discussione!”     

 Mi pare superfluo elencare le ulteriori canzoni della parte finale e tristemente conclusiva de l’oramai superato ventennio: come la patetica “Vincere”  in cui anche il popolino ironizzava che il disco con la strofa successiva, ripresa dal famoso discorso del Duce della dichiarazione di guerra , “...e vinceremo” si era incantato e ripeteva ossessivamente quel “vincere, vincere, vincere” laddove prendevano invece corpo tutte le tappe della vergognosa sconfitta, quelle precedentemente citate e quella  sempre più incalzanti: la disfatta di El Alamein, la caduta del cosiddetto Impero, la ritirata di Russia, il “li fermeremo sul bagnasciuga”, il vergognoso otto settembre, con la fuga del re e di Badoglio e l’Esercito, il Paese tutto, allo sbando, l’occupazione tedesca e la cupa terrificante atmosfera della Repubblica Sociale, dove il cosidetto Duce era oramai una patetica marionetta nelle mani non solo di Hitler, ma anche dei suoi sgherri, neppure di primo piano che lo trattavano come un cameriere. Un epilogo ancora più squallido con la mortificazione di Piazza Loreto, dove Mussolini verrà appeso per i piedi al ludibrio della popolazione, dove l’unica nota di dignità, non era stata certo la sua, che era stato catturato, mentre cercava di fuggire in Svizzera, travestito da soldato tedesco, ma quella della sua amante Claretta Petacci che gli era voluta morire accanto. Ecco per tutto questo, non ci sono più canzoni, neppure quelle terrificanti de “le donne non ci vogliono più bene, perché portiamo la camicia nera” o di “siamo belve assetate di sangue, siamo i fascisti repubblicani, abbasso il Re, viva Graziani!” perché queste non sono più canzoni, sono lugubri lamenti.

 

 

 

LA CANZONE DI PROTESTA

 



La più famosa canzone di rivolta è senza dubbio l’Internazionale, che tradizionalmente  viene associata alla Unione Sovietica, di cui fu in effetti l’inno Nazionale dal 1917 al 1944  prima di essere sostituita dalla musica del Gen. Alexandrov, che è tutt’ora l’inno russo, ma in verità, anche se è in genere la canzone che i movimenti socialisti e comunisti di tutto il mondo, con quella adesione ideale e anche qualcosa in più al Paese del cosiddetto "Socialismo Reale", la sua origine  è tutta ed esclusivamente francese
 Lo scrittore, militante socialista Eugene Pottier ne scrisse le parole, con le quali intendeva celebrare la Comune di Parigi del 1871, cui lui stesso era stato un entusiasta sostenitore e partecipante, ma le  parole venivano però cantate sull’aria della Marsigliese e questo ancora 15 anni dopo quando lo stesso Pottier , che era un instancabile autore di versi rivoluzionari, poco prima di morire aveva  scritto parole di  una nuova canzone  sempre per celebrare la Comune, in particolare la cosidetta “semaine sanglante”di cui lui stesso era uno dei “survivants” sopravvissuti  : “Elle n’est pas morte” avendovi trovato la musica di un’aria di un compositore Parizot “”t’en fais pas Niculas “ e componendone quindi un refrain trascinante con il ritornello che faceva “Tout ça n'empêche pas, Nicolas, que la Commune n'est pas morte!” Probabilmente fu il maggior impatto di tale canzone con parole e musica  che non si rifaceva al troppo celebre e anche  al non più cosi’ rivoluzionario La Marsigliese, che indusse il compositore  Pierre De Geyter, due anni dopo, nel 1888, quando Pottier era morto da pochi mesi (nel novembre del 1887) a comporre per le parole  una musica originale che è quella che tutti conosciamo e che a ragione può definirsi come il più genuino e accreditato  inno del socialismo, al di la’ di una singola nazione, ma come indicato dal suo stesso nome, di tutto il mondo.In italia l’ Internazionale divenne famosissima  ma la sua traduzione del testo fu parecchio dissimile all’originale : essa era stata oggetto di un concorso indetto dal giornale socialista l’Asino che aveva visto vincitore un certo Bergeret che probabilmente era il giornalista Ettore Marroni che usava spesso uno pseudonimo simile e anche se spesso fu oggetto di revisione, quel testo del 1901  è rimasto il più diffuso e a tutt’oggi cantato. Non è che in quell’inizio del XX secolo, canzoni del genere  erano sulla bocca di tutti: vigevano le feroci repressioni degli Stati Nazionali, la maggior parte monarchici  e probabilmente quelle più provocatorie e famose erano di stampo anarchico, quale ad esempio  la stupenda “Addio Lugano Bella” considerata appunto  l’inno degli anarchici,che era stato scritto da Pietro Gori, un avvocato anarchico militante, amico di Sante Caserio, l’uccisore del Presidente Francese Sidi Carnot, di cui lo stesso Gori aveva scritto appunto “la ballata di Sante Caserio” e che la stampa accusava addirittura di esserne l’ispiratore. Certo è che Gori  si era rifugiato a Lugano per sfuggire  alla polizia italiana per poi essere imprigionato e infine espulso anche da quel Paese, da cui le famose parole della canzone, il “cacciati senza colpa, gli anarchici van via” Gori scrisse parecchie altre canzoni anarchiche e comunque di protesta ma nessuna raggiunse la notorietà e anche il livello musicale di Addio Lugano bella, d’altronde anche le altre canzoni con tali ispirazioni non erano granchè conosciute nell’Italia di inizio secolo, essendo come sopraccennato, oggetto di forte censura  e repressione: ci potevano essere delle sorte di ballate, tipo quella di Caserio o che inneggiavano a Bresci l’uccisore di Umberto I, che imprecavano contro  il Generale Bava Beccaris, quello delle famose  cannonate di Milano del ‘98, ma erano cantate quasi esclusivamente da militanti politici, anachici o socialisti di tendenza esteremistica, il grosso, diciamo così, della protesta era semmai  incanalato verso  canzoni della tradizione popolare delle varie regioni del Paese, canti di lavoro, di sacrificio, di emigrazione del tipo “Maremma amara... dove l’uccello che ci va perde la penna”,   “sciur padrun da li beli braghi bianchi” che era un canto delle mondine del Vercellese, “mamma mia dammi cento lire”… che in america voglio andar” insomma canzoni non di partito, non di militanti politici, ma che solo con una certa forzatura potevano essere ascritte a ribellione o tanto meno rivoluzione.Lo stesso doveva accadere durante la guerra di Libia, tra  tripudio di tricolori, sciantose che cantavano vestite da marinaretto “Tripoli bel suol d’amore” e i fasti al tramonto dei riflessi della Belle Epoque con le  sciantose del Cafè Chantant  gli  ufficiali in alta uniforme, le dame in landò:  tante canzoni, ma tutte molto lontane dal mondo dei poveri, dei diseredati e anche della protesta e della ribellione, che solo dopo la buriana della guerra troveranno una certa malinconica espressione “partono è vastimenti pe’ terre assai luntane” tra l’altro per la penna e la sensibilità di E.A.Mario l’autore de La canzone del Piave   ed altre canzoni di impronta patriottica. Le canzoni di rivolta del periodo della prima guerra mondiale  furono incanalate su un generico antimilitarismo non politico, di cui abbiamo già trattato a proposito dei canti della tradizione popolare sopratutto di tipo montanaro e dei cosidetti "bomba c'è" sorta di stornelli cadenzati, fortemente ironici di una critica graffiante e provocatoria, ma come detto, non politica, ma incentrati sui disagi e le sperequazioni della guerra,"il nostro battaglione è un pochettino scarso, abbiam lasciato il resto sul San Michel del Carso....bom bom son tre colpi di cannon oppure il più irriverente "da Cividale a Udine ci stanno gli imboscati, portan gambali lucidi e capelli impomatati ...din don dan e al fronte non ci van" tant'è che sullo stesso refrain furono imbastiti prima le strofette degli Arditi, le celeberrime Fiamme Nere "se non ci conoscete guardateci dall'alto noi siam le Fiamme Nere dei battaglion d'assalto ...bombe e man e carezze col pugnal"  e poi dalle prime formazioni di camicie nere dei fasci di combattimento "se non ci conoscete, guardateci sul petto, noi siamo gli squadristi dal santo gagliardetto" che conservavano lo stesso ritornello. La canzone politica militante tornò nel periodo della Resistenza, ma checchè ne dica l'attuale sinistra non fu certo Bella Ciao l'inno di tale periodo anche per il fatto che Bella Ciao fu una composizione a tavolino fatta da un gruppo di raffinati cultori della tradizione popolare Il Nuovo Canzoniere Italiano che la presento' per la prima volta  al festival di Spoleto dei Due Mondi del 1964, spacciandola per un canto originario della Resistenza. (Anche qui vedi un mio precedente articolo su questo stesso Blog giustappunto sulla vera origine di questo canto così come quello della prima guerra mondiale O Gorizia tu sei maledetta, da parte del medesimo Gruppo) La vera unica originaria canzone  della Resistenza fu  sul refrain della musica russa di Katyuscia con le parole composte da un medico partigiano amico intimo di Italo Calvino : Felice Cascione. Nel dopoguerra fu sopratutto il precedente e ispiratore Gruppo del Nuovo Canzoniere, nel quale tra l'altro transitarono parecchi esponenti  : I Cantacronache,  che compose con grande sensibilità e innegabile talento le migliori canzoni che sono andate ad ingrossare il patrimonio popolare della musica di protesta, di cui forse il testo e musica più celebri furono quelli de "per i morti di Reggio Emilia" del 1960 di Fausto Amodei che giustappunto era stato uno dei fondatori dei Cantacronache 

venerdì 18 settembre 2020

MENDELSSHON C'EST SUR LE TOIT

 


Tanti tanti anni fa a Parigi, in una delle bancarelle lungo senna (Bouquinistes) capitai un curioso e gustosissimo romanzo "Mendelsshon c'est sur le toit" dello scrittore ceco Jiri Weil. Vi erano una serie di episodi della Praga durante il periodo dell'occupazione nazista, dove con sarcasmo veniva affrontato il tema del cambiamento di immagine anche a livello di memoria, che ogni regime che si sovrappone ad un precedente, tenta di effettuare a livello di collettivo, in una delle sue esternazioni più manifeste, ovvero quella di statue, monumenti.  Nell'episodio che dà titolo al libro, i nazisti ordinano di rimuovere la statua del compositore Mendelsson, in quanto ebreo dal tetto dell'Accademia di Musica di Praga, ma il funzionario preposto, incapace di riconoscerla, opta per rimuovere la statua con il naso più grosso, che era quella di Wagner. Sempre nel medesimo romanzo si parla di un fotografo che girava per le piazze della città, fotografando i monumenti non ancora spostati. Decisamente ce ne aveva di lavoro!!!... e tutto questo mi faceva tornare alla memoria le discussioni e polemiche che si erano avute, tanto per cambiare, ad una lezione di Bruno Zevi su quella ipotesi, assai controversa di "sventrare gli sventramenti", ovvero se sia lecito e legittimo che ogni manifestazione di un passato storico venga rimossa, cambiata, cancellata, avallando così quel principio alquanto inquietante che “la storia la fanno i vincitori” Si era  negli anni settanta, ma la polemica non è certa esaurita se a tutt'oggi, tanto per restare a Praga si accendono furiose diatribe, se ripristinare o meno la statua di Radetzsky!, se quella di Zizkov sia un po’ troppo ardita (la metterei ma la Direzione di FB, tempestivamente  la “banna!” ), e perchè, aggiungo io, non quella di Stalin che dominava maestosa dalla collina di Letna, davvero memoria di un'epoca! Fantasma per fantasma: di lì a poco, con un ulteriore cambiamento di potere, là proprio sotto alle finestrelle dell' orologio astronomico da cui sbucano i dodici apostoli, veniva collocato il modello di un gruppo statuario all' epoca di grande successo: Fratellanza di Karel Pokorny, dove era rappresentato l' abbraccio alquanto focoso di un partigiano ceco con un soldato dell' Armata rossa;  Bhe!? Proprio sotto l’orologio!!!???? , forse era sembrato un po’ troppo e difatti di lì a poco poco dopo verra' deciso di spostarlo nei giardini davanti alla Stazione Centrale, dove c'era una statua del presidente americano Woodrow Wilson, icona della Repubblica di Masaryck, ovviamente rimossa con il cambiamento di ideologia. Il comunismo non è stato un giorno in Cecoslovacchia e di queste operazioni, con tanto di ripensamenti, brillature con dinamite delle precedenti rappresentazioni più o meno monumentali, vuoi con statue o semplici denominazioni toponomastiche di persone e fatti non più "allineati"  ce ne sono a non finire. A proposito del Regime comunista di stampo sovietico affermatosi  dopo la defenestrazione del figlio di Masaryck, Jan,  ecco spuntare un autentico carro armato sovietico  che viene posto su un piedistallo, nel quartiere di Smichov e  verrà addirittura  immortalato in una poesia da Nezval, che indubbiamente cercava di prendere alla lettera quell’Aere perennius” di oraziana memoria.   «Come una statua, come un sepolcro, come il monumento ad un tempo glorioso, / come un trono o come una corona svetta lì a Praga, a Smichov». Non sarà neanche il solo a trarne ispirazione. La foto del carro armato sul piedistallo diverrà anche, per un certo tempo, il soggetto preferito da appaiare al monumento a Stalin nelle guide di Praga dalla metà degli anni Cinquanta. E ancora nel luglio del ' 68, nel pieno della Primavera di Praga, un divertito giornalista del coraggioso settimanale Reporter, innervosito (come gran parte della popolazione) dalla mancanza di notizie sugli spostamenti dei carri armati sovietici che stanno facendo le loro minacciose esercitazioni (segrete) in territorio cecoslovacco, pubblicò - una accanto all' altra - una foto del carro armato di Smichov e una foto tutta bianca. Sotto, le due didascalie precisavano: «Carro armato liberatore», e accanto: «Carro armato segreto». Oggi neanche il carro armato del ' 45 sta più lì al suo posto:  nel ' 91 era diventato per alcuni mesi la pietra dello scandalo nella politica ceca: prima venne pitturato oltraggiosamente in rosa, poi di nuovo in verde, quindi ancora una volta in rosa, fino a che non si decise di riporlo in un più acconcio museo militare. Partendo da tale inarrestabile ecatombe di statue, a molti doveva essere sembrato davvero esagerato il vicepresidente del consiglio Vaclav Kopecky quando, il Primo maggio 1955, all' inaugurazione del mastodontico monumento a Stalin, a Praga, sulla collina della Letna, nel suo discorso ufficiale aveva coraggiosamente dichiarato: «questo monumento è destinato a durare nei secoli». Durerà sette anni e qualche mese. Eppure ci si erano messi d' impegno, e già a partire dal ' 49, in previsione del settantesimo compleanno del Generalissimo. Il concorso aveva prodotto essenzialmente soluzioni stereotipe e semplicistiche: uno Stalin a figura isolata, congelato nel gesto di muovere il passo, le braccia allargate come un Golem da film muto. Vennero esposti, quei modelli, nel dicembre del ' 49, in una sala della Casa di Rappresentanza: deve essere stato davvero inquietante metter piede là dentro, scivolare in piano sequenza lungo quei quaranta e più Stalin in miniatura, braccia larghe e sguardo accattivante... Il vincitore, Otakar Svec, li aveva sbaragliati tutti i suoi ingenui concorrenti, proponendo un imponente agglomerato, un cuneo simbolico che vedeva in testa Stalin con indosso un pastrano militare e in mano un libro. Dietro di lui, sui lati lunghi del parallelepipedo, i bassorilievi che raffiguravano - in due gruppi allegorici di quattro elementi ciascuno - il popolo sovietico e quello cecoslovacco: il soldato, l' intellettuale, l' operaio, il contadino... Una ben studiata campagna trasformerà l' impresa nel megacantiere a cielo aperto della costruzione del socialismo, quasi la sua rappresentazione figurata. Gli scrittori non stavano  più nella pelle e, prima ancora che i lavori vengano avviati, già vedono svettare sulla collina la statua che ancora non c' è. Scriveva  Pavel Kohout, il candido cantore di quegli anni: «Alto sopra la spalliera dei larici e dei viburni assopiti, / intessuto e sognato di marmo e di stelle, / nel so rriso nostro Stalin sorride, / sicura sentinella dei nostri lunghi cammini».Ma a partire dalla solenne inaugurazione di quel «colossale monumento al servilismo ceco e allo stesso tempo alla sua gigantomania» (V. Cerny), avviene però un fatto straordinario: il monumento ormai completato sembra non produrre più scrittura. La relazione segreta di Krusciov al XX Congresso del PCUS del febbraio 1956 (pur recepita in ritardo) spinge i censori alla cautela, gli scrittori al silenzio. La surrealista Eva Medkova scatta al monumento una foto: la macchina fotografica è puntata su Stalin, ma è quasi attaccata al piedistallo, molto in basso. Il risultato è un fantasma irreale, la punta di una scarpa, la piega del pastrano: un' assenza. Un' assenza a cui darà corpo l' esplosione del 20 agosto 1962.  L' esplosione della statua di Stalin, incipit anticipato della Primavera di Praga, darà l' avvio a un revival del monumento che prenderà a riapparire per interposta figura, per allegoria, talvolta persino nella sua ingombrante fisicità. Ma, nel suo primo ritorno, appare solo nella propria assenza. Ciò avviene nel finale del bel cortometraggio di Pavel Juracek Una persona da appoggiare (1963). L' inquadratura si allarga mostrando in lontananza il piedistallo vuoto del monumento. La cinepresa comincia a scendere sui gradini della scalinata. Lo sfondo sonoro trasmette il tonfo ripetuto di una caduta. Quel piedistallo vuoto però inquieta. Si cerca di esorcizzarlo, immaginandoci sopra schermi da proiezione per statisti intercambiabili, o magari uno Svejk da disegno di Lada. In una vignetta uscita il 10 agosto 1968, davanti a un attonito passante un piedistallo vuoto proietta sul muro l' ombra allarmante di un oratore in piena azione: il braccio alzato, un libro stretto nell' altra mano. Aveva ragione Bohumil Hrabal: «Che le lasciassero in pace le statue di Praga...».

 

lunedì 14 settembre 2020

ANCORA IL FESTIVAL DI SPOLETO DEL 1964 ( per "Gorizia tu sei maledetta" )

 

Di canzoni mi piace trattare: trovarne le origini, l'atmosfera, tutto; Ero indeciso se qui nel blog etichettare l'argomento sotto la dicitura "storia" o sotto "folclore"; ho optato poi per il secondo. Ora, come nel precedente articolo, mi ero occupato della più famosa canzone della Resistenza Bella Ciao, ora in questo tratterò invece della Grande Guerra con una canzone anche se non famosa come la precedente, certamente molto nota "O Gorizia tu sei maledetta" : il punto è che v'è più di una caratteristica in comune tra le due: data e luogo di nascita e ideazione della vicenda di entrambi, proprio come era accaduto nel 1816 in una riunione di grandi artisti nella villa Diodati in svizzera in proposito di una epica gara, proposta da lord Byron tra i convenuti su chi in tre giorni scrivesse la più sensazionale storia dell'orrore, proprio quella riunione che vide sorgere due dei miti letterari più inossidabili appunto dell'immaginario orrorifico : Frankestein e il Vampiro rispettivamente per opera di Mary Shelley e William Polidori. Ebbene anche per le due citate canzoni, la prima che ho già trattato nel precedente articolo, la seconda, presente in questo, si può dare una stessa origine, sia come spazio sia come luogo (estate 1964 - Spoleto - il festival dei Due Mondi) sia come intenzione di ripercorrere un certo periodo della storia, entrarvi dentro a gamba tesa non per studio o documentazione, bensì per intervenire in una sua complessa ricostruzione non scevra di una certa manipolazione: ovvero far passare per originale, per coevo un qualcosa che invece è frutto di rielaborazione, ecco proprio come si fa con un romanzo dove la fantasia ha un ruolo preminente. Ho trattato anche di canzoni originali, coeve sia alla Resistenza che sopratutto della Grande Guerra, riferendomi a volte agli alpini, a volte agli arditi, a volte alla tradizione popolare e di protesta, per cui ritengo di possedere gli elementi per poter operare un distinguo: i motivi più ricorrenti delle canzoni riferite alla Grande Guerra quella che per noi rimane la "quindici-diciotto" sono o di bolsa propaganda, oppure come qualche canzone di montagna riadattata o soprattutto i diffusissimi “bomba c’è” ovvero una sorta di stornelli cadenzati da un ritornello che faceva “bom bom bom son tre colpi di cannon”, che furono poi accaparrati dagli arditi dei reparti d’assalto e poi dagli squadristi fascisti, ma che originariamente tra le truppe combattenti avevano proprio una funzione di forte, se non protesta, perlomeno di critica ironia e di soffuso malcontento: ad esempio uno dei più famosi dei “bomba c’è”, anche perché ad idearlo e cantarlo per la prima volta sembra sia stato “er Sor Capanna” il celebre stornellatore di Roma, è il notissimo e diffusissimo “il generale Cadorna, ha detto alla Regina – se vuoi veder Trieste la vedi in cartolina!” sembra un motivetto ironico e scherzoso, ma per impedirne la diffusione verbale era stata addirittura indetta una circolare da parte dello Stato Maggiore, con tanto di quel celebre “firmato Cadorna!” e dava gran da fare ai Tribunali Militari, perché se qualcuno veniva sorpreso a cantarlo, non solo militari, ma anche civili, incorreva in severe sanzioni. In effetti anche gli altri “bomba c’è” prima dell’appropriazione degli arditi che avevano cambiato il ritornello col più veemente “bombe a man e carezze col pugnal” che sarà conservato anche dai fascisti, erano sempre sullo sfondo di quella rassegnata ironia nei riguardi della guerra in corso, che citava luoghi e battaglie non certo in maniera di propaganda “a destra dell’Isonzo ci sta una passarella , se stanco sei di vivere, dovrai passar per quella”“se metti in fila gli ossi di Monte Sabotino fai dieci volte il viaggio tra Tripoli e Torino” “sul Monte San Michele ci sta la cima uno, vi salgono su tutti non torna giù nessuno!” “il nostro battaglione è un pochettino scarso abbiam lasciato il resto sul San Michel del Carso”e facendosi a volte anche decisamente irriverente verso i Superiori comandi “i fregni che ogni giorno ti schiaffano un discorso, invece che sul Carso, lor marciano sul Corso” “il nostro battaglione ha fatto la battaglia, a quei che stanno a Udine, ci han dato la medaglia” e magari come nel diffusissimo “tra Cividale e Udine ci stanno gli imboscati, portan gambali lucidi e capelli impomatati” con il ritornello che veniva sostituito da un più incisivo e circostanziato “din, don, dan, e al fronte non ci van”. Ecco! la vera rabbia del soldato, del combattente: non tanto contro la guerra, contro il pericolo, i sacrifici, le fatiche, la morte, quanto contro quelli che riuscivano a sottrarsi agli obblighi della guerra, e non solo i figli di papà, raccomandati che eludevano il richiamo alle armi ma anche contro quelli che stavano dietro un ufficio, in un ospedale lontano dal fronte e anche in uno degli esecrati "Superior Comandi" con punta massima nel Comando Supremo di Udine, ironicamente chiamato “il trincerone” con l’epiteto di “Dorta” dal nome del caffè che vi era a ridosso, dove stavano, lui, il famoso “firmato” e fior fior di Generaloni e quegli azzimati ufficiali di Stato Maggiore cui faceva allusione lo stornello. Ecco ! tutti questi figuri, venivano denominati “imboscati” e il termine era divenuto, in generale, il più odiato, il più esecrato e maledetto, dall’enorme massa dei combattenti di prima linea, altro che il bonario “Cecco Peppe” o le truppe dell’Imperial Esercito austro-ungarico. Come dice palesemente durante un assalto Gian Maria Volonte’ nel film “Uomini Contro” smettendo di avanzare, ma voltandosi dietro “soldati il nemico non è avanti a voi, ma dietro…. eccolo li’!!!!” fa indicando il famigerato Generale Leone. Ecco io dico che tra queste due istanze; quella ironica e canzonatoria di un antimilitarismo molto circostanziato e appuntato sul fenomeno degli imboscati, (che poi nel dopoguerra darà avvio a quello contro i cosidetti “pescicani” ovvero quelli che dalla guerra avevano tratto profitti) e quella melanconica e struggente erede e evoluzione della canzone popolare soprattutto di montagna, va circoscritta la canzone di protesta italiana durante la Grande Guerra. All’ironia beffarda e canzonatoria dei Bombacè, si giustappone la struggente melanconia dei canti di montagna e di trincea dove non vi è nessuna impronta, oleografica, propagandistica o patriottico, ma si parla piuttosto di nostalgia per la casa, per la famiglia, di morose lasciate al Paese, e anzi alle morose viene data loro parola “dove sei stato mio bell’alpino?” fa una di loro “dove ghe sta che ti gà cambià colori?” e ancora ... perché all’aria dell’Ortigara cui il bell’alpin adduce il suo pallore c’è un rimedio che la bella di turno non esita a proporre “ma i tuoi colori, ritorneranno questa sera a far l’amore!”, però c’è anche un'altra che mestamente dice “ti ricordi la sera dei baci" e rammenta “ mi promise la Pasqua sposarmi, ma il destino non volle così, bell’alpino che avevi vent’anni su in trentino sei andato a morir...lasciandosi andar ad una sorta invettiva nella strofa finale rivolgendosi alle ragazze in genere “ragazzette che fate all’amor, non piangete, non state a soffrir, non v’è al mondo più grande dolore che vedere un alpino morir!” “ Ma come?” si obietterà “Gorizia tu sei maledetta?” non citi la più famosa canzone contro la guerra, quella che nel film Novecento il regista Bertolucci dà come leit-motive a tutte le sequenze che trattano appunto la guerra!???? Ecco appunto Bertolucci, la quintessenza della faziosità e dell’anti storicità, non il tutto sommato banalotto errore di Rosi in uomini contro che fa mettere le mostrine ad un Tenente Generale comandante di Divisione (erano le Brigate non le Divisioni che caratterizzavano le mostre sul colletto e un Tenente Generale che comandava una divisione che comprendeva due Brigate non poteva logicamente portarne quelle di una sola) o quelli decisamente più gravi di Olmi nel suo recente film che scambia i gradi sui berretti degli ufficiali e in prima linea fa rinunciare al suo comando ad un capitano, mostrando di ignorare che un simile portamento avrebbe comportato l’immediata fucilazione per viltà in faccia al nemico. Ma certo Bertolucci e il suo Novecento sono paradigmatici della mistificazione, film, per carità eccezionale per la fotografia plasmante di Storaro, ma decisamente un insulto alla storia come lo definì Giorgio Amendola, che ai due protagonisti nati lo stesso giorno della morte di Verdi 27 gennaio 1901 fa fare tutta, dico tutta la Grande Guerra dal Carso a Vittorio Veneto, appunto sulla nenia della canzone “O Gorizia tu sei maledetta”, quando come è noto l’ultima classe che prese parte alla guerra furono i famosi “ragazzi del ’99). La verità è che la prima volta che si sentì parlare di "O Gorizia tu sei maledetta" fu anche la prima volta che si sentì Bella Ciao, ma con maggiore vena polemica anzi di vero a e proprio alterco, sempre in quel famoso Festival dei Due Mondi di Spoleto del 1964, giustappunto più parlare che cantare, date le accesissime polemiche che essa aveva suscitato per la sua presentazione e provocatoria esecuzione sul palcoscenico del Festival, che ne era stata fatta da esponenti del “Nuovo canzoniere Italiano”, ovvero quell'associazione musicale che si rifaceva al Gruppo dei “Cantacronache” di cui ho parlato in proposito del precedente articolo su "Bella Ciao" Furono proprio esponenti sia dell'antico Cantacronache che "di tale “Canzoniere”, Fausto Amodei, Michele Straniero e la cantante Sandra Mantovani, che a Spoleto nel giugno del ‘64 attaccarono i versi e la nenia della canzone” O Gorizia tu sei maledetta”, suscitando un vero putiferio, per il senso estremamente crudo del testo “o vigliacchi che voi ve ne state colle mogli nei letti di lana, spregiatori di noi carne umana…”il frasario non è da “umil fante“della prima guerra mondiale, e meno che mai di reparti speciali, tipo arditi, non c’è alcun senso di ironica provocazione, intento canzonatorio o di rassegnata melanconia , tipo i Bombacè o le canzoni degli alpini, laddove invece la malinconia si fa rabbia e pura invettiva, come indica il titolo stesso della canzone e ulteriori brani del testo sempre violentissimo, “traditori signori ufficiali che la guerra l’avete voluta, scannatori di noi carne venduta, rovina della gioventù, questa guerra ci insegna a punir” (in una successiva interpretazione il “scannatori” diventa “spregiatori” e il carne venduta, diviene “carne umana” fu tolta la frase “rovina della gioventù, ma rimase il “questa guerra “sostituendo il “punir” con il “pugnar” ) fu proprio questa la strofa, che in verità non era stata prevista, ma che a causa di un abbassamento di voce della Mantovani, fece prendere la palla al balzo a Michele Straniero per inserirla nell’esibizione, con ulteriore intento provocatorio, e che scatenò quel putiferio, tra grida, insulti, improperi, lancio di oggetti, portando alla interruzione e provocando anche una denuncia per “vilipendio delle Forze Armate” ma che ebbe anche larga diffusione nella stampa, decretandone un successo inusitato. Canzone terribile ma anche stupenda, davvero la quintessenza dell’atmosfera della prima guerra mondiale, però, c’è da dubitare fortemente che la canzone sia originaria o anche solo lontanamente riferibile a tale periodo: troppo “invettiva/manifesto” che dà tutta l’idea della composizione a tavolino, molto molto dopo gli eventi reali. Fu detto, così molto informalmente, che un anonimo militare l’aveva sentita intonare da soldati subito dopo la presa di Gorizia nell’agosto del 1916, ma francamente ci credo poco : la censura militare, i famigerati Tribunali Speciali erano fin troppo attivi durante quella guerra e se davano luogo a denunce e punizioni solo se qualcuno intonava il bombacè della cartolina di Trieste o portavano a severissime inchieste per un cartello, dove degli anonimi soldati avevano denominato la propria Brigata “Brigata Coglioni” facendo cenno ad una usanza molto diffusa, data la poca fantasia dei "Superior Comandi", che faceva si che le Brigate che si erano maggiormente distinte in fatti d’armi, venissero sempre preferenziate in ulteriori azioni estremamente pericolose, erano cioè “sfottute” dando motivo a quell’epiteto di “Brigate coglioni”; difficile quindi per non dire impossibile che una canzone corale di tale impatto potesse essere cantata da reparti combattenti di prima linea . La verità è che mai e poi mai, prima di quel Festival dei due Mondi del 1964, neppure chessò alle manifestazioni del PCI, ai Festival dell’Unità, si era accennato alla impietosa “O Gorizia tu sei maledetta!” ho il fortissimo sospetto che autori del calibro di un Amodei, di uno Straniero, di un Liberovici di una Mantovani, che avevano fatto parte sia dei Cantacronache che del Nuovo Canzoniere Italiano, e quindi esperti e raffinati musicisti abbiano voluto fare una piccola forzatura storica, per carità non della gravità di quelle mistificatorie alla Bertolucci o alla Olmi, ma di una certa revisione temporale: rinunciare alla paternità del testo e musica e trasferirne l’origine ai fatti di origine quella mattina del 5 di agosto in cui “si muovevan le truppe italiane, per Gorizia e le terre lontane, doloroso ognun si portò”… quella “pioggia che cadeva a rovescio” quel “grandinare di palle nemiche” e quei “monti, colline e gran valli” dove si moriva appunto dicendo “o Gorizia tu sei maledetta” eh si! …. non me la sento proprio di attribuirla ad anonimi fanti di quel 1916. Questo mio sospetto, sia detto per inciso, non inficia per nulla la valenza e la straordinaria portata della canzone , che rimane ed è, una delle più struggenti canzoni, se non della, perlomeno sulla Grande Guerra !

domenica 13 settembre 2020

BELLA CIAO (ma solo dal Festival di Spoleto del 1964)

C' è stato chi ha proposto di sostituire Bella ciao al posto dell'Inno di Mameli. Per la verità non c'è paragone tra musica e anche le parole, così incalzanti ed entusiasmanti in Bella Ciao e di converso retoriche, melense del nostro Inno Nazionale. Non a caso la prima viene adottata in svariati contesti sempre dove ci sia in gioco qualche cosa, che anche vagamente ricordi la Libertà, ad esempio molto recentemente e' stata eletta a colonna sonora di una serie entusiasmante di Netflix come La Casa di Carta, cantata a squarciagola nei momenti più salienti della vicenda e andando a rappresentare l'intera produzione, non solo nelle sue apparizioni per tutte le piazze, spagnole, ma anche italiane, francesi, e perfino d'america, d'africa e del Giappone appunto con il famoso refrain "oh bella ciao, ciao, ciao..." Bella ciao quindi e non una , ma cento, mille, un milione di volte, però attenzione , quando diciamo una canzone della Resistenza , eh bhe facciamo attenzione, perchè Bella ciao non è un canto "della" Resistenza , ma semmai "sulla Resistenza" . Dice Wilkipedia : " Bella ciao è una canzone di lotta cantata dai simpatizzanti del movimento partigiano italiano durante e dopo la seconda guerra mondiale che combattevano contro le truppe fasciste e nazista; dopo la guerra una canzone similare sembra sia stata cantata al primo festival della gioventù comunista che si tenne a Praga nel 1947 e al quale partecipò Italo Calvino (che però non ha mai fatto cenno di aver udito un qualcosa di simile) Anche gli storici della canzone italiana Antonio Virgilio Savona e Michele Straniero hanno affermato che Bella Ciao fu poco cantata durante la guerra partigiana, dove invece imperava quel "fischia il vento” scritta sulla musica della canzone russa Katiuscia dal medico e partigiano Felice Cascione, morto in battaglia medaglia d’oro al valore, intimo amico di Italo Calvino (ancora lui). Quindi su Bella ciao siamo al “forse”, con zero accredito in quel festival a Praga e sempre zero in merito ad una sua diffusione perlomeno per tutti gli anni cinquanta e la prima parte degli anni sessanta Bisogna dire che Wilkipedia però si corregge, e ammette l’assunto “Molti credono che la canzone sia stata l'inno della lotta di resistenza italiana al nazifascismo". In realtà, come appurato da più fonti, Bella ciao è diventata l’inno ufficiale della Resistenza solo vent’anni dopo la fine della guerra. La sua diffusione nel periodo della lotta partigiana non è stata mai accreditata, anzi i suoi più celebri esponenti tipo il giornalista Girorgio Bocca che fu un partigiano militante ha più volte seccamente ribadito che lui una canzone e parole simili durante la guerra non l'aveva sentite mai: Assodato quindi che Bella Ciao non era la canzone simbolo della resistenza, con molta più aderenza alla realtà si può però affermare semmai che è stata l' invenzione di una tradizione ad posteriorem e anzi per far proprio bene le cose mettiamoci anche un Festival, il Festival dei Due Mondi e precisamente quello di un anno particolare il 1964, il primo anno dopo-Kennedy nel mondo, l'anno della morte di Togliatti, degli inizi della guerra del Vietnam e della minaccia nucleare rappresentata dalla candidatura alla Presidenza USA di Barry Goldwater . Ecco appunto il Festival di Spoleto del 1964 di cui magari ci sarebbe di parlare di un'altra canzone, che solo da quell’estate e da quell’evento/ manifestazione, ha assunto grande notorietà : questa volta sulla Grande Guerra : “O Gorizia tu sei maledetta” Come Frankstein e il Vampiro debbono la loro comune origine a quella famosa gara di Villa Diodati del 1816, così anche le due più famose canzoni, rispettivamente della prima e della seconda guerra mondiale, debbono la loro comune origine a quel movimentatissimo Festival di Spoleto del 1964 dove si ebbero tafferugli, intervento della polizia, denunce e strascichi di polemiche. Gia’ ma chi c’era dietro quel famoso Festival? Ebbene c’erano due dei più raffinati storici e apologeti della canzone popolare e di protesta, Antonio Virgilio Savona e Michele Straniero , che assieme ad altri intellettuali e cultori del folklore nazionale Fausto Amodei, Sergio Liberovici , Margot Galante Garrone provenivano dal Gruppo dei “Cantacronache” che aveva dato largo spazio alla canzone popolare nell'arco di circa cinque anni (1957-1962) di attività ideando decine di nuove canzoni con l'apporto, per i testi, di scrittori e intellettuali di spicco come Calvino, Fortini, Rodari, Eco (il testo probabilmente più famoso del repertorio, in sott'ordine solo a Bella Ciao è "Per i morti di Reggio Emilia" composto e inciso da Fausto Amodei all'indomani della strage di Reggio Emilia del 7 luglio 1960. Il gruppo di Cantacronache si dedicò contestualmente anche al recupero della canzone politica e della Resistenza, proponendo anche su disco brani sociali della tradizione popolare italiana. Negli anni trionfali del Festival di Sanremo e delle canzoncine melense e leggere, la proposta dei Cantacronache fece fatica ad affermarsi al di là di ristretti ambienti fortemente politicizzati, e nel 1962 il gruppo si sciolse. Due dei suoi membri, Amodei e Straniero, proseguirono l'attività di riscoperta del canto sociale all'interno del Nuovo Canzoniere Italiano, facendo leva su di un Rivista fondata da Roberto Leydi e Gianni Bosio, che si proponeva di studiare la canzone popolare italiana, con lo scopo dichiarato di recuperare una narrazione delle vicende storiche dal punto di vista del popolo. Bosio era il direttore delle Edizioni "Avanti" , casa editrice collegata al giornale del PSI, e perciò faceva pubblicare il periodico dall'editrice che dirigeva. La rivista fu chiamata Il Nuovo Canzoniere Italiano e cominciò a uscire alla fine del 1962. Nel 1963 si aggiunsero molti collaboratori, che formarono un gruppo numeroso di persone interessate all' etnomusicologia e alla canzone politica. Oltre ai già citati personaggi di provenienza dai Cantacronache aderì la cantante impegnata Sandra Mantovani, moglie di Leydi, cui fecero seguito numerosi altri artisti egualmente impegnati, che si adoperarono con spettacoli, manifestazioni, convegni a diffondere la canzone di stretto impegno politico. Ed è proprio nell’ottica di tali spettacoli/manifestazioni che va appunto collocato lo spettacolo più famoso del Nuovo Canzoniere Italiano, che fu giustappunto chiamato “Bella ciao” un programma di canzoni popolari italiane, autentico caposaldo del folk revival nostrano, rimasto nella storia, che ebbe grande successo di pubblico e critica, e se ne realizzò anche un LP da quel recital organizzato da Filippo Crivelli, Franco Fortini e Roberto Leydi, appunto per il sopradetto Festival dei Due Mondi di Spoleto. Gli interpreti erano Sandra Mantovani, Giovanna Daffini, Giovanna Marini, Michele Straniero, il Gruppo di Piadena, accompagnati dalla chitarra di Gaspare De Lama, ed è da qui, non prima, che sentiamo palesemente e inequivocabilmente nominare parole e musica di "Bella Ciao




la canzone che si affermerà come simbolo della Resistenza

domenica 6 settembre 2020

QUANDO COMINCIA LA CANZONE NAPOLETANA?

 

La data, non dico di inizio, ma insomma quasi, è il 1835! Ancor prima del “succede un quarantotto”, prima delle guerre d’Indipendenza, di Garibaldi, del matrimonio di Franz Joseph e Sissi, di Cavour, della Contessa di Castiglione. Per l’appunto è in quest’anno, che tradizionalmente si fa cominciare la storia della canzone napoletana, anche se qualcuno però pospone al 1839; Un inizio che ha il suggello di uno straordinario successo di una canzoncina, scritta da un certo Sacco, ma impreziosita da un’aria composta nientemeno che da Donizetti, che fa il giro di tutti gli Stati d’Italia, con epicentro però a Napoli, quella città che qualche anno dopo, sempre un’altra famosa canzonetta etichetterà come “Chisto è ‘o paese d’o sole!”. Quella Napoli, con il retaggio di antica capitale imperiale, e dove ancora moltissimi ricordavano il Maresciallo dell’Impero, Gioacchino Murat, coi suoi pennacchi, le uniformi sfavillantin con moglie una sorella di Napoleone, famoso per la sua irruenza e le travolgenti cariche di cavalleria, che accompagnato nel suo insediamento a nuovo Re di Napoli dal segno infausto e temutissimo dalla popolazione partenopea del mancato sciogliersi del sangue di san Gennaro, aveva radunato i preti e senza tanti preamboli li aveva avvertiti che se l’indomani il sangue non si fosse sciolto, avrebbe tagliato a tutti la testa; risultato: alla ripetizione del “miracolo” il sangue non si era limitato a sciogliersi, ma addirittura a bollire. Ma parlavamo del successo di quella canzoncina, un successo travolgente, quello che anni dopo avrebbe avuto l’epiteto di “tormentone”, ma che certo non doveva durare una sola estate….appunto quella “Te voglio bene assaje” dalla musica deliziosa di cui anche le parole, seppur non certo originali, accarezzavano il gusto, i sentimenti, che forse non hanno epoca, ed il cui seguito non proprio esaltante “e tu nun pienze a me” accentuava anche la sottesa malinconia dell’amore non corrisposto, impossibile, a volte tragico, cavallo di battaglia dell’ancora imperversante movimento romantico, nell’anno di grazia 1835 o anche 1839. Per quanto l'origine della canzone sia tuttora oggetto di discussione, è certo che essa ebbe immediatamente un enorme successo, dato che in pochi mesi furono vendute ben 180.000 copielle, ossia gli spartiti e le parole, stampati e distribuiti su foglio. Inoltre per molte edizioni della Festa di Piedigrotta questa canzone fu intonata quasi ad inno ufficiale della musica napoletana. La risonanza della canzone fu tale che il giornalista Raffaele Tommasi, sul settimanale letterario "Omnibus" disse "Sfido chiunque dei miei lettori a dare un passo, o a ficcarsi in un luogo dove il suo orecchio non sia ferito all'acuto suono di una canzone, che da non molto da noi introdottasi, trovasi sulle bocche di tutti, ed è venuta in sì gran fama da destar l'invidia dei più valenti compositori". L'ossessionante ubiquità della melodia, cantata in tutta la città, e anche fuori Napoli, provocava come abbiamo visto articoli di giornali, commenti di ogni genere e anche a volte poesiole come quella di un nobile napoletano che diceva “Matina, juorno e sera fanno sta tiritera, che siente addò te vuote, che siente addò tu vaje I te vojo bene assaje e tu nun pienze a me”. Il fatto però che le “copielle” erano già diffusissime, fa pensare che sì “Te voglio bene assaje” fu la prima canzone di grande successo, ma che si inseriva in un contesto già ricco di storia e tradizione musicale quale quello partenopeo. Le “copielle” erano dei fogli che contenevano testi e spartiti di canzoncine particolarmente in voga che venivano vendute in negozi musicali, nelle prime case editrici musicali, ma anche da musicisti itineranti che suonavano in varie parti della città e in special modo, chissà perché, davanti le stazioni di posta e per tale motivo furono detti “posteggiatori”; e la “posteggia”, appunto, corredata di copielle, per cui ognuno che avesse qualche rudimento di musica poteva replicare il refrain, si era andata diffondendo già ben prima del grande successo di “Te voglio bene assaje”. Dobbiamo a Guglielmo Cottrau, un francese di Strasburgo che si trasferì a Napoli al seguito di Murat e naturalizzato napoletano con il ritorno dei Borboni, il recupero di buona parte del patrimonio musicale partenopeo che risaliva addirittura a Federico II di Svevia e aveva pieces di diffusione internazionale tipo la “villanella alla napoletana” del ‘500 e la ben più famosa “tarantella seicentesca”, la “pizzica”. Questo ricchissimo patrimonio inglobava tradizioni musicali di un po’ tutto il meridione, Sicilia compresa (i Reali domini al di là del Faro), e Cottrau, che era tra l’altro stimato amico di Bellini e Donizetti, enfatizzando la composizione, magari rielaborata di antiche canzoni e ballate, tramite tali “copielle” assicurò la continuità e anche la ulteriore diffusione della tradizione musicale partenopea e meridionale; inoltre con la pubblicazione di veri e propri saggi, tipo i “Passatempi musicali “che uscirono in 6 fascicoli dal 1827 al 1847 e nel ‘41 “Les mélodies de Naples et ses environs” scritto in francese e pubblicato a Parigi, aveva dato un suggello dotto e culturale all’argomento con una diffusione internazionale. Ma lo stesso Cottrau proprio in merito alla canzone che abbiamo eletto a pretesto di questa dissertazione, una decina d’anni dopo (o sei anni, secondo l’altra interpretazione) nel dicembre 1845, esprimeva in una lettera alla madre il suo disorientamento di fronte ad un successo che evidentemente non accennava a diminuire. Un grande, grandissimo successo dunque a monte della grande tradizione della canzone napoletana, ma anche diverse occasioni di diffusione più capillari e popolari tipo la “posteggia” e la circolazione delle “copielle”, oltre che un altro particolare meccanismo che si cominciò a diffondere nello stesso periodo, la cosiddetta “periodica” che quasi certamente ebbe la ventura di portare a battesimo proprio lo strepitoso successo di Sacco e Donizetti. Le “periodiche” erano una sorta di riunioni settimanali, festose e spensierate che si svolgevano tra famiglie amiche, ma aperte all’occasionale partecipazione popolare che arricchiva l’atmosfera, impadronendosi delle melodie più accattivanti e contribuendo in questo modo alla diffusione per tutta la città. In seguito le “periodiche” riuscirono a trovare una vera e propria istituzionalità in feste organizzate, tipo quella famosissima di Piedigrotta, costituendo nel contempo, grazie appunto alla loro periodicità, un antecedente del Cafè-Chantant. Il luogo di queste manifestazioni era quanto mai variegato: poteva essere un salotto, una terrazza, ma più spesso e volentieri era una strada, una piazza, un cortile, dove si ballava ma soprattutto si cantava e fu esattamente là dove non pochi dei grandi artisti che contrassegnarono la grande stagione della canzone partenopea, Maldacea, Narciso, Ersilia Sampieri, Elvira Donnarumma, si fecero le ossa. Alle Posteggie, alle periodiche e alle copielle, nei successivi decenni si aggiunsero per diffondere musica e canto altri espedienti: i cosiddetti “casotti”, dei rudimentali teatrini allestiti alla meglio in un basso o in una baracca; il frequentissimo “pianino ambulante”, che forse ancora oggi è possibile vedere e ascoltare in qualche vicolo a ridosso del Pallonetto e della Pigna Secca, e che davvero portava la canzone in ogni angolo della città. Napoli dopo il passaggio al regno d’Italia nel 1861, è sempre una grande città, molto più grande delle capitali che si successero: Torino, Firenze e anche della stessa Roma, che nel 1870 non contava neppure duecentomila anime. Napoli col suo spirito allegro e canterino doveva moltiplicare i luoghi di incontro, i caffè, le osterie, le birrerie, dove le precedenti occasioni per “pazzià” si andavano sempre facendo più stanziali e meno occasionali. Dalla strada la canzone passò al piccolo palco, alla pedana, al gazebo di un caffè che di lì a poco assumerà la dicitura francesizzante di “Chantant”...o cafè sciantant!. Due anni dopo l’unità, nel 1863, c’era stato il ripetersi di uno strepitoso successo, non della proporzione di “Te voglio bene assaje”, ma insomma tale da meritare l’interessamento di un Salvatore Di Giacomo che ne registrò l’evento: “Dimme ‘na vota sì”. “Un giorno“ racconta appunto Di Giacomo “capitò nel negozio di musica di Federico Girard, Totonno Castelmezzano che mostrò ad un compositore emergente che frequentava il negozio, Carlo Scalisi, i versi di una canzone che aveva comperato per due centesimi, chiedendogli di improvvisare un motivo. In quattro e quattr'otto la canzone era composta e tutti i frequentatori del negozio applaudendo presero a cantarla in coro”; Girad molto oculatamente si assicurò subito l’esclusiva per il suo catalogo e “Dimme ‘na vota sì” quasi eguagliò il successo di “Te voglio bene assaje”. Intorno agli anni settanta dell’ottocento la Festa di Piedigrotta che era stata in verità poco più di una periodica e posteggia e che era ulteriormente decaduta con la fine del Regno Borbone, non essendo più accompagnata da parate militari e dalla presenza dei Reali, riprese vigore e divenne in breve la maggiore occasione per la presentazione delle nuove canzoni da parte delle case musicali. Fu proprio durante la Piedigrotta del 1880 che esplose il terzo strepitoso successo della canzone napoletana, quello di “Funiculì, funiculà”. Ed è con questo terzo grande successo, il cui testo scritto dal giornalista Giuseppe Turco era ispirato al fatto di cronaca dell’inaugurazione della funicolare di Napoli per il Vesuvio, e la cui musica, influenzata dalla canzone popolare “lo zoccolaro”, sviluppata e arrangiata con sapiente maestria dal compositore Luigi Denza, pubblicata dalla storica Casa Editrice Musicale Ricordi, che si entra nella grande stagione della canzone napoletana, quella conosciuta in tutto il mondo con centinaia di canzoni stupende e colonna sonora di un mondo incantato, quasi magico, fatto delle atmosfere del cafè chantant, dei teatri, dei saloni, che, come la pizza, prendono il nome della Regina Margherita, con le sue sciantose, gli artisti straordinari, le passeggiate per l’elegante Via Caracciolo, gli ufficiali in alta uniforme, i landò, le bellissime donne, ma anche le miserie dei bassi, i vicoli sudici, la miseria e la struggente malinconia di “Partono 'e bastimente pe' terre assaje luntane..”dalla canzone “Santa Lucia luntana” di E.A.Mario, il compositore di “La Canzone del Piave” che quasi a ratifica di un mondo che oramai la prima guerra mondiale aveva cancellato, scrisse nel 1919.







lunedì 31 agosto 2020

LE CANZONI DEGLI ALPINI

 

Già dal titolo si capisce che l’argomento del  presente articolo è un seguito, direi un necessario correlato,  di quello sul cappello degli alpini:  “…e mi farò soldato nel mio reggimento”   la canzoncina allude al diverso tipo di arruolamento del nuovo tipo di militari, regionale e non nazionale, così come caldeggiato dalla relazione del Capitano Perrucchetti:  nessun coscritto difatti avrebbe potuto dire e tanto meno cantare  una cosa simile, dopo il 1872 se non fosse stato  inquadrato appunto nel Corpo militare degli alpini che potevano parlare del loro Distretto, del loro Reggimento fin da bambini, sapendo che proprio  lì’ ci avrebbero fatto la naja; la canzone è “sul ponte di Bassano” una delle più famose e anche tra le prime canzoni degli alpini, certamente precedente a quella Grande Guerra, che segnerà come una apoteosi nella ideazione e composizione di un numero impressionante di canti e canzoni, infinitamente superiore a quello di qualsiasi altro Corpo militare italiano  e forse di tutto il mondo. Canzoni  che sono entrate  a pieno titolo nel patrimonio di tradizioni musicali del Paese. Certo ha sempre giocato la tradizione montanara, cui ovviamente gli alpini hanno fatto riferimento fin dall’inizio, canzoni ecco come “il ponte di Bassano” che dà quell’indicazione del “mi farò soldato” si da non retrocedere la data della composizione a prima del decennio settanta dell’ottocento, canzoni  che si cantavano nelle valli, per i boschi, soprattutto nelle escursione tra i monti e che erano legate alle diverse località cui quasi sempre le musiche fanno cenno,  non solo Bassano e il suo celeberrimo Ponte…“quando saremo fora, fora per la Valsugana….”  “la Montanara, che si sente tra boschi e valli  d’or…” “quel mazzolin di fiori” che, ovviamente è  ben precisato, “vien dalla montagna “. E’ una impronta che  si sente anche nei canti prettamente militari, che in effetti per lo più parlano pochissimo di guerra, assalti e roba del genere, ma vi fanno  semmai un  sotteso e mai troppo entusiastico riferimento.  Il curioso, come è stato detto,  è che quasi tutto  tale  patrimonio si sia composto quasi integralmente durante la Grande Guerra del ‘15-18; quattro anni a stretto contatto con la morte, tra sacrifici e privazioni, debbono aver stimolato la vena poetica, ideativa e canterina  dell’anonimo compositore alpino, che anche questo è da rimarcare, difficilmente  si possono trovare gli autori specifici di questa o quella canzone per bellissima che sia; sembra quasi che l’atmosfera  della guerra, tra l’altro molto poco  compresa, specie tra le classi popolari, montanari, contadini, anche contrabbandieri, abbia cementato quel certo spirito di appartenenza  ad un sostrato comune facendo emergere del tutto naturalmente  e spontaneamente inusitati talenti musicali. Prima della  grande guerra gli alpini non risulta che avessero questo poi sterminato parco musicale: per lo più cantavano le canzoni delle loro Valli e dei loro Monti e magari qualche musichetta ripresa dall’apparato militare  nazionale, quale ad esempio l’allegra marcetta della Bella Gigogin, che risaliva a prima dei moti Risorgimentali, difficile che intonassero  musiche un tantino più ufficiali, tipo “addio mia bella addio” “l’inno di Garibaldi””la bandiera di tre colori”. Durante la prima guerra d’Africa  la canzone più in auge  era  pure una sorta di marcetta che faceva riferimento ad un “africanella Cassera” per ribadire un po’ spocchiosamete “italia resta in Africa” cosa che, causa la battaglia di Adua, cui anche gli alpini presero parte,  andò alquanto diversamente. Sembra però che il canto della Grande Guerra “e Cadorna manda a dire…” avesse un precedente,  proprio in tale periodo, dove  invece di Cadorna ad avere “bisogno degli alpini” fosse il Generale Baldissera, il che magari può far argomentare se tale canzone risalisse proprio ai primi tempi della vicenda africana e cioè sul finire degli anni ottanta dell’ottocento, dopo le spedizioni “Di San Marzano e Orero” quando appunto Baldissera fu il massimo grado militare in Eritrea, oppure dopo Adua,  sette anni dopo, quando appunto lo stesso Generale vi fece ritorno, per cercare di  porre rimedio al disastro che aveva combinato Baratieri. In Libia  la canzone più diffusa era senza dubbio la famosissima “Tripoli bel suol d’amore”  che la cantante Gea della Garisenda intonava con tanto di tricolore, vestita da marinaretto e spesso e volentieri anche  calcando il cappello di bersagliere, ma mai  quello degli alpini. Certo  c’erano anche canzoni tipiche della Naja, come “macchinista del diretto” che i soldati già prima della Libia cantavano, così come probabilmente altri canti del genere che hanno fanno parte dell’armamentario di quello che fu il militare di leva, dai trentasei mesi di quei primi del secolo “trentasei mesi di pastasciutta, mamma che brutta a fare il soldà” “manda i soldi caro papà, che qua mal si sta”,  ai 12 di  prima dell’abolizione, canti, dove si parla sempre di disagi, di soprusi dei  superiori e relative vendette, magari solo cantate “si scende in piazza d’armi con tutti gli ufficiali, sergenti e caporali che se li …., diciamo …“fila”…. più?.. ma ancor più,  si va sulla falsa riga dei Canti Goliardici, dove imperituro e ricorrente è il tema erotico/sessuale  in un’accezione  scollacciata, sul triviale, diremmo oggi, esclusivamente maschilista. Non si contano  i vari “figlia ti voglio dare per sposa, un Generale, un Colonnello, un capitano, financo un semplice caporale”   e tutti a conclusione scontata : niente!per ognuno c’è sempre il suo correlato a palese defaillance sessuale, l’unico che avrà l’entusiasta beneplacito della fanciull sarà il congedante  e sul perché, superfluo sottolineare che è sempre  dominante la più marchiana coloritura sessuale: con “congedante” fa rima difatti un certo capo di abbigliamento femminile, che questi senza troppi complimenti provvederà a strappare. Con la Grande Guerra gli alpini, come abbiamo osservato, diventano gli assoluti protagonisti della canzone militare;  è scontato che  vanno usufruendo sempre più di un patrimonio  di tradizioni regionali a carattere montano di sempre maggiore entità, canzoni che parlano di Monti, di Valli, di belle morose, ecco! Sempre di morose “Il 29 giugno” quando che si taglia il grano, già ma è anche il giorno in cui nasce una bella bambina con una rosa in mano” “la Paganella” “Dove te vet Mariettina” “all’Ospedale di Genova” “la Smortina” “ai pret le biele stele””o ce biel Chieschiel a Udin” canzoni che costituiscono la tradizione, al pari  di altre specifiche militari di alpini, a cominciar dall’inno stesso  del Corpo “trentatré” al celeberrimo “sul cappello che noi portiamo”  quindi “mi sum alpin, me piace el vin”, e quelle dove la guerra comincia timidamente a fare capolino come “Oh Dio del cielo se fossi una rondinella …” dove  allo struggimento della “morosa” lontana c’è prima l’invito a raggiungerla “prendi la secchia e vattene alla fontana, là c’è il tuo amore che alla fontana aspetta” ma subito dopo  un ben ordine ben più crudo: “prendi il fucile, innesta la baionetta e vattene alla frontiera, la c’è il nemico che alla trincea ti aspetta”  Probabilmente la prima canzone specifica che parla non solo di militare, ma di guerra è “Monte Nero” che racconta musicalmente appunto una delle prime imprese militari dei  battaglioni Fenestrelle, Pinerolo, Susa ed Exilles del 3° reggimento alpini, battaglioni che sotto gli occhi di un Colonnello che piangeva “a veder tanto macello” conquistarono appunto la cima del monte all’alba del 16 giugno 1915. Le cose cominciano a farsi dannatamente reali, il Colonnello in questione è un personaggio reale, Donato Etna, che già aveva avuto un momento di celebrità per essere stato il comandante del battaglione Morbegno, quello in cui fu fatto l’esperimento del plotone grigio, che doveva introdurre il grigio verde in tutto l’Esercito. Donato Etna coi suoi baffoni paciosi che diverrà Generale d’Armata e che tutti sapevano essere un figlio illegittimo del Re Vittorio Emanuele II. Comunque sia, di poi è tutto un susseguirsi di canti e canzoni, sembra quasi che la dura vita di trincea, gli allarmi, gli assalti stimolino la verve musicale, come detto di tutta una miriadi di compositori “Bombardano Cortina” “Era una notte che pioveva” “Dove sei stato mio bell’alpin, ghe ti ga cambià colori” con l’alpino che si mette ad elencare tutti i motivi che gli hanno appunto fatto cambiare colori, il Pasubio, l’Ortigara, il Grappa; ancora la struggente “Ti ricordi la sera dei baci” dove una ragazza che ha perso il fidanzato ventenne in  guerra si rivolge alle sue coetanee con un quanto mai melanconico invito “ragazzette che fate all’amore, non piangete, non state a soffrir, non v’è al mondo più grande dolore che vedere un alpino morir” Un’altra delle più belle è il famosissimo “Testamento del Capitano” che non è però un canto spontaneo e del tutto improvvisato: ha difatti un antecedente nel Canto Funebre del Marchese di Saluzzo, un condottiero cinquecentesco di cui Costantino Nigra ne aveva riportato una versione in piemontese arcaico, che appunto ne narrava la suggestiva morte, dove prima di spirare aveva voluto radunare tutti i suoi uomini e giustappunto fare un originale testamento., con parti del suo corpo Si !!! Il testamento del Capitano è probabilmente la più bella canzone degli alpini ed ognuno, magari ci ha costruito una storia personale : mio nonno Mario Nardulli che militava nel 1916 nel battaglione Monte Suello ai diretti ordini del Capitano Corrado Venini che, gravemente ferito in battaglia, doveva morire dopo ore di agonia tra il Monte Maggio e il Colle della Borcola, nei primi giorni della Straf Expedition austriaca, diceva sempre che per lui il quel Capitano era proprio  il Capitano Venini! Stessa vicenda, stessa storia e non è affatto improbabile, magari con un piccolo aiutino della fantasia, che tale Capitano, che ebbe la medaglia d’oro alla memoria e che era un appassionato di musica e si dilettava di composizione di canzoni (aveva composto l’inno degli alpini sciatori) abbia in effetti aumentato un po’ di suggestione della scena, facendo riferimento a quell’antico episodio “ e io comando che il mio corpo in cinque pezzi avete a’ taglià!” Un’altra canzone della Grande Guerra  che non può e non deve essere tralasciata è “Di qua di là del Piave” …qualcuno però forse in una versione  un po’ precedente  la chiama più genericamente “di qua di là del Ponte”. La vicenda è ultra famosa e informa quell’immaginario tipicamente alpino, del poppante che butta il latte e beve il vino, questo in virtù del fatto di essere figlio “del vecio alpin” e della bella mora che stazionava appunto “di qua, di la’ del Piave o di un qualsiasi ponte” laddove, la storiella  che fa svolgere il tutto, dismette alquanto l’armamentario guerriero e battagliero, per assumere quello di un vicenda anche un tantino boccaccesca (dipende anche dalle varie versioni), dove sulla prime la fanciulla quando il vecio le fa a bruciapelo “ ohi bella! vuoi venire questa sera a far l’amore con me?” fa un po’ di storie “mi si che vegneria per una volta sola, però ti prego lasciami stare che son figlia da maritar”…e quello proprio  senza un minimo di tatto…. (eh la guerra! Che fine avevano fatto le buone maniere?) : “se sei da maritare dovevi dirlo prima, ma molto prima, sei sempre stata coi veci, alpin, non sei figlia da maritar!” Punto e basta! Andiamo comunque a precisarla un tantino questa  bella mora  del Ponte, futura madre  del bambino che “buttava il latte, beveva il vino!”: tramite lei si contraddice una delle due versioni  del titolo della canzone  e proprio quella più conosciuta ovvero “di qua di là del Piave” perchè la ragazza lo si ribadisce chiaramente, anzi lo si canta proprio in una strofa, è a ridosso del Ponte di Bassano, e quindi sul Brenta, non sul Piave : “sul ponte di Bassano ci sta una bella mora, tutte le sere che la va fora, cogli alpini la fa l’amor”

il CO-MONDO DEI QUANTI

  MI PROPONGO DI CHIOSARE  UN TITININ un'interpretazione della fisica quantistica  proposta da Carlo Rovelli nel 1996. Secondo questa vi...