martedì 3 novembre 2020

SISSI

 

A lambire, solleticare l’estasi, non sono solo opere d’arte, romanzi, quadri, musiche , film,…. qualche volta capita che una persona umana ci si avvicini particolarmente: con la sua presenza, con il suo pensiero, con il suo comportamento, con il suo stesso essere e anche con il suo non-essere: persone a volte importanti, si che il loro esempio e’ entrato  a far parte di quel cosiddetto “immaginario collettivo”, come… ecco la mitica anche se realissima Sissi, ovvero Elisabetta di Baviera, poi Imperatrice, sulla quale sono stati fatti una pletora di libri, biografie e famosi, anzi famosissimi film come quelli con protagonisti la deliziosa Romy Schneider. Elisabetta, detta Sissi era la figlia del Duca Massimiliano di Baviera della famiglia dei Wittelsbach, un nobile un po’ sui generis, che poco si occupava della vita di corte e preferiva vivere semplicemente tra cacce, donne, bevute e grandi mangiate soprattutto nella sua residenza estiva di Possenhofen, una tenuta cui Sissi era cresciuta e che le era molto cara. Anche la madre Lodovica faceva parte della famiglia Wittelsbach, ma era la figlia del Grande Elettore Massimiliano, che poi divenne Re e quindi apparteneva al ramo principale della famiglia Reale, quindi a rigore era di un livello più elevato del marito;  era tra l’altro sorella dell’arciduchessa Sofia, la madre di Francesco Giuseppe destinato a divenire Imperatore, ma anche lei come il marito non fu mai attratta dalla vita di corte e preferì sempre una vita casalinga e semplice. La nostra Sissi, cresciuta in questa atmosfera, diciamo così molto poco formale e per nulla attenta a etichette e costrizioni, sviluppò pertanto un carattere libero, spensierato, disinvolto, amante della natura  e delle cose semplici e per di più con un animo sensibile e in linea coi tempi, assai romantico. A quattordici anni si innamorò di uno scudiero  del padre, ma ovviamente essendo il ragazzo di basso lignaggio venne allontanato dal palazzo, cosa che nell’animo gentile della fanciulla produsse un effetto sconvolgente, aggravato dal fatto che poco dopo quegli morì. Comincio così a scrivere  strazianti poesie sul suo amore sfortunato e a manifestare i tratti di quella melanconia e insoddisfazione che l’avrebbero accompagnata per tutta la vita. L’amore per la natura, la semplicità, la relativa libertà di cui godeva pur essendo di famiglia nobile, imparentata con Re e Imperatori, si coniugava quindi ad una sensibilità particolarissima, alimentata da una letteratura struggente di quella metà del  secolo, mentre andava facendosi sempre più evidente una ulteriore caratteristica  che avrebbe giocato una parte di primaria importanza nella sua vita: l’avvenenza. Crescendo difatti la giovane duchessa andava facendosi sempre più bella: era altissima per i suoi tempi, un metro e settantadue centimetri, ovvero una misura che pochi uomini raggiungevano, i capelli lunghissimi, il fisico temprato dalle scorrazzate all’aria aperta, le cavalcate, e tale avvenenza doveva giocare una parte di rilievo quando la zia Sofia aveva deciso di dare in moglie sua sorella Elena, al proprio figlio Francesco Giuseppe che per una serie di circostanze era asceso nel dicembre del 1848 al trono Imperiale d’Austria. L’Arciduchessa Sofia aveva deciso di far incontrare i due ragazzi a Ischl  residenza estiva dell’imperatore, durante la festa di compleanno di quest’ultimo e annunciare pubblicamente il loro fidanzamento, ma la mamma aveva portato con se’ anche Elisabetta, nella speranza di strapparla alla malinconia nella quale era sprofondata, con la vicenda del suo sfortunato amore, e anche  con l’intenzione di vagliare un suo possibile fidanzamento con Carlo Ludovico, fratello minore di Francesco Giuseppe. La duchessa Ludovica e le figlie arrivarono a Ischl il 16 agosto 1853, ma dal primo incontro che le due ragazze ebbero con l’illustre cugino, quest’ultimo non ebbe occhi che per la giovane Sissi e il giorno dopo annunciò alla madre che lui non avrebbe sposato nessun altra che lei.  Anche se Sofia avrebbe preferito di gran lunga la più matura e meno ribelle Elena, dovette acconsentire al volere del figlio  e chiedere alla sorella la mano della figlia più piccola;  la cosa che portò un grosso sconcerto in tutti e principalmente in lei la giovane Sissi, del tutto ignara dell’effetto che aveva prodotto sull’illustre cugino e  che era frastornata da quanto era andato succedendo in quei giorni, ma che alla fine poteva riassumersi nella frase che ebbe a pronunciare “non si può dire di no all’Imperatore d’Austria!”, però per lei non sarebbero stati le rose e i fiori, che il viaggio in battello sul Danubio  con le popolazioni festose lungo il greto a salutarla, ammaliate dal suo fascino fresco e rigoglioso di bellissima ragazza di 16 anni, suggerivano a mò di incarnato da fiaba;  difatti l’austerità e i formalismi della Corte Asburgica, accentuati e come coagulati nella rigidissima presenza della zia suocera, l’arciduchessa Sofia, avrebbero finito per renderle la vita impossibile.
Ed è proprio in tali difficoltà e sofferenze che viene fuori la Sissi come ci è stata tramandata, inquieta, sempre alla ricerca di un qualcosa che potesse lenirle la noia, la sofferenza, le umiliazioni. Insomma un ben diverso quadro della fiaba  con cui tutto era cominciato e la vita non le avrebbe risparmiato nulla: la depressione, la malattia, le controversie, sempre colla suocera sull’educazione dei figli, la primogenita morta, il cugino il famoso Ludwig Re di Baviera,  prima quasi impazzito e poi morto in circostanze misteriose, forse
nell’ottica dell’unificazione della Germania dopo la guerra del ’70, la perdita di numerose fette di territorio imperiale, dopo la guerra del ‘59 e dopo quella del ‘66, il cognato Massimiliano ucciso in terre lontane e quasi a compendio, la tragedia dell’unico figlio maschio, Rodolfo, erede al trono, morto, forse suicida,  a Mayerling assieme alla sua amante la contessa Maria Vetsera, e comunque in circostanze che non sono state chiarite neppure oggi. A tutte queste contrarietà  aveva sempre fatto fronte non perdendo mai quella sua disposizione verso l’estasi, verso il sublime, il bello…, anzitutto nella sua persona, che a parte i denti che come aveva rimarcato la suocera fin dal suo primo incontro “non erano sani” , manteneva in maniera fantastica, colla vita aperta, le cavalcate, perfino la ginnastica, che faceva ogni mattina, disponendo che in tutte le sue residenze, fossero apparecchiate  spalliere, funi, pesi, anelli  e altri attrezzi  per l’esercizio fisico. Abbiamo detto che era alta 1,72 e per tutta la vita non era pesata mai più di 50 chili, e gli sforzi per non perdere mai tale caratteristiche  non avevano mai subito flessioni o dimenticanze:  dormiva con i fianchi avvolti in panni bagnati per mantenere la snellezza del punto vita e faceva uso di maschere notturne  a base di fragole e carne cruda, faceva bagni caldi nell’olio di oliva e seguiva un rigidissimo regime alimentare;  le occorrevano ore per vestirsi  perché gli abiti dovevano cucirlersi addosso  si da far risaltare al massimo appunto la sua figura: la sola allacciatura del busto, necessaria   a ottenere il suo famoso vitino da vespa, richiedeva spesso un’ora di sforzi. Ma la parte del corpo dove raggiungeva il parossismo erano i capelli, che portava lunghissimi fino alle caviglie: Il loro lavaggio  era eseguito ogni tre settimane con una mistura di cognac e più di 30 uova e quotidianamente per acconciarli ci volevano non meno di tre ore. Abbiamo elencato le sue manie a livello personale e della cura del suo corpo, ma Elisabetta era parimenti una cultrice del bello anche nelle altre persone; grazie al suo ruolo di Imperatrice aveva inviato richieste ai regnanti di tutta Europa e anche extra Europa, che le procurassero foto di giovani e giovanette di particolare avvenenza, di cui aveva una collezione  smisurata. Un altro fattore che aveva per lei una importanza  straordinaria era l’Ungheria. Nel 1867 era stata, assieme al marito,  incoronata Regina di Ungheria e si era presentata  alla festa dell’inaugurazione nel costume tradizionale ungherese, facendo perdere la trebisonda a tutti gli orgogliosi nobili del luogo, in particolare al conte Gyula Andrassy, orgogliosissimo patriota magiaro, che aveva militato con Kossuth durante le guerre nel ‘48 e ‘49 ed era stato condannato  a morte dall’Austria nel 1851, e per questo essendo un uomo estremamente affascinante  era stato soprannominato “le beau pendu” . Nel ‘57 era stato  graziato  e 10 anni dopo con la costituzione della Duplice monarchia era diventato primo Ministro ungherese del Regno d’Ungheria  e anche accreditato di una relazione proprio con la Imperatrice (le malelingue dicevano che l’ultima figlia di Sissi non fosse di Francesco Giuseppe, ma sua). Sissi non era nuova a queste dicerie, una volta in incognito aveva partecipato ad una festa in maschera e fidando proprio sulla sua non riconoscibilità, aveva flirtato con un cavaliere, lasciandolo nel dubbio se  avesse avuto o meno a che fare con l’Imperatrice. Di certo Sissi si era presa, diremmo oggi, una cotta, per l’Ungheria, le sue tradizioni, i suoi pittoreschi costumi, le rutilanti uniformi degli ufficiali,  la lingua difficilissima che aveva imparato alla perfezione, e la sua residenza di Godollo era diventata il suo luogo d’elezione. Anche in questo era controcorrente alla tendenza generale di tutti gli Asburgo, in sommo grado dell’Arciduchessa Sofia, ma anche dello stesso Franz Joseph, che detestavano gli ungheresi considerandoli infidi, e però in qualche modo l’aveva trasmessa al figlio Rodolfo che difatti sembra proprio che gli Ungheresi nel 1888 gli avessero offerto di diventare Re di Ungheria, e tale fatto anche se lui non aveva accettato per non creare uno scisma in seno all’Impero, potrebbe benissimo essere addotto al misterioso suicidio di Mayerling, che potrebbe non essere stato un suicidio, ma un tentativo del Governo di Vienna di scongiurare una volta per tutte un tale pericolo. In conclusione abbiamo visto che tipo di donna fosse Elisabetta di Baviera, la celeberrima Sissi, un donna avanti nei tempi di oltre cent’anni e anche come pensiero, come idee, non era da meno. Democratica e libertaria ante litteram, anti clericale con concezioni che potevano benissimo essere considerate proto comuniste, era contrarissima ad ogni forma di monarchia e persino di aristocrazia; più volte aveva asserito che le plebi avrebbero dovuto cacciare tutti i regnanti e il suo desiderio più ardente era che il marito abdicasse e andassero a vivere in qualche luogo appartato. Era insomma l’antitesi stessa della concezione di monarchia ereditaria, l’antitesi anche di quell’Impero multietnico di cui si ritrovava ad occupare il nome e il ruolo di Imperatrice. Eppure paradossalmente per una strana ironia della sorte, doveva finire la sua vita proprio come simbolo e come vittima di quel tipo di potere che tanto detestava, uccisa da un anarchico talmente disperato che non avendo i soldi per acquistare un pugnale, si era fatto affilare una lima da un ferraiolo e con quello sulle rive del Lago di Ginevra aveva inferto il colpo mortale al cuore dell’oramai anziana Imperatrice. Paradosso e controparadosso, come al solito nelle cose della vita: Sissi moriva come vittima di un tipo di mondo che andava scomparendo, eppure l’anarchico che l’uccise, aveva realizzato il suo desiderio più profondo “morire improvvisamente, rapidamente e se possibile all’Estero” come aveva scritto nel suo diario poetico, pubblicato giusto cent’anni dopo la sua morte nel 1998. Sissi la bellissima, la quintessenza di un’es-tasi, che andava oltre il suo tempo e che ancora oggi suscita emozioni inusitate, velate anche di quel “avrebbe potuto essere…” che è parte essenziale di ogni Mito, Sissi di cui innumerevoli sono stati gli scritti su di lei, i film, le mini serie televisive, ma che forse con maggiore incisività è stata interpretata dalla attrice Romy Schneider, per via anche di una certa associazione di percorso esistenziale, segnato da gioia, bellezza, estasi, ma anche da grandi tragedie: certamente nei film degli anni cinquanta dove si vede la spensierata ragazzina nell’incantata atmosfera della giovinezza e di un amore da fiaba con tanto di Principe azzurro (altro che Principe, un Imperatore sa pure di poco più di 20 anni!), ma anche nel film di Visconti Ludwig, dove sempre lei Romy Schneider tornava ad interpretarla, ma con tutto il fascino di una splendida maturità, vestita di scuro accanto ad un Helmut Berger che interpretava a sua volta il Re folle Ludwig di Baviera, quello che lei chiamava “mon beau cousin”


 

lunedì 2 novembre 2020

FORTUNA E SFORTUNA DI GUERRA

 

C’è una estasi della vittoria, c’è una estasi della sconfitta! Un inneggiare alla Fortuna e un deprecare sulla Sfortuna. Anche la guerra, le battaglie, hanno un riferimento in tal senso. Abbiamo visto Marengo  colla frase magica di un Generale “una battaglia è perduta c’è il tempo di vincerne un’altra!” che ha tra l’altro avuto la “delicatesse” di farsi accoppare, si da non adombrare mai il mito del grande protagonista e qualche altro esempio, anche se non della medesima entità ci sta:  dal “veni vidi, vici” di Cesare, anche se non proprio a caldo,  il “tout est perdu fors l’honneur” di Francesco I dopo la battaglia di Pavia del 1525 pure questo a posteriori e in un lettera alla madre, a frasi magari non proprio attinenti ad una guerra o battaglia, ma sempre di riferimento,  tipo il “vile tu uccidi un uomo morto” di Francesco Ferrucci al suo uccisore Fabrizio Maramaldo, con formazione di un modo di dire  proverbialmente spregevole, ma incentrato sul secondo e non sul primo, il “c’est magnifique, mais n’est pas la guerre, c’est de la folie” del Generale francese Bosquet a proposito della celeberrima carica di Balaklava durante la guerra di Crimea, il “Nino qui si fa l’Italia o si muore” di Garibaldi a Bixio. C’è anche quella frase a posteriori, in presenza non del protagonista (ancora lui Napoleone Bonaparte ), ma del suo cadavere imbalsamato e non detta da un singolo, ma da una commossa folla che seguiva in una nuvolosa giornata di dicembre, quasi vent’anni dopo la morte  e trentacinque dopo l’episodio effettivo, il feretro per la traslazione della salma agli “invalides”  che allo squarciarsi delle nubi, per far brillare un folgorante raggio di sole, urlo’ all’unisono “le soleil de Austerliz!”In genere si tratta di frasi alquanto esaltanti, che da quel riferirsi ad un episodio particolare, sono andate a comporre dei veri e propri modi di dire, ma come fatto cenno all’inizio non ne fanno parte solo  momenti estatici e di profonda suggestione e impatto; è accaduto che  siano entrate nel cosidetto “immaginario collettivo” e modi di dire, anche eventi  fortemente negativi; stavo a dire una battaglia, ma in verità si tratta più che di una singola battaglia di una serie di battaglie, ecco una grande offensiva che austriaci e tedeschi fecero contro di noi  nell’ottobre-novembre 1917, con inizio proprio cent’anni fa, 24 ottobre 1917: per loro di sfolgorante vittoria, per noi di terribile sconfitta, passata nel frasario corrente ad indicare appunto una disfatta senza appelli, senza se e senza ma,  anche con risvolti di  infamia e viltà e oscure trame soprattutto a livello dei comandanti a cominciare dal Capo di Stato Maggiore Gen. Luigi Cadorna, che manco a dirlo, scaricò la responsabilità sui soldati, mettendolo anche per iscritto nel Bollettino di guerra ufficiale: il celeberrimo “reparti vilmente arresisi”: CAPORETTO! Un breve piccolo inciso, per la verità ci doveva essere qualcosa ancora di peggio e ancora nella storia nazionale del nostro Paese, un qualcosa che ha informato non una località, non un singolo episodio, ma una data “l’8 settembre del ‘43”, in cui si doveva assistere alla più vergognosa delle fughe con il Re e il suo Governo che abbandonano l’Esercito e tutta la nazione in balia del nemico, senza ordini, senza direttive, interessati solo a scappare ignominiosamente. Caporetto però, sarà anche perché alla fin fine quella disfatta epocale, quello sfacelo, ha avuto in qualche modo il suo riscatto (eccole altre frasi ad hoc Monte grappa tu sei la mia patria, il non passa lo straniero del Piave mormorò , prese da canzoncine o ancor più, la nuda essenzialissima scritta vergata da un anonimo soldato sul muro diroccato di una casa sul greto del Piave “Tutti eroi, o il Piave o tutti accoppati!” ),  Caporetto ha si quelle peculiarità, ma ecco in qualche modo ci si poteva anche ironizzare, ridere sopra, il famoso “fescenninico Italum acetum”: l’idea del generale sorpreso in mutande dalle avanguardie germaniche, l’affannarsi a fuga frenetica di tutti gli imboscati dei “superior Comandi” gli aiutanti maggiori, i segretari particolari, i sottocapi di stato maggiore, tutta gente odiatissima dai reparti combattenti  e fatta oggetto da ben prima di Caporetto,  di feroci invettive “tra Cividale e Udine ci stanno gli imboscati, portan gambali lucidi e capelli impomatati, din,don,dan, e al fronte non ci van” “decorato di seconda medaglia d’argento per il coraggio mostrato nel portare la prima!”, il nome  quanto mai adatto al ruolo : “Cannoniere” del Colonnello comandante del parco di artiglierie del XXVII Corpo d’Armata (il più cospicuo di tutta la 2^ Armata) che avrebbe dovuto dirigere il grande fuoco di interdizione sulle truppe nemiche che dilagavano oltre l’Isonzo , magari dando un certo adito alla diceria una fantomatica “trappola di Volzana” che il comandante di quel Corpo d’Armata Pietro Badoglio aveva predisposto, divenuto poi però paradossale, e che invece non sparò un solo colpo. Ed ancora gli sbandati della rotta a seguito della batosta , di cui alcuni furono ritrovati addirittura al traghetto per Messina . Si ce n’era di che colorire il tutto, anche se c’erano stati episodi in cui un barlume di dignità era stato conservato, il suicidio del Gen.Villani comandante della 19^ divisione , ma soprattutto il portamento del Gen.Enrico Caviglia comandante del XXIV corpo d’armata, quello contiguo al XXVII di Badoglio, che operando una tempestiva diversione verso il ponte di Pinzano, salvo’ non solo il suo corpo d’armata dall’accerchiamento, ma anche tre divisioni appunto del contiguo Corpo d’armata, il cui comandante si era misteriosamente  defilato e nessuno lo riuscì a reperire  per i successivi tre giorni: In verità tale Generale  lo aveva un pò per vizio questo vezzo di abbandonare il campo, quando oramai non c'era più nulla di utile da trarvi,  ribadendo quello che aveva fatto l’anno precedente sul Sabotino, abbandono del posto di comando, tale da essere proposto per la Corte Marziale del Gen Venturi, ma salvato da Capello allora cte del VI Corpo d’armata, che era ad entrambi superiore si come grado militare, ma inferiore nella gerarchia della Massoneria a quell’intrigante Colonnello, che difatti lo fece promuovere Maggior Generale, con ovviamente profonda stizza e risentimento  di Venturi. In sostanza quello che sarebbe  successo di lì a pochi giorni, quando passata la grande buriana, Badoglio si ripresentò alle linee italiane  per venire nominato sottocapo di Stato Maggiore Generale. E a proposito di Badoglio, questo quasi farsesco personaggio da romanzo d’appendice nel  ruolo fisso di “cattivo” che ha contraddistinto con puntuale sistematicità tutti i periodi più bui della nostra storia nazionale (escluse la 1^ e 2^ guerra di indipendenza,  perché non era ancora nato e Adua nel ‘96 in cui non fece a tempo a partecipare ) proprio con Caporetto ha colorato il dramma di giallo e di mistero con chissà quali oscuri magheggi, tipo le famose tredici pagine mancanti della commissione d’inchiesta condotta dal Gen.Caneva, 13 pagine strappate e che riguardavano proprio il portamento del XXVII C.d’A. E  non ha fatto  neppure mancare la suspense/rimpianto de “l’avrebbe potuto essere”, ovvero quella diceria/leggenda,  cui si è sopraccennato,  della “trappola di Volzana” dove il nemico sarebbe stato indotto a bella posta a dilagare nella pianura, per essere poi falciato dalle poderose artiglierie  del colonnello Cannoniere, che aveva avuto il perentorio ordine di non aprire il fuoco, pena la fucilazione sul campo, se non ad un espresso ordine di lui, solo lui , il comandante del Corpo d’Armata, che a causa delle subitanee interruzioni di tutte le comunicazioni radio operate dai tedeschi, non potè mai essere impartito. Una precisazione di dovere, mai l’interessato, Generale poi Maresciallo d’Italia Pietro Badoglio, ha dato la benché minima conferma a questa diceria della trappola di Volzana, ma Badoglio è stato l’unico Generale della prima guerra mondiale, che mai ha fatto cenno a fatti riguardanti tale guerra. Tutti i suoi colleghi hanno scritto libri di memorie, ricordi,  tutti hanno sentito in qualche modo il bisogno di fissare le loro impressioni, idee, opinioni, giustificarsi, lodarsi, ma lui niente!  …. mai!  Bhe, diciamo che obiettivamente non gli conveniva! Caporetto, possiamo davvero dire che rappresenta la netta antitesi di Marengo, qui difatti la Fortuna, ma anche il talento, la perizia, il coraggio e non del solo Desaix, ma pur sempre di Napoleone, che certo non si era  fatto mancare la capacità di sfruttare al meglio la insperata occasione del sopraggiungere delle due divisioni, a Caporetto invece una sorta di apoteosi dell’imperizia, della razzaffoneria, dell’’inefficacia, con effetti di sconforto, sbandamento e tutto quel correlato di episodi e episodietti, cui si è fatto cenno sopra; non però la sfortuna, non ci fu alcuna sfortuna a Caporetto, o forse l’unica vera sfortuna di fondo fu quella di avere dei Generali tanto al di sotto  di quella che dovrebbe essere una professionalità, ma questa è cosa che non può addursi alla sfortuna, bensi ad un vero e proprio sistema di classe dirigente del Paese, e le cose, c’è purtroppo da rilevarlo, non è che siano cambiate col tempo…..anzi!!!!! Magari ecco, c’è da dire che subito dopo Caporetto le cose cambiarono,  ma attenzione : grazie anche ad un diverso e più incisivo intervento di Paesi stranieri: furono loro difatti ad imporre il cambiamento del Comandante Supremo, specie dopo quel famoso e vergognoso bollettino di guerra del 29 ottobre, firmato Cadorna, quello del “reparti vilmente arresesi”; così come furono sempre gli Stranieri ad imporre la resistenza sul Piave e non sul Mincio come voleva il nuovo Capo di S.M.Gen Armando Diaz che fu scelto proprio grazie alla sua oscurità e al non avere fatto niente ma proprio niente di rilevante in tutte le precedenti fasi della guerra(era un Cte di Corpo d’Armata della 3^ Armata, che del tutto casualmente in quei giorni si trovava un tantino più avanti nello schieramento sul Carso) di certo fu subito accantonato il nome del Duca d’Aosta, che non si poteva “bruciare” in una impresa tanto aleatoria e di scarsissime possibilità di successo) . Invece ci andò bene  anche per una somma di fattori tra il naturale ed una diversa concezione logistico/strategica: il  Piave  coi suoi baluardi naturali del Grappa che poteva fare cesura col contiguo altopiano di Asiago,  e del Montello non offriva la proiezione di tutta la pianura (la cosidetta “porta aperta di Gorizia”), ma soprattutto la minore lunghezza del suo corso si prestava ad essere difesa senza quell’esagerato spiegamento di truppe che era stato necessario sul molto più esteso Isonzo. Ci furono anche episodi decisamente spiacevoli, come quella fucilazione da parte del famigerato gen.Andrea Graziani, incaricato di una prima riorganizzazione a ridosso del Piave delle truppe subito dopo la ritirata,   di un soldato che gli era sfilato davanti con il sigaro in bocca: episodio tristissimo e doloroso, ma che pure si inseriva nella eccezionalità del momento che richiedeva una estrema determinazione e anche il massimo rigore si da non consentire ulteriori sbandamenti. Del tutto opposto il caso del Gen.Mario Nicolis Di Robilant, cte della IV Armata che operò la ritirata dal Cadore al Grappa. Ritirata che non fu esente da pecche, ma che sostanzialmente portò alla famosa “Battaglia di arresto” e quindi alla più famosa e fulgida epopea della Grande Guerra, quella appunta del Grappa i cui nomi  delle località si sono iscritti nel non troppo cospicuo elenco di momenti vittoriose per le nostre forze armate (il Grappa in primis gratificato dell’epiteto di “tu sei la mia patria” e quindi le sue località e cime, il Monfenera, lo Spinoncia, il Col della Beretta, il Valderoa, il Col dell’Orso, il Tomatico, l’Asolone, il Col Moschin, il Pertica, il Tomba): non si capiscono pertanto i motivi della sua sostituzione, ma solo nel ‘18,  con il Gen. Gaetano Giardino  che era  stato fino a quel momento  Sotto Capo di S.M. in condominio con il ben noto Badoglio, ma soprattutto non si capisce il motivo della sua esclusione dalla  nomina, prima a  Generale d’Esercito e poi a Maresciallo d’Italia, cosa che invece avvenne con un escamotage, sempre per Badoglio, che difettava del requisito essenziale per le sopradette nomine: l’aver comandato una Armata in guerra! Cosa che Badoglio non aveva mai fatto, e ci si dovette appunto inventarsi una postilla, che il ruolo di vice comandante di Stato Maggiore, fosse da considerarsi  assimilabile  al comando di una Armata in guerra. Tra l’altro non è neppure vero che Badoglio ideò il piano di Vittorio Veneto, quello fu opera del colonnello di Stato Maggiore Ugo Cavallero, e detto per inciso non si trattava neppure di un gran piano; se non ci fosse stata la variante sul campo della diversione di Caviglia e della sua 8^ armata verso la Priula, in correlazione con l’armata inglese di Lord Cavan, il piano si era già bello che impantanato. Un episodio va ascritto in quel frangente a Badoglio:  quando il Capo del Governo Vittorio Emanuele Orlando  pressava con veemenza il Comando Supremo perché si desse avvio all’offensiva, dato che già si sapeva che in Francia si stava pervenendo all’armistizio, e quindi si rischiava di finire la guerra con il nemico ancora stanziato in   vaste porzioni del territorio nazionale, fu Badoglio che chiese espressamente “deve metterlo per iscritto!” e si ebbe così il famoso telegramma che mise in moto l’offensiva, successivamente detta di “Vittorio Veneto” “TRA L’INAZIONE E LA SCONFITTA, PREFERISCO LA SCONFITTA!  MUOVETEVI!!!!”

 

venerdì 30 ottobre 2020

PROLEGOMENI DI PESSIMISMO BIOLOGICO

 

La vita, fin dal suo apparire si è configurata sempre come traumatica: il trauma dalla nascita alla morte, è parte integrante di tutti i percorsi vitali, sia vegetali che animali, con una certa accentuazione dovuta al grado di presenza e di interferenza con i fenomeni del mondo naturale, che raggiunge il suo apice quando l’evoluzione porta alla comparsa di un essere dotato di razionalità e che sotto la pressione di tale fenomenologia, configura un linguaggio che consente di costruire reattivamente  un mondo metaforico di quello  concreto, costruito per  analogie, fino a pervenire ad una analogo-io, cioè un qualcosa che mette in situazione l’individuo con il contesto e gli permette di narratizzare sé stesso in relazione alle pressioni dell’ambiente. Del tutto ovvio che questo “analogo-io” che contestualizza la presenza umana nel mondo, abbia delle precise peculiarità  e cioè appaia subito come un qualcosa in stretta correlazione con gli avvenimenti del mondo, ne indichi  una  sorte di reazione, che correla appunto le sue azioni, il suo comportamento, il suo atteggiamento e il suo pensiero a dare una risposta più o meno efficace alle continue sfide e pressioni ambientali ; sia  in altre parole,  sintomatico , ovvero che costituisce un sintomo (dal greco antico  σύμπτωμα: evenienza, circostanza; a sua volta derivato da συμπιπτω: cadere con, cadere assieme) . Quindi è quanto mai sequenziale che la psicoanalisi sostenga che l’io funziona come un sintomo, anzi sia “il sintomo per eccellenza” . Ora l’Io è tradizionalmente identificato con la coscienza, che è proprio quel meccanismo, derivato dal linguaggio (vedi l’eccezionale libro di Julian Jaynes “il crollo della mente bicamerale e l’origine della coscienza”) che ha “messo in situazione” l’individuo, costringendolo a prendere atto del suo rapporto con il mondo sia naturale che successivamente sociale, sostituendo quel suo “analogo-io” a tutti gli analoghi prima individuati, ovvero suggestioni animistiche, allucinazione di supposti esseri superiori, che potevano indicare schemi di comportamento reattivo attraverso il meno controllabile dei sensi umani : l’udito e quindi voci, le “voci degli dei “ che sostanzialmente erano basate sull’abitudine, su comportamenti ripetuti, diremmo oggi “su di una prassi consolidata” Costruire un argine per un torrente, rispondere ad una situazione di pericolo, uniformarsi a direttive del gruppo, poi tribù, villaggi ed infine anche città, era  un qualcosa che poteva benissimo rientrare nelle possibilità di un linguaggio sempre più articolato, anche se non ancora in possesso di un io, cioè di un analogo che attraverso il sintomo potesse rapportarsi col trauma, proprio mettendo l’individuo “in situazione” senza bisogno di intermediari, senza bisogno di sentire la voce di qualche dio  che gli dicesse cosa fare. Un mondo senza analogo io, ovvero senza coscienza, non è “il mondo spaesato del tacere” di Heidegger, anzi semmai è il netto opposto , è un mondo dove su pressioni sempre più variegate e complesse dell’ambiente e del sociale, c’è il rischio che le voci si sovrappongano, si accavallino ed allora ci si ritrova in un mondo ove  tutti parlano, ma nessuno ascolta , detto in altre parole ciò significa che quel mondo si è fatto troppo complesso, i rapporti tra gli individui troppo articolati, perché una voce possa più indicare il da farsi , perché un totem dagli occhi dilatati per aumentare la suggestione ipnotica  possa fornire soluzioni, perché un dio possa assumersi ogni iniziativa decisionale  attraverso allucinazioni auditive come ad esempio nell’Iliade: ecco allora che su questa incalzante pressione  dell’ambiente , una nuova metafora, derivata dal linguaggio, e strutturata per analogia, appunto  un analogo-io, prende il posto di tutte queste  molteplici analogie . Diceva Nietzsche “tutti gli antichi dei morirono...  a cominciare da Pan come annunciavano i naviganti “il grande dio Pan è morto!” ...morirono dal ridere, quando udirono che c’era un dio che sosteneva di essere  il solo” Non è un caso che Jaynes nel suo citato libro oltre a indicare determinati fatti traumatici, ovviamente di portata epocale (l’invasione dei Dori, in Grecia, l’inabissamento della leggendaria Atlantide , identificata con l’isola di Santorini) ritenga i Fenici (popolo di naviganti)  gli “inventori della coscienza” : difatti sulle navi, in mare,  si presenta una troppa pronunciata ridda di eventi imprevisti e inaspettati (tempeste improvvise, un uragano, onde di trenta metri, la collisione con un capodoglio, acque infestate di squali, etc.)  perché un dio possa avere una voce, costituita sull’abitudine, che possa indicare il da farsi . Ecco allora che il linguaggio umano elabora una nuova metafora, ma questa volta l’analogia non è su cose, fatti e animismi vari, la proiezione non è di carattere ex-sistenziale, reperita cioè all’esterno da sé, ma all’interno di sé (in-sistere) , ovvero se stesso in relazione all’evento: l’analogo-io, cioè la coscienza che nasce strutturalmente come sintomo , e quindi hanno pienamente ragione i vari psicoanalisti (Freud, Jung, Klein, Lacan, Bion, Mattè Blanco e pragmaticamente Bateson, Watzlavitch, Milton Erickson)  a ribadire “l’Io è strutturato come un sintomo!” e ha altresì  una qualche ragione, sia George Groddeck, l’inventore della psicosomatica  che sul sintomo individuava  la sua prassi conoscitiva e anche operativa, sia il controverso medico, anche lui tedesco Ryke Geerd Hamer che ha  ideato  le sue cosidette “leggi biologiche” proprio sul rapporto tra trauma e sintomo  andando a ridefinire la stessa accezione di malattia. Ho chiamato questo articolo “prolegomeni” in relazione  al suo carattere di prefazione, di antecedente, in merito ad una riflessione in soggettiva innescato da un banale trauma  con sequel appunto sintomatologico, e su una mia convinzione del fenomeno “vita”; parlo sempre in rigorosa soggettiva, improntato alla, un po’ provocatoria,  accezione di “pessimismo biologico” Attenzione non pessimismo cosmico alla Leopardi, o esistenziale alla Kirkeegard  o alla Sartre e neppure alla Biswanger, o magari il pessimismo intellettuale di Schopenauer coi vari pendoli e veli di Maya...no! Biologico, in quanto prende in esame proprio il contesto fin dall’origine presentatosi  con particolare enfasi, all’animale uomo, strutturalmente correlato al trauma, la cui risposta segue determinate  reazioni a loro volta correlate all’evoluzione del linguaggio articolato, ma ha sempre e comunque la caratteristica del “sintomo” sia quando nella costruzione ancora originaria l’Io tende a costituirsi attraverso metafore di analogia proiettiva, reperite esternamente gli dei, le voci, i tabù, i totem , sia quando la pressione ambientale, cui si aggiunge anche quella di maggiore complessità sociale (dal clan di pochi individui, alla tribù, alla città, alla Nazione), fattasi più articolata, costringe l’individuo a ripiegarsi su se’ stesso alla ricerca di un analogo sempre a disposizione che possa di volta in volta offrire una pluralità di comportamenti più adeguati alla bisogna (il famoso “Kairos”  ovvero tempo opportuno in quella lingua, il greco antico che costituisce il principio , l’archè, di ogni rappresentazione conoscitiva, direi il tratto distintivo della cultura occidentale. Prendendo il posto delle precedenti metafore/analogie, l’Io umano proietta su di sé  tutte quelle rappresentazioni, la cui valenza era tenuta fuori di sé “piove, c’è una tempesta? E’ un dio irritato da qualche nostra azione che ci punisce!, c’è un terremoto che distrugge le abitazioni? E’ la terra che si prende la sua vendetta! Si diffonde un pestilenza? Anche qui siamo in presenza di un qualcosa che ha fatto irritare un non meglio precisato dio” insomma c’è il trauma ricorrente, ma il “sintomo” è sempre tenuto fuori si sé (ex-siste) . Semmai ecco! si tratta di riparare al supposto mal fatto, placare la collera degli dei, o di non meglio precisate entità naturali : ed ecco che nascono i sacrifici rituali, gli auguri, le sibille, gli sciamani che ti dicono come fare, persone un po’ a cavallo tra divino e umano, degli intermediari, che hanno un correlato in un livello appena più alto,  con il proliferare di demoni, folletti , ninfe, con cui si dà corpo ad una sorta di moltiplicazione del dio  originario, la cui valenza, proprio a causa del complicarsi dei compiti e anche dei traumi indotti dalla natura e sempre più anche dalla Società, viene allentata. “Perché gli dei non ci parlano più!?” È la litania quasi obbligata di tutto il pensiero greco appena post Omerico , una sorta di rimpianto e disperazione che ha una sua magistrale esplicazione proprio in Freud l’inventore della psicoanalisi nel suo saggio “Totem e Tabù”.  E’ anche il proliferare di Miti che prendono a motivo, proprio questo passaggio di proiezione, dall’esterno all’interno: il Mito di Prometeo che ruba il fuoco agli dei, ma ne paga il fio (vedi soprattutto Il Prometeo incatenato di Eschilo) , Adamo ed Eva e il “Voi sarete come dei” del serpente tentatore, con  la cacciata dal paradiso terrestre, il Vaso di Pandora e il taglio operato da Zeus al genere umano, prima “amphiteroi” poi suddivisi in genere maschie e femminile, con l’emergere della figura del Simbolo, in prima battuta personificato in Eros, che dovrebbe rimettere le cose insieme (sum-ballein) , ma sempre in perenne contrasto col “dia-ballein” ciò che separa, disgiunge e ha invece una personificazione nel Dia-volo”. La nostalgia “sempre dal greco “nostòs = ritorno” e “algos =dolore” ritorno ad uno stato  precedente “Il Mito dell’età dell’oro su cui insiste Esiodo e ne fa cenno persino Virgilio  nella quarta egloga delle Bucoliche dando adito alle risibili congetture del Cristianesimo di identificazione del famoso “puer” che a quell’oro avrebbe  fatto tornare, con Gesù Cristo, quando e’ invece palese che quel “puer” era riferito alla persona di Ottaviano Augusto, o tutt’al più al figlio  che sarebbe dovuto nascere dal matrimonio della sorella Ottavia con Marc’Antonio,ed anche in tempi recenti  Il Mito dell’eterno ritorno di Mircea Eliade, il già citato Totem e Tabù di Freud e a consuntivo di nuovo un saggio già citato “il crollo della mente bicamerale e l’origine della coscienza” di Julian Jaynes, che come i Religiosi hanno la loro Bibbia, il sottoscritto ha appunto tale scritto come principale riferimento, senza farsi mancare i relativi Vangeli (solo come modo di dire)  che tra sinottici, apocrifi e quant’altro, informano metodologicamente il proprio intendimento, sostituendo tutte le assurdità, illazioni, falsi e imprecisioni storiche  contenuti in quelli, con la verifica di contenuti : saggi, romanzi, financo poesie, che di volta in volta sono assunti o ri-assunti nel tentativo di comprensione

 

giovedì 29 ottobre 2020

SENZA GRANDI E UCCISO DOLFUSS (PRODROMI DELL' ALLEANZA CON HITLER)

 

Tutti noi lo avremo sentito dire perlomeno un milione di volte: “Eh! Se Mussolini non si fosse alleato con Hitler? …se non fosse entrato in guerra con la Germania…” Quello che questa “vox populi” non tiene assolutamente conto e’ che non solo non si sia trattato di uno schiribizzo e neppure di una cosa fortuita, ma bensì di una cosa fortemente inscritta nella prassi del Regime, e non solo a livello di comune ideologia, ma di pragmaticissima politica estera che solo a partire da un dato particolare momento prese quella direzione, che portò inevitabilmente a tale alleanza e che si badi bene, prima di tale particolare momento che qui a seguito andremo a dettagliare, la politica, i fattori nazionali e internazionali, lo spirito del Paese e dello stesso Mussolini erano su tutt’altro versante, anzi decisamente opposto. Per capire bene di cosa stiamo parlando, dobbiamo considerare l’assunto che Mussolini fino dalla sua ascesa al Governo nell’ottobre 1922 e vieppiu’ dopo il superamento della Crisi Matteotti e il consolidamento del fascismo come regime autoritario e antidemocratico , osservò sempre una politica strettamente filo francese e inglese. In tale spirito furono effettuate le partecipazioni alle diverse conferenze internazionali e mai e poi mai né Mussolini né alcuno del suo Governo mise minimamente in forse l’autorità e l’influenza della Società delle Nazioni, venuta fuori dalle trattative dei trattati di pace post bellici, di cui l’Italia fu una delle promotrici più solerti (attenzione proprio l’italia di Mussolini il quale sempre più andava assumendo quella operettistica qualifica di Duce, o anzi come si compiaceva lui, con il suo latino di maestro elementare, di “DUX”). Per inquadrare il fatto da un punto di vista storico dobbiamo partire dai primi anni trenta e da due personaggi, il primo straniero Dolfuss che aveva costituito un regime tipo fascista in Austria ed era un fanatico ammiratore del Duce italiano, il secondo invece che era uno dei più stretti collaboratori di Mussolini, fascista della prima ora, il bolognese Dino Grandi, rappresentante dell’area sindacalista del fascismo, di certo non uno dei più docili seguaci, proprio lui difatti anzi ancor prima della Marcia su Roma aveva costituito una pericolosa fronda nei riguardi del “capo”.                                                                                                                       Dolfuss era un personaggio mite, anche fisicamente dimesso, piccolino con due baffetti ridicoli tipo Hitler, nelle poche foto che lo ritraggano accanto al suo modello ispiratore italiano, balza subito in evidenza l’enorme senso di soggezione e complesso di inferiorità che ne contraddistingueva il comportamento.  Grandi al contrario era alto, volitivo, un pizzo simile a Italo Balbo, anche lui era stato un eroico combattente in guerra, ufficiale degli alpini, con la pipa, lo sguardo fierissimo, era tra l’altro un fascista sui generis, per nulla in soggezione al cospetto di Mussolini, considerava inoltre il fascismo una sorta di parentesi eccezionale della prassi parlamentare e pensava che quanto prima vi si fosse fatto ritorno tanto meglio sarebbe stato. Nel 1929 era asceso al ruolo di Ministro degli Esteri e da subito in tale incarico rifulsero le sue doti maggiori che erano l’intelligenza, l’equilibrio, la sagacia, la diplomazia; la sua opera tesa ad accreditare l’Italia nel consesso delle nazioni più avanzate e civili, fu il marchio di fabbrica della sua azione e gli assicuro’ vasti ed entusiasti consensi della comunità internazionale , in special modo quella inglese. Amico personale di Winston Churchill, in Inghilterra per i suoi modi raffinati e signorili, nonché sempre improntati alla massima intelligenza, lo chiamavano “Lord Dino” e comunque, mai l’Italia aveva avuto un Ministro degli Esteri di tal fatta. La fissazione di Grandi poi era il mantenimento della pace in Europa e una seria politica verso il disarmo di tutte le nazioni “una guerra oggi tra le Nazioni d’Europa” diceva a chiare lettere “altro non si risolverebbe se non in una immane catastrofica guerra civile, e rappresenterebbe un vero e proprio tramonto e suicidio del nostro glorioso continente” ed ancora “bisogna impegnarsi seriamente in una politica di pace, volta al disarmo e alla collaborazione internazionale “ Affermazioni che stridevano un po’ troppo con le coeve esortazioni mussoliniane “gli otto milioni di baionette” “se avanzo, seguitemi” o peggio a quelle di qualche anno più avanti “ad atti di guerra, risponderemo atti di guerra…” che segnarono l’abbandono dell’Italia della Società delle Nazioni e addirittura comportarono delle sanzioni economiche di Francia e Inghilterra in occasione della guerra d’Etiopia. Ma siamo andati un po’ troppo avanti nel tempo, Mussolini si era oramai da più di due anni liberato del suo ingombrante Ministro degli Esteri, di fatto invalorandone tutta la lungimirante azione, che a rigore aveva avuto dei contrasti sia interni nell’ambito del Regime ove anche da parte di vecchi amici come Balbo, lo si accusava di pacifismo, sia a livello soprattutto francese che a livello di disarmo non voleva sentire parlare. Così il Duce, che nominava Grandi Ambasciatore a Londra, assumeva su di se l’interim degli Esteri e ben presto anche soprattutto a causa di quel primo personaggio cui avevamo fatto cenno, Engelbert Dolfuss, finirà per imboccare quella strada obbligata dell’alleanza con Hitler. Ma chi era questo Dolfuss e perché una personalità così scialba doveva contribuire in maniera così precisa ad imprimere una strada tanto disastrosa al nostro paese? Dolfuss era il maggior rappresentante del Partito Cristiano Sociale ed era arrivato al potere nel 1932, proprio quando Grandi era stato silurato da Ministro e Mussolini era in cerca di primi riscontri alla sua nuova veste di grande diplomatico. Essendo Dolfuss contrario all’Anchluss tedesco, ovvero all’annessione dell’Austra alla Germania, come Hitler da pochissimo asceso alla cancelleria andava perseguendo tra le sue priorità, il Duce vi aveva visto immediatamente una formidabile occasione per ribadire una sua superiorità in merito all’assetto europeo: contrario anche lui ovviamente ad un eccessivo rafforzamento della Germania, e quindi contrario all’Anchluss, aveva spinto Dolfuss a creare un regime simile al fascismo, ergendosi a paladino della sua integrità nazionale e siglando nel marzo del ‘34 i cosidetti protocolli di Roma , ovvero un accordo Italia-Austria-Ungheria, che avrebbe difeso , anche militarmente, qualsiasi ingerenza tedesca o tentativo di annessione. Appena pochi mesi dopo però nel luglio un tentativo di pronunciamento da parte del partito favorevole all’Anchluss con una decisa partecipazione di elementi nazisti travestiti con uniformi austriache, riuscì ad uccidere Dolfuss, ma non a prendere il potere anche proprio per il tempestivo intervento di Mussolini che ordino’ la mobilitazione al Brennero di quattro divisioni italiane. Hitler che sulle prime aveva esultato sull’andamento del “putsh”, sorpreso dalla reazione italiana e di Mussolini, che anche lui considerava il suo maestro, delcinava ogni responsabilità, dichiarando ufficialmente il proprio rammarico per l’uccisione del Primo ministro austriaco, e provvedendo immediatamente a sostituire l’ambasciatore a Vienna con Franz von Papen ed impedendo ai congiurati, che dopo la sconfitta avevano ripiegato verso il confine, di entrare in Germania, disponendo anche la radiazione dal partito nazista austriaco dei capi del medesimo che si erano compromessi con il tentativo di colpo di stato. Apparentemente quindi un successo senza precedenti per Mussolini e il suo ruolo di arbitro della politica europea, tanto più che sia Francia e inghilterra erano rimasti come paralizzati e non parliamo della Società delle Nazioni, il cui ruolo di grande mediatrice ne era uscito platealmente compromesso. Ecco il punto : forse troppo! Mettiamoci nei panni di un uomo vanaglorioso, presuntuoso e tutto sommato non raffinato come Mussolini: nella sua mente tutta impulso, sempre diretta, assolutamente aliena da giochi diplomatici, da opportunità, da compromessi, il cedimento plateale di Francia e Inghilterra nonché della Società delle Nazioni , andava innanzi tutto preso come elemento di debolezza. L’unico che era stato in grado di contrapporsi ad Hitler era stato lui e lui dall’alto di quel suo nuovo ruolo di grande arbitro, di quasi demiurgo della situazione europea, poteva anche prendere in considerazione la possibilità di valutare questo nuovo esponente dell’assetto europeo, ma certo a modo suo, come era avvenuto a venezia giusto il mese precedente al tentativo di anchluss, dove Hitler era rimasto talmente in sottordine alla prorompente figura del Duce, da non sembrare poi così differente dal povero Dolfuss.   .  Ecco quindi la genesi dell’alleanza con Hitler, un rapporto sbilanciato che col tempo andrà assumendo peculiarità decisamente opposte . Abbandonando sempre più le relazioni con Francia e Inghilterra, Mussolini andrà perseguendo strategie di rapporti internazionali, sempre più assurde, velleitarie e anche fallimentari. Assumendo, anzi riesumando un banale incidente di frontiera con l’etiopia a Ual Ual nel ‘34, per scatenare una compagna coloniale in un’epoca in cui tutte le altre nazioni europee stavano addivenendo alla risoluzione di dismettere i loro cosidetti “imperi” si andrà ad impantanare nelle più che giuste sanzioni economiche che Francia e Inghilterra impartirono al nostro Paese; ed ecco che quel primo originario rapporto di sudditanza con il da lui schernito “caporale austriaco coi baffetti da charlot” , cominciava ad assumere altre connotazioni, l’Italia aveva bisogno della Germania, sia per gli approvvigionamenti alle truppe impegnate nella guerra contro l’Etiopia, sia per avallare la tanto strombazzata “autarchia” che le consentisse con altri accordi economici di non far risentire troppo marcatamente alla popolazione gli effetti delle Sanzioni , e poi…la storia la conosciamo: la visita di Hitler a Roma, quella di lui a Berlino, le adunate, le spettacolari parate naziste, i ridicoli scimmiottamenti del passo dell’oca tedesco con un improbabile “passo romano” la guerra in comune in Spagna, l’appoggio oramai incondizionato ad un serio anchuluss nel 38, le Leggi razziali , la farsa di Monaco sempre nel ‘38, e orami il Patto d’acciaio, l’Asse Roma-Berlino-Tokio , l’avallo a qualsivoglia sopruso tedesco, la conquista nazista di Praga nel marzo del ‘39 e poi i Sudeti, la polonia, la guerra nel settembre 1939.

 

mercoledì 28 ottobre 2020

ENTRARE NELLA PARTE (RIVOLI)

 

Arcole però non era stata una vittoria definitiva e anzi aveva accentuato quel senso di incompiuto,di provvisorio, che sembrava come pascersi del fondo limaccioso della valle del Po; a parte l’episodio della goffaggine del Generale in capo che era stato salvato per un capello dal suo tentativo di spronare con tanto di tricolore alla mano, i soldati per rompere gli indugi di una resistenza nemica sempre solida, la verità è che anche questa battaglia non aveva lasciato né vincitori, né vinti, ma solo una situazione incancrenita dall’agonia della fortezza di Mantova, ma anche da una serie di rivolte, pronunciamenti di questo o quello statarello, costringendo Napoleone a recarsi di presidio a Bergamo, a Brescia, a Tortona ed abbiamo visto come riponesse la speranza di trascinare tali riottosi popoli nella costituzione di repubbliche che avessero una continuità di ideali e di intenti con la grande madre della Rivoluzione: una questione di opportunità per togliersi dall’impasse di una situazione sempre più aleatoria , tant’è che il Direttorio era addivenuto alla risoluzione di inviare un altro di quei numerosi Generali che avevano fatto parte del comitato per il Piano del ’95, il più attempato coi suoi 31 anni, il Generale Clarke, per concordare una pace con l’Austria.Ovviamente Bonaparte non vide di buon occhio tale operazione, che però non ebbe il coraggio di contrastare apertamente. Noi siamo abituati a ritenere che la prima Campagna d’Italia di Napoleone sia stata un susseguirsi di fulgide vittorie, una sorta di progressione verso la gloria, dove il fattore tempo resta ingoiato dall’azione, ma non vi può essere nulla di più errato: come abbiamo visto le battaglie erano state tutte mezze battaglie, scontri con retroguardie, che solo la maggiore velocità delle truppe francesi magistralmente guidate da espertissimi generali come Massena, Augereau e Serurier avevano consento di assegnare alla vittoria. La situazione in quel lunghissimo estenuante periodo di tregua da Arcole a Rivoli, si era quanto mai impantanata senza possibilità di soluzione. In verità furono solo due mesi ma incredibilmente estenuanti, dove ancora una volta nella mente di Napoleone riprese corpo la idea di realizzare l’idea originaria del piano ovvero valicare la Alpi e prendere alle spalle l’Austria, questo anche perché la Cispadana non rappresentava quell’aiuto che avrebbe potuto aspettarsi e le rivolte, piccole rivolte degli stati italiani sempre più diffuse e insidiose; si era diffatti ribellata parte della Gargagnana, la cittadina Di Carrara, ancora una volta Tortona e tutto sembrava tramare tranelli, minacce, insicurezza…. dal Regno di Napoli allo Stato Pontificio, alla Repubblica di Venezia. Inficiando i tentativi di armistizio del Gen.Carke e anche le velleità di attacco di Napoleone attraverso l’esecuzione del grande Piano del ’95, l’Austria all’improvviso rompeva gli indugi e tornava ad attaccare nella prima decade di gennaio del 1797. Lo ripeto, lo studio e la riesamina dei fatti porta a ribaltare completamente l’assunto che era sempre stato Napoleone ad attaccare difatti e’ sempre vero il contrario: fin dalle prime scaramucce dell’aprile e la battaglia un po’ più seria di Cairo Montenotte, l’iniziativa dell’attacco era sempre stata solo dell’Austria e anche questa volta non si doveva assistere ad una eccezione. Il piano sempre affidato al Gen Alvinczi prevedeva un attacco per le gole del Brenta passando poi per le valle dell’Adige, mentre un suo Generale in sottordine Provera aveva il compito di marciare su Mantova passando per Padova e Legnano: Il tranello di Alvinczi era quello che vedendo Mantova minacciata, i Francesi alleggerissero la posizione di Rivoli per bloccare Provera e consentissero a lui di batterli appunto a ridosso del Lago di Garda, ma Bonaparte che proveniva da Bologna si calò subito nell’emergenza e sfruttando la maggiore agilità e mobilità delle sue truppe, concentrò a se tutte le sue forze e tutti i suoi eccezionali Generali tra cui come al solito rifulse Massena, che fu uno degli artefici della Grande Vittoria; in effetti Rivoli fu la prima grande e indiscussa vittoria di tutta la campagna d’Italia, quella che probabilmente consentì a Napoleone non più di recitare una parte, ma di entrarvi in tale parte. La storia sembra finalmente aver trovato il suo eroe indiscusso, poca importanza ha il fatto che probabilmente Massena ha più meriti di lui (succederà lo stesso tre anni dopo a Marengo con Desaix) ma e’ lui il comandante in capo e la leggenda che vuole nel piccolo Generale il nuovo Alessandro sembra confermata a gran voce. Mai l’esercito francese aveva riportato una vittoria così categorica. Pochi giorni dopo difatti la Fortezza di Mantova viene espugnata e Bonaparte è padrone di tutta l’alta Italia. Riaffiora con prepotenza l’idea originaria del piano dei Generali del 1795, che lui Bonaparte a questo punto aveva portatosi sentiva più che mai in animo di realizzare fino alle estreme conseguenze in effetti a questo punto, non si tratta più di recitare una parte, come in un esperimento di ristrutturazione in psicologia alla Milton Erickson, alla Bandler e Grinder della Programmazione Neurolinguistica, dopo aver interpretato la parte che altri hanno fissato per lui, si tratta a questo punto di entrare nel modello, non più come in un film di cui si vedono le varie sequenze, ma sentendo quello che il protagonista sente, le sensazioni, il profumo dell’aria, il terreno su cui si poggiano gli stivaloni. Napoleone Bonaparte  con l’entrata nel 1797 e il suo ventottesimo anno  di età è entrato quindi nella parte che fino ad allora altri avevano costruito per lui, eppure malgrado  avesse cominciato a sentire in prima persona, direttamente, cosa significa il successo, la gloria nell’entrare nel consesso dei grandi Generali di tutti  i tempi, resta sempre ligio alle direttive del Direttorio che subito dopo la battaglia d Rivoli e la conquista di Mantova gli ordina di fare incetta di tesori e fondi nelle Chiese, nei Monti di Pietà dello Stato Pontificio ed anzi risolvere una volta per tutte la questione con papa Pio VI:  poche scarmucce a Bologna ad Imola, l’occupazione di Ancona,  portano il papa  a chiedere la pace e a firmare il trattato di Tolentino il 19 febbraio, nel quale il Papato cede Avignone, il contado di Venasque, Bologna, Ferrara e tutta la Romagna. Ottenuto  quindi quest’altro grande successo che ancora di più fa entrare nella parte del Conquistatore  il giovane Generale, il Direttorio non solo ratifica appieno il Trattato,  ma finalmente si decise  a dare avvio al Grande Piano del ’95, quello di cui l’allora sconosciuto Generale aveva dato la sua modesta collaborazione e che ora in prima persona, anzi da  protagonista assoluto veniva incaricato di mettere in atto. L’istruzione è del 3 febbraio 1797   e oramai si ordinava  finalmente al Generale e alla sua Armata di invadere il Friuli e conquistare Trieste in parallelo all’invasione del Tirolo, e quindi  procedere appieno con l’esecuzione famoso Piano, ovvero  invadere gli Stati d’Austria  e effettuare il congiungimento  con le truppe francesi in Germania: l’ Armata del Reno, comandata da Moreau e quella della Sambra e Mosa, da Hoche, per effettuare quindi  congiuntamente una pressione a distanza su Vienna e costringerla alla pace. Palesemente come per incanto in tutta Italia settentrionale e centrale, il partito che puntava sulla presenza dei Francesi per rovesciare l’Ancien Regime e proclamare libere Repubbliche  somiglianza di quella francese, cresce a dismisura “La Rivoluzione ha conquistato tutti i cervelli d’Italia” scriverà Bonaparte al Direttorio, ma intanto non è che la faccenda lo rassicurasse granchè, anzi…a questo punto era molto più concentrato sulla prospettiva di lasciarla quell’Italia nella quale si sentiva sempre più impantanato e dedicarsi anima e corpo alla realizzazione integrale del Piano per il quale si era tanto adoperato.  Per difendersi dal piano di invasione l’Austria  aveva spostato in Italia il suo più valente stratega l’arciduca Carlo reduce di importanti vittorie su Moreau, che subito si era posto  sulla riva sinistra del Tagliamento  per impedire ai fancesi di dirigersi verso Tarvisio. La battaglia venne ingaggiata il 16 marzo, ma l’arciduca non vi si profuse più di tanto, per effettuare anche lui come d’altronde tutti i generali che l’avevano preceduto, una ineccepibile ritirata strategica, laddove divise il suo esercito una parte a difesa ravvicinata di Tarvisio , mentre quella da lui diretta si ritirò verso Gradisca e  Gorizia, inseguito da Bonaparte in persona, mentre Massena avanzava da Osoppo verso le gole di Pontebba. Il 21 marzo c’è l’occupazione di Gorizia praticamente senza battaglie, il giorno seguente Massena occupa Pontebba;  la situazione sembra esaltante, ma non è così anzi, Bonaparte non è affatto tranquillo e teme più di ogni cosa l’isolamento, trovarsi nel bel mezzo di territori sconosciuti alla mercè di una controffensiva austriaca, condotta da un generale che conosce per la sua valenzia, una volta che abbia esaurito la sua strategia difensiva. Ad accentuare tale paura c’era stata la notizia che  Brescia e Bergamo erano insorte, due città irrilevanti ai fini della guerra, tant’è che lo stesso giorno l’esercito francese era entrato a Trieste, ciò nonostante ci sono missive del 24 e 25 marzo  al Direttorio che manifestano questo suo disappunto in cui si evince la sua speranza più grande:  che le due Armate  in Germania attraversino il Reno e comincino ad operare la congiunzione con la sua Armata    

domenica 25 ottobre 2020

GOETHE E GLI ECONOMISTI

 

Gli economisti ??? a parte Keynes, e pochi altri tutti comunque raccordabili alla sua teoria, fulgido esempio il nostro Federico Caffè, ritengo che spesso uno scrittore e una grande opera surclassino una teoria di azzimati economisti, che poi alla fin fine si riducono a fantozziani ragionieri (sempre noi in Italia ne abbiamo avuti e ne abbiamo fin troppi epigoni all'insegna di un neo-liberismo di maniera e una prassi politico/economica a dir poco sciagurata) Ecco qui vado a riprendere nientemeno che Gethe e il suo Faust per avere una lezione di economia, ma anche espressioni artistiche molto meno qualificate tipo una stornellata romana come quella di le stornellate romane a volte riassumono al meglio tanta stracca teoria e tanta razzaffonata prassi lo possono sottolineare, come dimostra il caso di Rodolfo D’Angelo col suo ”ma cos'è questa crisi,cos'è?" : aumentar l'esportazione, diminuir l'importazione ...." e questo nel pieno della Grande Crisi a seguito del crollo di Wall Street, ripreso  da Il Quartetto Cetra


Ma torniamo al nostro Faust di Johann Wolfgang von Goethe (1749-1832). La sua opera in due tempi è considerata uno dei migliori lavori della letteratura tedesca. Questo testo complicato e a volte inquietante narra la storia di un giovane studioso, Faust, che fa un patto con il diavolo, Mefistofele in cambio del supporto di quest’ultimo alla realizzazione delle sue ambizioni, ….l’inizio della seconda parte, l’opera fa una sorprendente panoramica economica: Faust, accompagnato da Mefistofele, frequenta la corte di un sovrano il cui impero sta affrontando la rovina economica a causa delle spese dissolute del governo. Invece di spingere l’imperatore ad essere più responsabile, da un punto di vista economico, Mefistofele, travestito da buffone di corte - suggerisce un approccio diverso, che ha degli inquietanti punti in comune con il nostro tempo: notando il fatto che la moneta dell’impero è l’oro, Mefistofele afferma che c’è sicuramente una grande quantità d’oro sotto terra nei possedimenti dell’imperatore. Così sostiene che l’imperatore può emettere delle cambiali per il valore dell’oro che ancora non è stato trovato, generando, in questo modo, nuove risorse monetarie per il governo e risolvendo il problema del debito. Non c’è da sorprendersi del fatto che l’imperatore e i suoi tesorieri sono entusiasti della sua idea. Così l’imperatore può evitare scelte economiche drastiche provvedendo, allo stesso tempo, a soddisfare il disperato bisogno di moneta dell’impero. Quindi Mefistofele sommerge la corte di denaro di carta, e Faust viene elogiato sia dall’imperatore, che da tutta la popolazione. I risultati, però, come si vedrà, sono catastrofici: prima di tutto l’emissione di cambiali non risolve i problemi delle spese dell’imperatore, anzi le spese dell’imperatore e dei suoi cortigiani diventano addirittura più stravaganti: sapendo che possono sempre emettere più cambiali per coprire le loro spese che aumentano sempre più, ovviamente tutti fanno larga incetta a tale meccanismo, per di più Mefistofele ha cambiato in modo impercettibile, ma nell’essenza le basi della moneta dell’impero: invece di essere radicate nella solidità offerta da elementi tangibili e di valore, ora, sono radicate su promesse di carta inconsistenti. Così la stabilità monetaria a lungo termine e le forti restrizioni sulle spese esagerate del governo sono sacrificate per i guadagni a breve termine. Goethe finì di scrivere la seconda parte di Faust nel 1832. L’economia moderna, allora, era appena emersa dalla sua infanzia, tuttavia, l’intuito di Goethe si colloca proprio al centro di alcuni dei nostri problemi economici più difficili in genere irrisolvibili al lungo termine. Uno riguarda l’impatto della moneta a corso forzoso. Tecnicamente parlando, la moneta a corso forzoso è una valuta a cui un governo dà corso legale, anche se non ha valore intrinseco. Attraverso la storia, la moneta a corso forzoso è stata l’eccezione piuttosto che la regola. Molte monete si basavano su beni fisici, in modo particolare sull’oro. Invece la moneta a corso forzoso, alla fine, è basata sul fatto che abbastanza persone hanno fiducia nel fatto che una data valuta sarà accettata per le transazioni economiche. Tale fede, tuttavia, vacilla facilmente. Le recenti tribolazioni dell’euro sono un buon esempio di ciò che succede quando la gente comincia a perdere la propria fiducia nella moneta a corso forzoso. L’espressione “valere tanto oro quanto pesa” sottolinea quella che è la fiducia che la gente ha sempre attribuito alla moneta del baratto. Il secondo problema riguarda la tentazione affrontata dai governi quando combattono per risolvere i loro problemi di deficit, di immettere sempre nuova moneta o correlato di moneta. Nel 2009, il governo federale americano ha registrato un deficit di $1,4 trilioni di dollari. Valore che corrisponde al 10% del PIL degli Stati Uniti, un livello mai raggiunto dai tempi della Seconda Guerra Mondiale. Dovendo scegliere tra un taglio alle spese, un prestito o mettere in circolo una maggiore quantità di denaro, la terza opzione ha sempre attratto molti politici. Ma forse, la più grande lezione del Faust di Goethe è che l’inganno è intrinseco a tutte le azioni di speculazione finanziaria messa in atto dai Governi e d politici più che spregiudicati. In qualsiasi momento in cui un Paese sceglie di alimentare le illusioni economiche a danno della difficile verità economica, allora, come Mefistofele, impiegherà mezzi discutibili di ingegneria governativa e finanziaria, come inflazionare la valuta, creare derivati e tutto quello che abbiamo visto negli ultimi vent'anni indebitando il settore pubblico, e creando una fittizia del tutto virtuale e non reale economia. La tragedia più grande però e questa neppure Goethe poteva supporla, è se, quello stesso Paese o forse su pressioni di altri Paesi o lobbies di vari interessi e poteri, sceglie la strada di passare dall'economia alla società stessa, applicando grosso modo le stesse soluzioni (scherzando e tirando un pò il collo al concetto io ho detto : invece che "derivati" passiamo al femminile : "derivate" e andiamo quindi ad incontrare quelle funzioni matematiche che se utilizzate tramite proiezioni, ad esempio radici quadrate di numeri reali ma negativi(quindi numeri immaginari) mi daranno sul sociale e non più solo sul finanziario risultati di assoluta virtualità, in un calcolo infinitesimale che potrà essere verificato punto per punto con parametri di artificiosità cui una pseudo scienza come la statistica me ne darà strumento e la diffusione della "paura" a bella posta gonfiata da Media compiacenti e lacchè istituzionali, provvederà a espandersi capillarmente

DERIVATI DERIVATE  

il CO-MONDO DEI QUANTI

  MI PROPONGO DI CHIOSARE  UN TITININ un'interpretazione della fisica quantistica  proposta da Carlo Rovelli nel 1996. Secondo questa vi...