domenica 7 marzo 2021

AGGIORNAMENTO DI "RECITARE UNA PARTE"

Questo è un saggetto che mi è stata solleticato dal ritrovamento di un vecchio libro di uno storico italiano Gugliemo Ferrero, non troppo conosciuto in quanto essendo antifascista e esule in vari Paesi, non è stato in Italia oggetto di capillare diffusione e attenzione; diciamo “peccato” perché siamo in presenza di uno storico vero e molto originale, oggetto di grandi riscontri, ma giustappunto non in territorio nazionale, ma nei numerosi Paesi in cui è stato esule     Il libro in questione è del 1936 pubblicato in Svizzera, si chiamava "Avventura" e tratta del prepotente ingresso nella storia, del giovane generale Napoleone Bonaparte con la campagna d’Italia del 1796/97, dove è avanzata la tesi che tale folgorante ascesa non sia stata affatto dovuta a quel genio militare universalmente attribuito al personaggio e neppure a quella sorta di “hoc erat in votis”che trascende i dettami della storia, ma a tutta una serie di circostanze tra il fortuito e il fortunoso, ma anche un tantino al programmato, che fa si di individuare un contesto preordinato e ben incanalato nei dettami di una precisa strategia sociale. Le verità storiche come quelle scientifiche sono sempre relative e la campagna d’Italia del 1796/97 è stata universalmente considerata dagli storici come innesto della più straordinaria avventura del personaggio che l’aveva condotta, quel personaggio che 10 anni dopo, all’indomani della battaglia di Jena, farà scomodare un filosofo come Hegel sceso in strada per veder passare sul suo immacolato cavallo bianco “lo spirito della storia. E’ da più di due secoli appunto che si racconta che la Campagna d’Italia fu il parto del solo cervello geniale di Bonaparte, e che solo lui avrebbe potuto avviare un simile sconvolgimento, ma analizzando spassionatamente i fatti l’autore perviene alla constatazione che non è affatto così: in effetti, specie nella prima parte della campagna non si ravvede alcuna variazione rispetto al piano studiato dal Direttorio per i compiti dell’Armata. Va notato difatti, che all’incirca dalla meta’ dell’anno precedente all’assunzione del comando dell’armata di Bonaparte , il Direttorio in collaborazione con il Comitato Topografico Militare e una serie di giovani Generali, di cui faceva parte il ventiseienne Generale di Divisione Napoleone Bonaparte, aveva elaborato un piano d’azione sia tattico che strategico per la non troppo considerata Armata d’Italia. Sotto il profilo tattico il primo obiettivo doveva essere la città e fortezza di Ceva che doveva essere attaccata da due lati delle forze d’Armata , la prima lungo il Tanaro, la seconda da Savona, per poi proseguire nella direttiva di separare le forze austriache da quelle piemontesi e procedere verso la Lombardia . Le linee strategiche per l’Armata del Piano del Direttorio, però non riposavano in Italia, ma prevedevano l’invasione della Germania attraverso l’Italia, e Napoleone come si e’ detto, faceva parte del gruppo di Generali che aveva ideato tale piano in un periodo in cui non aveva ancora alcuna idea che sarebbe stato proprio lui quello che sarebbe stato incaricato di dargli fattualità. Questo punto è di capitale importanza nel ragionamento che stiamo seguendo : dove è che finisce la la storia e dove è che comincia il mito???? perché in effetti siamo in presenza della nascita di un Mito, anzi a tutti gli effetti il più inossidabile mito dell’era moderna, un’era nata appunto come Rivoluzione delle macchine che aveva avuto in precedenza qualche prodromo di personalizzazione ( Federico II di Prussia, qualche musicista, tipo Mozart, Beethoven o filosofo d’eccezione tipo Kant, un artista di spicco) , ma che troverà in questo piccolo insignificante uomo, che in altri periodi, se non avesse incappato in una serie di sconvolgimenti sociali del calibro della Rivoluzione Francese, sarebbe rimasto un oscuro ufficialetto gratificato al massimo del grado di Maggiore. E’ notorio come praticamente tutti, anche coloro che non lo avevano particolarmente amato (il manzoniano “vergin di servo encomio e di codardo oltraggio”) finissero per esaltarlo, appuntandosi anche su particolari non troppo dissimili dal conformarsi delle nuvole ad una apparente madonna in cielo, per uno stuolo di fanatici e suggestionabilissimi religiosi : nel 1840 quando in una giornata invernale nuvolosa e uggiosa fu traslata la salma dell’Imperatore da sant’Elena per essere tumulata nella Chiesa des Invalides, ecco che all’improvviso uno splendente sole sbucò dalle nubi per illuminare il feretro e le ali di folla che l’accompagnavano lungo les Champs Elysees, e simultaneamente si levò dalle folla un grido che squarciò il silenzio …“LE SOLEIL D’AUSTERLIZ !!!!!” e come d’incanto ritornare la magia dell’Impero, dei bollettini delle battaglie, i gagliardetti, le insegne, le fiammanti uniformi della Vecchia Guardia.  Per spiegare tutto questo, cogliendolo proprio dal suo inizio, l’autore del libro “Avventura” Ferrero, parla appunto di un non meglio precisato “spirito di avventura” una sorta di smania che fa da correlato nel genere umano specie da quando il suo baricentro si è spostato dall’interno di se’ stesso ad un qualcosa di esterno: la macchina ! il prodotto della cosidetta rivoluzione industriale : e’ un smania che sostituisce la ripetitività , la routine, cui lo spostamento di indice referenziale appunto dall’interno all’esterno di se’, in una protesi di tutte le sue capacità, della sua stessa essenza spinge l’umanità, da una parte con impazienza, ma dall’altra con riluttanza, a uscire dal momento presente, per andare a cercare qualcos’altro in un altro tempo in un altro spazio, che appartiene non più alla realtà, ma all’immaginazione; non è un tempo presente, ma non è neppure un tempo passato, ne’ tanto meno un tempo futuro in una semplice modalità desiderante: è un altro tempo, non semplice, ma composto e molto più complesso, un tempo che può trovare applicazione in un mondo matematico di perlomeno cent’anni antecedente alla Rivoluzione Industriale, che due grandi studiosi avocarono a loro ideazione : il calcolo infinitesimale: ovvero andare a definire quel particolare “punto/momento/emozione” in cui uno stato si trasforma in flusso, un cambiamento che compatibilmente al suo far parte di tutto l’insieme dei numeri complessi, ne comporta anche l’impiego del sottoinsieme dei numeri immaginari, ovvero proiezioni di numeri negativi. Lo spazio/tempo e flusso ecco che diviene quel “sarà stato “ ovvero una modalità trascorsa e nel contempo “ri-assunta”, per dar luogo ad un avvenire, che farà leva sugli immaginari, tutti gli immaginari possibili, dove la realtà si piega alla fantasia e anche alla manipolazione, abbisognando non solo del calcolo infinitesimale e di tutto l’insieme dei numeri complessi, ma altresi’ della capacità di persuasione della nuova grande arma della Rivoluzione Industriale : la stampa, i mezzi di informazione, tutto quello che più tardi verrà denominato “Mass media” La tesi del libro di Ferrero che assume un che di inquietante nella correlazione con quanto sta accadendo oggi, non nomina il calcolo infinitesimale, né le derivate complesse che impiegano anche numeri immaginari, ovvero proiezioni di negativi -1, -2, -3, -n, con i quali si intende quella mancanza, debito, carenza , etc, che proprio grazie alla proiezione assolve ad una funzione di compensazione più che verosimile, così come non nomina la fondamentale differenza tra Liebniz e Newton proprio su tale calcolo infinitesimale, laddove per il primo i fenomeni e la stessa essenza umana erano ascrivibili ad una una sorta di “forza viva” (vis viva ) che ha più a che fare con la reazione e in qualche modo il tentativo di padroneggiare il cambiamento epocale dell’introduzione della macchina, da parte dell’uomo e ingenererà quella reazione alla massificazione rappresentata dall’Illuminismo, mentre il secondo, che era più fisico e meno filosofo, tendeva a stabilire relazioni di grandezza e velocità tra uno o più punti, che lui chiamava flussioni, e dal cui calcolo, di tali “flussioni” che poi vennero chiamate “derivate” si può prendere l’antefatto della piena riuscita di quel cambiamento di soggetto referenziale di essenza del mondo, che la Rivoluzione Industriale realizzerà tra uomo e macchina. Si tratta a ben vedere per entrambi di maneggiare un infinito potenziale, ma per ognuno dei due ecco che si prestava a individuare un potenziale infinito interno o un potenziale infinito esterno, ognuno con una sua particolare inclinazione e che in correlazione coi grossi cambiamenti che la Rivoluzione Industriale stava ingenerando, produrrà immediatamente degli effetti di significazione : da una parte quella di Leibniz, che è come si è fatto cenno, può ascrivervi tutto il movimento filosofico dell’Illuminismo (il secolo dei lumi) dall’altra quella di Newton che rappresenta invece quel meccanicismo che riuscirà compiutamente a trasferire l’indice di riferimento generale di essere al mondo dall’uomo alla macchina, ovvero dall’interno di sé, all’esterno di se’. Ora come è noto, la storia scientifica ha deciso a favore del secondo , superando con relativa facilità la stimolante idea dell’Illuminismo, eppure intorno all'inizio del XX secolo cioè piu' di trecento anni dopo, la teoria della relatività di Einstein afferma che in ogni oggetto materiale c'è una energia intrinseca che dipende dalla sua massa e dal quadrato della velocita' della luce, la celeberrima formula E = mc2…. sembrerebbe quindi che Leibniz abbia intuito e prefigurato la teoria della relatività, con la sua "vis viva" alla quale aveva dato un indice mv2, ovvero massa per il quadrato della velocità identificandola appunto come energia vitale comune a tutti i corpi materiali e spirituali ; e non è solo Einstein che Liebniz con questa sua intuizione di forza univoca di spirito e materia, appunto questa vis viva, ha anticipato, ma tutte le formulazione della Fisica Quantistica, da Maxwell a Bohr a Heisenberg , Scrhodinger , Bell, Dirac , Feynman etc. introducendo quindi nella fisica teoretica un qualcosa che mai e poi mai sarebbe stato concepibile con Newton, ovvero che la psiche umana, non solo la coscienza ma anche un inconscio, si proprio quello scoperto per indizi di significazione da Freud, abbiano una parte fondamentale nella comprensione delle problematiche relative all'osservazione dei fenomeni quantistici stabilendo una interazione tra chi osserva e ciò che viene osservato. Qual è la tesi del presente scritto, dedotta dal saggio citato ? Che gli storici, o meglio i cronachisti francesi di quel biennio 1796/97 abbiano di proposito utilizzato il calcolo infinitesimale di Leibniz, con tanto di derivate costituite da numeri immaginari (nel senso di proiezioni di numeri negativi ) integrando quella liebniziana “Vis viva” con il generico “spirito di avventura” che l’autore del saggio poneva a generico e irrazionale motore del movimento e cambiamento dei concreti eventi e fatti reali. Quasi casualmente o perlomeno sul concorso di varie circostanze fortuite, questo tipo di calcolo tra il reale e l’immaginario, si sarebbe andato appuntando su di un singolo personaggio, neppure troppo dissimile da altri: un giovane generale, quando la giovane età era più una norma che un’eccezione tra i quadri militari venuti a formarsi con la rivoluzione, con al suo attivo un’efficace operazione di polizia(la repressione di una insurrezione realista alla Chiesa di san Rocco), e la fama di essere abbastanza esperto di movimenti di artiglieria (4 anni prima nella presa di Tolone e del forte dell’Eguilette), ma sopratutto la riconoscenza di uno dei più influenti membri del Direttorio Paul Barras del quale sposandone la ingombrante amante Josephine De Beauharnais gli aveva tolto una enorme preoccupazione e ne aveva avuto, da questi proprio il giorno del matrimonio 2 marzo 1796, un eccezionale regalo di nozze: il comando dell’Armee’ d’Italie. Ora francamente non ce li vedo i compilatori delle cronache nelle vesti di “piccoli Leibniz”, ma il punto è che determinate scoperte finiscono per entrare nelle menti delle persone, così del tutto impercettibilmente, e anche i più astrusi ragionamenti matematici finiscono per entrare a far parte delle sensibilità delle genti; così quella generica sostituzione di paradigma referenziale tra l’uomo e la macchina che aveva già prodotto la reazione intellettuale dell’illuminismo e quella della violenza sanguinaria della rivoluzione francese, andava sempre più abbisognando di una razionalizzazione che chiedeva urgentemente un salto di fantasia, non più per un intero collettivo, ma per un singolo che potesse rappresentare l’esigenza di novità forzando i dettami di una realtà che abbisognava che si conformasse a parametri di eccezionalità, di quasi totale contrasto tra reale e immaginario. Proprio come una macchina, i cui pezzi si possono cambiare, sostituire, riassemblare, anche l’uomo, questo Homo novus non più rappresentante della sua essenza, ma di volta in volta espropriato a favore di una sua continua riproposizione, deve conformarsi alle stesse esigenze ed è parimenti importantissimo, anzi fondamentale che tali peculiarità vengano rese ben evidenti, palesate continuamente, ostentate: nasce dall’immaginario, la pubblicità dell’uomo e della sua azione, del tutto simile a quella di un qualsiasi altro prodotto : l’uomo diventa equiparabile non solo ad una macchina, ma anche ad una merce. Tutto si costruisce, tutto si cambia, tutto si vende e tutto si compra. Napoleone Bonaparte è in tal senso una sorta di prototipo: le sue peculiarità sono da manuale: piuttosto oscuro, venuto dal nulla, poca distinzione, persino un fisico non aitante , di bassa statura, e caratterialità ombrosa, di converso però una fortissima disponibilità al compromesso, ambizione sfrenata, pochi scrupoli, nessuna preoccupazione del futuro, ma tutto orientato al successo immediato, ecco la quintessenza di quel che serve in tempi come quello di post rivoluzione per porre una fine costruita, diremmo oggi virtuale e non reale ad un qualcosa che deve essere ricondotta nei dettami della normale produzione. Nasce la pubblicità e nasce altresì la spettacolarizzazione di un evento che l’uomo deve interpretare come un attore interpreta una parte ed ecco difatti che con la Rivoluzione industriale cominciano a delinearsi oltre questa figura, diciamo così incanalante, anche tutta una serie di altre figure che lo sostengano : scrittori, giornalisti, biografi, estimatori, ma anche oppositori e critici, e vere e proprie entità, tipo i cosidetti mass media. Benvenuti nella nostra era moderna e benvenuti anche in quest’era contemporanea che però con l’esasperazione di alcuni suoi meccanismi ha portato al parossismo il meccanismo del calcolo infinitesimale di Leibniz , dove non possiamo più parlare di “vis viva” ma di totale controllo da parte delle classi dominanti e quindi un reiterato attacco alla Libertà individuale , attacco che avrà di volta in volta le peculiarità di maggiore controllo delle masse attraverso il meccanismo della falsificazione e della mistificazione e vieppiù quello di un continuo stato di paura, cui la stragrande maggioranza delle masse va mantenuta : paura che un tempo poteva essere mantenuta con un impianto di punizione divina, ma che ora abbisogna di un qualcosa di più riscontrabile anche se con i medesimi meccanismi di astrazione e di in definizione : uno stato di salute continuamente compromesso dall’emergere di quel fantasma della malattia e del contagio cui solo l’affidamento ad un qualcuno che si avoca la responsabilità di gestirlo ne potrà assicurare la cura e la guarigione; ne sono manifestazioni : l’eccessivo scollo tra realtà e immaginazione, un consumismo sfrenato con mercimonio dilagante, personaggi sempre più mediocri che cercano di avocarsi le caratteristiche che un tempo erano peculiarità di uno solo o pochissimi, democratizzazione delle derivate immaginarie, tentativi di superamento del confine tra reale e immaginario con fini di asservimento della maggioranza della popolazione ai dettami di pochissimi, come stiamo in questo preciso momento subendo (2020) e i cui tratti ispiratori non riposano nella realtà, ma nella letteratura fantascientifica di tipo apocalittico alla Orwell, alla Huxley,alla Breadbury .  Sul principio del “recitare una parte” è importante realizzare la ricostruzione tutta virtuale di un personaggio fuori le righe, costruito a bella posta con tratti quasi sovraumani, ma opportunamente scelto dalla compagine meno rappresentativa della Società, sicchè ognuno nel suo uniformarsi a questi ne avrà per così dire quasi un ritorno in termini di possibilità : una democratizzazione dell’eccezione , i 5 minuti di celebrità di cui tutti secondo Andy Wharol hanno diritto, in questa nostra era di ipercapitalismo di sfrenato consumismo, dove all’era delle macchine è subentrata l’era delle macchine informatiche e digitali; non più il braccio, le mani, il corpo, la fatica fisica, ma lo stesso pensiero umano, la mente, divengono l’oggetto dell’espropriazione . L’operazione ha una origine, una prima volta e seguiamo lo storico Guglielmo Ferrero che ci fa appropinquare a quel marzo 1796 in cui il Generale Napoleone Bonaparte, con quel po’ po’ di regalo di nozze del comando dell’Armata di Italia, giunge alla tenda del comando a Nizza , ricevuto dai tre generali che fino a quel momento si erano divisi il comando delle operazioni , tre generali di molta più esperienza della sua : il savoiardo Andrè Massena 43 anni ex sottufficiale dell’esercito savoiardo , alto aitante, volitivo, salito velocemente di ruolo e di grado con la rivoluzione e all’attivo parecchi fatti d’arme che lo gratificavano già allora dell’epiteto di “Invincible”, il Gen Charles Pierre Augereaux 39 anni di Parigi nato nella popolare strada di rue Mouffetard a Parigi, ex soldato ed ex disertore per aver ucciso in duello un ufficiale, soldato di ventura di vari Regni, tra cui anche quello dei Borboni napoletani, era ritornato a Parigi durante a Rivoluzione e si era arruolato come Sergente nella Guardia Nazionale per poi salire velocemente i gradi di ufficiale dell’esercito nella repressione della rivolta della Vandea e venir nominato Generale a 36 anni, il Gen. Jean Mathieu Philibert Serurier 54 anni , l’unico proveniente da una regolare carriera militare di ufficiale, essendo di provenienza dalla piccola nobiltà: aveva partecipato alla guerra dei 7 anni e a campagne in Hannover e Portogallo, oltre ad aver preso parte ad operazioni contro Pasquale Poli in Corsica, l’idolo di gioventù di Napoleone, all’inizio della Rivoluzione aveva il grado di Maggiore e nel ‘93 veniva promosso Generale, piu’ che un combattente indomito e di pronta azione come i suoi due precedenti colleghi era per il suo stesso curriculum diciamo così “tradizionale” uno dei maggiori esperti della teoria di Guibert un ufficiale che non aveva fatto a tempo a veder applicate le sue concezioni su di un nuovo modo di condurre le guerre essendo morto nel 1790 a 47 anni, ma che un certo scalpore aveva ingenerato in tutti i comandanti ante rivoluzione con un suo libello del 1773 titolato “Saggio generale di tattica” laddove opponeva la snellezza e la velocità delle armate alla loro massa e quindi penalizzava la formazione di carriaggi, salmerie, magazzini, a favore dell’adozione di reparti agili, mobilissimi e soprattutto che traessero dai territori da loro via via occupati, gli elementi del loro sostentamento, un po’ come le famose compagnie di ventura dei secoli addietro, facendo insomma ritorno al principio della razzia. Va notato che queste idee furono già all’epoca della pubblicazione del saggio prese nella dovuta considerazione : Caterina di Russia invio’ il trentenne autore del saggio in Russia e Federico il Grande volle conoscerlo personalmente. Doveva essere però quello spirito innovativo della Rivoluzione Francese a ispirarsi massimamente ai principi della teoria di Guibert, quello spirito cominciato a realizzarsi con la famosa “cannonata di Valmy” di appena due anni posteriore alla morte dell’autore e giustappunto Serurier era in quanto ufficiale regolare, uno dei più esperti ed entusiasti seguaci delle teorie di Guibert, cosa questa come vedremo fin dagli inizi della campagna d’Italia, che tornerà utilissima al giovane generale Bonaparte e in questo si rivelererà il classico allievo destinato a superare, e di molto, il maestro. Tutti e tre i generali che il Direttorio gli aveva apparecchiato come subalterni erano come si vede dalla esamina delle loro caratteristiche, di gran lunga più esperti e avevano molti più titoli e capacità del giovane Generale Corso e difatti lo avevano accolto non propriamente con rispetto, voltandogli sprezzantemente le spalle, o perlomeno questo è quel che è passato alla storia e che viene riportato in un film che per molti versi rappresenta una specie di inverazione filmica del processo di creazione del personaggio: NAPOLEON : in tale film difatti molte delle scene paradigmatiche che avevano costruito il mito del generale Nessuno divenuto il generale Meraviglia, sono riportate fedelmente; fedelmente si, ma non alla realtà, bensi’ a quell’immaginario con il quale si sarebbe dato inizio al Mito, non ultima questa scena appunto dell’ingresso del giovane generale nella tenda comando con i tre sopracitati generali ripresi appunto di spalle. Cosa succede ? ecco che si vede Bonaparte scaraventare la sciabola sul tavolo costringendo i sottoposti a voltarsi e quindi fissarli , uno alla volta diritto negli occhi, fino a imporgli di levarsi il cappello. Siamo nella quintessenza di quando un film che dovrebbe interpretare la storia si fa esso stesso storia: Napoleon di Abel Gance che doveva consegnare alla Settima Arte la ratifica di un Mito così come era pervenuto da quel meccanismo di esaltazione messo in evidenza dallo storico Guglielmo Ferrero, è forse il film più mancato della storia del cinema, difatti, essendo tale film del 1927, la diffusione del sonoro ne bruciò il colossale potenziale di successo e diffusione: forse proprio a causa di questo mancato, in una sua riproposizione dopo oltre mezzo secolo con uno scenario di ambientazione quanto mai caricato da un triplo schermo a Massenzio, in piena atmosfera di quell’Estate Romana voluta dal sindaco Argan e dell’Assessore, nonchè mio amico personale, Renato Nicolini che mi aveva convocato, conoscendo la mia passione e discreta competenza di cinema, per chiedere un parere su cosa ne pensassi di quel film; io capirai con la mia sempiterna cultura per il “mancato” mi ero prodotto in un vero e proprio panegirico, tanto più che c’era la concretissima possibilità che venisse a presenziare lo stesso regista Abel Gance, oramai novantenne, che per come erano andate le cose su quel capolavoro per differita, si collocava in pieno in tale spirito. In effetti quel film, Napoleon aveva tutte le peculiarità di quel grande mancato di cui spesso, opere, persone, eventi, addirittura città e civiltà, sembrano venire intessuti. Realizzato con grandissimi mezzi intorno al 1927, doveva oscurare tutti i grandi colossal usciti fino ad allora, era però apparso sugli schermi proprio quando la provocante voce di Al Johnson disse la famosa frase “Signori non avete ancora sentito nulla!”. Lo disse Groucho Marx “un film è assai meglio della realtà” , così era anche quel film, per concezione, ampiezza di vedute, tecnica cinematografia con dissolvenze incrociate, carrellate fantasmagoriche, effetti di fotografia, uso di viraggi in relazione alle scene.. “pensa” avevo detto a Renato Nicolini “ che non è affatto vero che Exstasi con Hedy Lamar è stato il primo film dove si vede un seno nudo di donna, nella grande festa del ballo per la fine del “terrore” di Robespierre e Sain-Just, c’è una scena di ballerine che danzano tutte allegramente a busto scoperto. Ora Abel Gance novantenne era lì in prima fila, nelle poltrone di Massenzio, omaggiato da tutte le autorità e anche dal sottoscritto, che era in fibrillazione nello stringere la mano ad un simile “campione” del mancato, questa volta non tanto alla storia, quanto allo spettacolo, ma, che questa volta, la realtà gli aveva dato la sua rivincita. L’entusiasmo del pubblico alla rappresentazione, i tre schermi con i riflettori che sul finale dividevano la luce nei colori della bandiera francese, manco a dirlo con la musica della “Marseillese”, furono qualcosa di epocale, in quella splendida notte romana. Lo vedi che strano, la realtà a volte concede qualche rivincita, ho detto sempre che forse noi sulle generali viviamo un po’ troppo e che per lo più siamo destinati ad essere superati dalle cose del mondo, ma di certo il vecchio Abel Gance quella sera non sarebbe stato del mio stesso avviso, glielo si leggeva negli occhi di vegliardo, dove si intravedeva il lampo dell’orgoglio di aver fatto un qualcosa che, d’accordo , il botteghino e quindi lo spettacolo in genere, aveva condannato come fallimento, ma non all’oblio. Lo ripeto fino a pochissimo tempo fa nessuno mi avrebbe convinto del contrario, il film che in quel fantasmagorico scenario ci incollò tutti a fronte di quel triplice schermo, ove come un fantasma aleggiava in una sorta di dissolvenza tra realtà e immaginario la veneranda figura de suo autore, in poltrona d’onore lì nella rappresentazione, ma anche ben dentro l’immagine filmica nella accattivante parte che si era scelto del terribile “angelo della morte”Louis Antoine de Saint Just. . L’attore che impersonava Napoleone nel film, Albert Dieudonnè era perfetto nella parte, si ma quale parte? quella che la storia ha voluto tramandarci, ma non certo quella che la realtà dove un ubbidientissimo giovane generale praticamente con un quasi nullo curriculum si accingeva goffo ed impacciato a recitare appunto la parte di esecutore di un piano che aveva ben altri ideatori e di certo del tutto inconsapevole di quello che un melange di caso, necessità, piaggeria e anche fortuna gli stava apparecchiando, e che magari qualcuno avrebbe chiamato storia; a pensarci bene è sempre un pò così! non è forse vero che siamo sempre costantemente superati dagli eventi che dobbiamo vivere?, la nostra stessa struttura anatomica è congegnata di tal fatta, abbiamo gambe per camminare e alla bisogna, correre, verso dove? verso qualcosa, braccia per cogliere…mani per afferrare e un cervello per pensare…prima: pro-tendersi, pro-gettare, pro-porre…. tutto quel benedetto “pro” che guarda un pò è giusto il prefisso del nome di quello che ci ha fatto questo regalino: il mitico Prometeo, dove quel “pro” è unito alla forma “methes” del verbo “mantano” = io penso: e quindi Prometeo è “colui che pensa prima”, in anticipo, proprio come cerchiamo di fare noi. Eh già, ma su cosa è fondato tutto questo “pro”? su di un furto! un furto agli dei, che permalosi come sono non l’hanno presa per niente bene, e a parte i risvolti più o meno truculenti verso l’autore di quel furto (roccia del Caucaso, catene, aquila che rode il fegato) e anche verso di noi (il taglio che separa l’essere umano, prima “amphiteroi in due parti distinte (dia-boliche) blandamente spinte dal dio Eros alla ricongiunzione (simbolica), hanno fatto in maniera che noi fossimo appunto costantemente superati dalle cose che desideriamo; per questo forse i latini hanno coniato la parola desiderio (de sidera) ovvero essere intorno, dalle parti, nei pressi, nei paraggi di dove dimorano le stelle che non sono affatto fisse, anzi per il solo dato di presentarsi alla nostra vista, esse debbono essere già estinte da milioni di anni. Paradossale dunque che il vecchio Abel Gance abbia avuto il suo “successo” cinquanta e passa anni dopo, ma anche paradossale che noi comuni mortali siamo sempre lì a combattere con le cose del mondo e l’unico modo per impadronircene veramente è forse quello del ri-assumerle, non nella realtà , ma in una sorta di immaginario, dove, come la riedizione di Napoleon a Massenzio, quello che conta, non è come siano andate veramente le cose, ma come le reinterpretiamo noi, come ri-mettiamo il tutto insieme , ovvero con una operazione “simbolica” Ordunque a parte le scene della tenda con la sciabola sbattuta sul tavolo e probabilmente anche il famoso discorso , ben illustrato nel film, che il nuovo Generale tenne alle truppe “ soldati siete laceri e malnutriti. Il governo vi deve molto, e non può darvi niente. La vostra pazienza, il coraggio che mostrate in mezzo a queste rocce, sono ammirevoli, ma non vi daranno la gloria …. Io voglio condurvi nelle più fertili pianure del mondo. Ricche province, grandi città saranno in vostro potere. Vi troverete onore, gloria e ricchezze. Soldati d’Italia, mancherete dunque di coraggio e determinazione?», cosa fa il nuovo Generale appena arrivato? esegue alla lettera il Piano che il Direttorio aveva ricalcato sulle Memoire de l’armeè D’Italie, redatto l’anno precedente, dal gruppo di giovani generali di cui anche lui aveva fatto parte, uno dei tanti, non certamente il più importante , soprattutto non quello che sarebbe stato destinato a eseguirlo. Va notato difatti, che all’incirca dalla meta’ dell’anno precedente all’assunzione del comando dell’armata di Bonaparte, il Direttorio in collaborazione con il Comitato Topografico Militare e questa serie di giovani generali, aveva elaborato un piano d’azione sia tattico che strategico per la non troppo considerata Armata d’Italia. Sotto il profilo tattico il primo obiettivo doveva essere la città e fortezza di Ceva che doveva essere attaccata da due lati dalle forze d’Armata , la prima lungo il Tanaro, la seconda da Savona, per poi proseguire nella direttiva di separare le forze austriache da quelle piemontesi e procedere verso la Lombardia . Le linee strategiche per l’Armata del Piano del Direttorio, però non riposavano in Italia, ma prevedevano l’invasione della Germania attraverso l’Italia, e Napoleone esegue alla lettera le disposizioni , fissa il suo Quartier Generale d Albenga ed comincia col volgere la sua attenzione a Ceva, primo obiettivo posto appunto dal Piano e la riprova è data dal suo recarsi il 9 aprile 1796 nella Valle del Tanaro per parlare con Serurier che comandava quel settore, neppure prendendo in considerazione una offensiva dalla parte di Montenotte, dove si badi bene sarà trascinato a reagire non operando da attaccante, ma da attaccato: attaccato dall’ala sinistra dell’esercito austriaco che riusciva a sorprendere i francesi conseguendo alcuni vantaggi territoriali in direzione del colle di Cadibona e Savona: così crolla uno dei miti più inossidabile della aurea napoleonica: che lui sia arrivato e paffete come d’incanto successi a ripetizione : Dego, Millesimo, Cairo Montenotte. In verità furono gli Austriaci a dare inizio alla Campagna d’Italia in quell’aprile 1796 e le controffensive che portarono alla vittoria di Cairo Montenotte il 12 di aprile, furono merito non tanto di Bonaparte quanto dei Generali Massena e Leharpe che erano accorsi prontamente. Altro particolare spesso sorvolato dagli storici, specie quelli meno approfonditi e anche il nostro famoso film Napoleon, (che su queste prima battaglie della campagna d’Italia, chiude la sua visione, facendo aleggiare sullo schermo tricolore, lì a Massenzio, un’aquila volteggiante a simbolo della gloria , lasciando intendere di voler continuare la narrazione in una parte successiva) , fu che subito dopo la vittoria di Cairo Montenotte, Napoleone ritornò al piano originario del Direttorio, ovvero l’attacco di Ceva e quindi lasciò lo scontro cogli austriaci per preferenziare quello coi Piemontesi , fu addirittura ipotizzato che Bonaparte disubbidì al Direttorio nel non continuare lo scontro verso gli austriaci, ma è una di quelle, diremmo oggi fake news da manuale : il Direttorio non aveva mai ordinato a Bonaparte di inseguire gli Austriaci ed anzi aveva tassativamente ordinato di non fare alcun movimento se non prima di aver occupato Ceva. Nei giorni seguenti Napoleone operò contro i due eserciti, quello austriaco che era stato sconfitto a Cairo Montenotte e quello piemontese che presidiava Ceva e la valle del Tanaro, su più direzioni; nei combattimenti un po’ altalenanti di Dego, Millesimo, dove alla fine i francesi finirono per avere la meglio e solo quando fu tranquillo rispetto agli austriaci, il 16 aprile si girò verso Ceva prendendola d’assalto, ma venendo sanguinosamente respinto . Ora va sottolineato come tale ultima operazione, appunto l’occupazione della fortezza di Ceva, ha sempre fatto storcere il naso agli storici, specie quelli agiografici di Napoleone: difatti attaccare di petto un campo trincerato, anche se era espressamente e tassativamente stabilito dal Piano del Direttorio, non è propriamente una di quelle azioni che un buon generale, figuriamoci Napoleone, farebbe mai, per cui tutti si sono chiesti come sarebbero andate le cose, se il giorno seguente Colli il comandante in capo dell’esercito piemontese avesse difeso la citta’? Cosa aveva portato Colli ad abbandonare il campo trincerato ed evacuare a cittadina lasciandovi solo una piccola guarnigione che sarebbe capitolata pochi giorni dopo, facendo di fatto i francesi padroni del campo senza ferire??? Ecco qui si entra in un campo appunto dove storia e fortuna si confondono, ma anche lasciano uno spiraglio di “altra” eventualità che forse risente di fattori che nessun piano precostituito può prevedere. Fortunissima ovviamente per il giovane Generale che si trova questo inaspettato regalo e per la prima volta era andato parzialmente contro le direttive di Parigi non rimanendo a Ceva, ma inseguendo il nemico. Il punto è che alcuni documenti ritrovati anni dopo, mostrano che le direttive del Piano del Direttorio non erano poi così assolute, si legge difatti in una di queste “Istruttorie”: “ il Direttorio lascia al Generale in capo la libertà di dirigere le operazioni sia che ottenga vittoria completa, sia che il nemico si ritiri verso Torino e l’autorizza a dar ancora battaglia, fino a bombardare la capitale, se le circostanze rendessero questa azione necessaria “. Come dice giustamente Ferrero si ravvede il linguaggio ovattato del Direttorio, ovvero non ordinare mai, non imporre alcunché, ma sempre proporre, suggerire, consigliare, spingere cioè il generale ad ardire, ma senza forzarlo si dal non rimanere coinvolto in una sconfitta, sconfitta che 2 giorni dopo il 19 aprile doveva puntualmente arrivare in una forte posizione che proteggeva la ritirata delle truppe di Colli, quella di San Michele; nessuno, o quasi, ha mai sentito nominare questa battuta d’arresto nella trionfale marcia dell’Armeè d’Italie e del suo giovane generale, che pure fu addirittura più grave di quella di Ceva, tanto da costringere il Bonaparte a convocare il Consiglio di guerra. Però a questo punto, la riesamina dei fatti puramente militari: vittorie, sconfitte, assalti, inseguimenti , battute d’arresto, deve caricarsi di qualche altra valenza ed andare un po’ più a fondo di quella generica indicazione di fortuna che starebbe lì a fare da rimpiattino tra caso e necessità. Come mai Colli comandante dell’esercito piemontese si comportò in maniera così contraddittoria: respinge il nemico, lo vince addirittura, ma non ne approfitta, anzi si ritira abbandona campi trincerati e però si assicura la ritirata sempre rintuzzando gli attacchi, come successe ancora il 21 aprile a Mondovì vicinissimo Torino; d’accordo questa volta le cose andarono un po’ meglio pei Francesi, ma questo non impedi’ comunque a Colli e all’esercito di raggiungere Cherasco il 24, giusto ove dopo velocissimi preliminari, il 28 aprile la corte sabauda di Torino avviava i preliminari di un armistizio per negoziare una pace separata con la Francia, il tutto con l’esercito austriaco appena a due giorni di marcia da tale cittadina. Cosa c’è dietro questo contraddittorio comportamento dei Piemontesi, del suo esercito e generale in capo, e del suo Re? Ripetiamo che gli storici specie quelli di marca napoleonica, quelli che come il nostro regista Gance, hanno contribuito a diffondere il mito del generale infallibile, vero grande genio sia tattico che strategico, l’unico dell’era moderna paragonabile ad un Cesare, ad un Mario, ad uno Scipione, ad un Alessandro, sono sempre stati particolarmente imbarazzati nel descrivere le fasi di questa improvvisa richiesta di armistizio da parte del Regno di Sardegna ad una Francia la cui Armata non ne aveva mai seriamente impegnato le sue truppe: Colli non era mai stato battuto in campo aperto, il suo esercito non era affatto disfatto e neppure era stanchissimo come i manuali di storia oramai riportano con quasi litania; anzi se vogliamo essere franchi, erano i francesi ad essere molto più stanchi. Si deduce quindi che la Corte di Torino non chiese la pace perché non poteva, ma semplicemente perché non voleva più, combattere. Politica non strategia. In verità se si va un po’ più sul profondo si evince che quell’alleanza con l’Austria al Regno di Sardegna non era andata mai giù, fin dalla sua stipulazione nel dicembre 1795: i motivi che l’avevano indotta erano sul proseguo della coalizione contro la Francia rivoluzionaria che giustappunto in quel periodo era in procinto di attaccare in Italia con la sua Armata apposita, anche se in verità con un compito di solo passaggio per prendere alle spalle la Germania e congiungersi colle truppe impegnate sul grande fronte austro-tedesco, che erano sotto il comando del Gen. Moreau un Generale di grande esperienza e con un notevole curriculum di battaglie e vittorie, non certo uno sconosciuto novellino come Bonaparte. L’arrivo in Piemonte di un contigente austriaco di 10.000 uomini comandate dal Gen Banlieu era stato quindi visto a Torino come un protezione dalle mire francesi, ma quando questi aveva attaccato appena pochi giorni dopo l’arrivo del nuovo comandante appunto il Gen.Bonaparte, (ecco una cosa che troppo spesso non viene sottolineata adeguatamente: non fu Napoleone a iniziare la campagna d’Italia, sul proseguo, magari del famoso discorso alle truppe del “siete laceri e mal nutriti” ma furono gli Austriaci, Austriaci che col loro Generale Banlieu, dopo una serie di scaramucce di poca importanza, furono duramente battuti “a Cairo Montenotte, come abbiamo visto, più dal Gen. Massena e dal suo diretto sottoposo gen Leharpe che da Bonaparte in persona. Ebbene dopo questa battaglia, la fiducia nell’alleato era decisamente crollata alla Corte di Torino, tanto da dare disposizioni a Colli il comandante dell’esercito savoiardo di non difendere Ceva e intraprendere piuttosto una ritirata strategica per riportare le truppe verso Cherasco, dove la diplomazia stava già ordendo un armistizio separato con la Francia. Una sola battaglia di una certa entità persa dall’alleato e una ritirata strategica effettuata peraltro magistralmente dal Gen.Colli, tanto erano bastati al Piemonte per chiedere un armistizio e di fatto ritirarsi dalla guerra. Detto per inciso va a anche rilevato che il Bonaparte per inseguire l’esercito nemico aveva allungato enormemente le sue potenzialità logistiche (riserve, magazzini, salmerie, vettovagliamento, etc) e quindi l’Armata era davvero in condizioni miserevoli, molto molto di più dei Piemontesi; ma qui ecco, siamo in presenza di quell’ineffabile della storia che è la fortuna o forse non si tratta precisamente di fortuna, laddove anche essa a ben guardare ha sempre una struttura, magari di manipolazione o comunque di costruzione di una parte come a teatro : fortuna che Colli non contrattaccasse e fortuna anche che Banlieu non approfittasse dello stato dell’Armata francese per scagliarvisi contro con tutto il suo esercito. Ma siamo proprio sicuri che si tratta di fortuna che si può più o meno afferrarla e coglierla, così come indicavano i greci antichi introducendo nella congerie degli eventi umani la figura del “Kairòs”, che tradotto suona un po’ come “il tempo opportuno “ correlandovi la figura del tiro con l’arco e il raggiungimento del bersaglio da parte della freccia, oppure siamo in presenza di una struttura un tantino più maliziosa, molto simile a quella che si utilizza mettendo in scena uno spettacolo teatrale, ognuno con la sua parte prestabilita e scevra di eccezioni nel copione scritto? Possiamo dire che probabilmente il Generale Bonaparte mostrò fin dalle prime fasi della campagna d’Italia una delle sue innegabili doti: recitare una parte, entrarvi dentro e comportarsi di conseguenza, senza mai forzarne i dettami, ma anzi assolvendo detta parte fino alla piaggeria, senza colpi di testa o altro che avrebbero potuto compromettere la sua posizione nei riguardi del Direttorio il potere di Parigi… va sottolineato un aspetto invero fondamentale: se Massena e altri generali “operativi” più arditi e più determinati gli avevano per così dire “salvato il…..” in operazioni di squisito carattere militare, sarà il terzo dei generali immediatamente subalterni quel Jean Mathieu Philibert Sérurier a fornirgli il destro (teorico) per far breccia sull’interesse del Direttorio : la teoria del “Saggio” di Guibert. E’ proprio dalla teoria di Guibert di cui Serurier era probabilmente il più grande esperto dell’intero esercito francese, che gli ispirò si di servirsi di un organico leggero, agile, senza carriaggi, salmerie, depositi, ma lo portò sopratutto quel fare incetta dei beni dei territori che andava occupando, ovvero quel vivere “di razzia” tipico delle antiche compagnie di ventura, che lui, questa volta in prima persona e con notevoli caratteristiche di ulteriore sfruttamento, sviluppò in maniera autonoma e con indubbie peculiarità di originalità: fin da principio difatti non si limito’ a razziare beni di sussistenza, ma comincio’ ad imporre ai vari territori, gabelle, indennità in denaro e anche confisca di beni e di opere d’arte, aggiungendo così alla questione prettamente militare di una vittoria determinati riscontri di tipo economico che indubbiamente portarono i membri del Direttorio a non andare troppo per il sottile nel determinare la perizia di questa o quella azione militare. Tra l’altro, con il passare dei giorni (invero piuttosto incalzante) il giovane Generale era imbattuto in un’altra fortunosa vittoria, che ha un “topòs” preciso nell’immaginario collettivo dell’epica napoleonica e una precisa sottolineatura da parte di sé stesso : il ponte di Lodi, ovvero lo scontro che ebbe con la retroguardia austriaca passato alla storia come battaglia di Lodi del 10 maggio del 1796, perchè è proprio da questa battaglia, non di fondamentale importanza militare, ma di stratosferica importanza psicologica, si era andato costruendo nell'immaginario collettivo della storia, il Mito della invincibilità napoleonica, entusiasticamente avallato da un punto di vista utilitaristico da tutto il Direttorio, sempre più abbagliato dal vedersi gratificato di bottini di guerra dai territori conquistati, prontamente e con forte strombazzatura mediatica trsferiti a Parigi con anche il crescente entusiasmo della popolazione.Degno di nota il fatto che che proprio l'interessato ovvero il novello stratega cominciava un po’ ad entrare nella “parte” del generale vincitore “per parte” contribuì non poco alla formazione di questo vero e proprio mito, asserendo nelle sue memorie che in lui la visione della futura grandezza gli derivò appunto da quella battaglia " Fu solo nella serata di Lodi "raccontò nelle sue memorie "che cominciai a ritenermi un uomo superiore e che nutrii l'ambizione di realizzare grandi cose...." insomma una sorta di assai proficua frenesia si impadroni’ di attore, pubblico e anche soprattutto regista, come dicono ancor oggi i francesi “metteur en scene” Difatti il Direttorio, preso atto con gradita sorpresa che le notizie del fronte italiano avevano un favorevolissimo impatto in tutta la Francia, pensò bene di enfatizzare quella scelta, che a parte i sottesi favori, le regalie, ed anche i compromessi risultava esclusivamente propria; pensò bene, quindi di enfatizzare la figura del giovane, fino ad un paio di mesi prima completamente sconosciuto Generale, quasi facendo un ideale eco a quelle impressioni del tutto soggettive del protagonista. Poco importanza aveva il fatto che in verità la battaglia di Lodi era stata in realtà uno scontro vinto contro una retroguardia dell'esercito austriaco comandata dal Gen Sebottendorf, che Beaulieu aveva appunto lasciato di presidio a Lodi. L’agiografia storica e non solo quella napoleonica si è sempre compiaciuta di mostrare la differenza tra i due Generali Beaulieu e Bonaparte, il primo quasi un vecchio trombone ancorato a regole e condotte di guerra sorpassate mentre il secondo portatore delle idee nuove dei tempi che di tali regole si facevano beffe, con differenti strategie: prendendo a motivo proprio questa occasione in cui il Bonaparte aveva ovviato alla distruzione dei ponti e alla requisizione di tutte le barche del tratto di confine con la Lombardia che Beaulieu aveva effettuato per impedirgli di varcare il Po, aveva invaso il neutrale Ducato di Parma per attraversare il fiume a Piacenza e trovarsi di fronte quindi a fronte dell’esercito nemico. Ma anche questa è più leggenda che storia o perlomeno una gonfiatura: difatti Beaulieu dopo l’armistizio di Cherasco e la defezione del Piemonte, non aveva nessuna intenzione di accettare una battaglia campale con l’Armata Francese, anche perché questa proprio in virtù della “messa in scena” che stava cominciando ad ordirsi del generale invincibile, aveva ricevuti notevoli rinforzi di uomini e materiali ed era in netta superiorità numerica: la verità è che Bealieu stava effettuando una perfetta ritirata strategica e per farla, ponendo il grosso del suo esercito al sicuro oltre l’Adda, aveva anche usato lo stesso stratagemma utilizzato dal suo più giovane antagonista: invadere uno Stato neutrale, nella fattispecie la Repubblica di Venezia. Quindi neppure quella di un nuovo modo di fare le guerra secondo lo spirito della Rivoluzione, ispirato come abbiamo visto alla teoria del Saggio di Guibert, che se ne irrideva di tutte le regole della guerra del XVIII secolo, era una verità, tant’è che proprio un Generale di quella vecchia scuola l’aveva utilizzata senza problemi. . La verità è che Napoleone fece mostra di una sorta di abbaglio, che tendera’ spesso a ripetere e che già di per sé inficia quella nomea di grande stratega e generale invincibile che contemporanei e posteri gli hanno attribuita : non valutare con esattezza l’entità delle forze nemiche: qui a Lodi si tratto’ di una sopravvalutazione, ovvero scambiò una retroguardia per l’intero esercito nemico, a Marengo quattro anni dopo, si ebbe il netto contrario: scambio’ l’intero esercito austriaco per una retroguardia. Ora, se nel primo caso lo sbaglio fu facilmente riparato ed anzi si potè, anche da parte del Direttorio, gonfiare la cosa e farla passare per una grande vittoria, a Marengo se non ci fosse stata la disubbidienza di un suo sottoposto il Generale Desaix che contrariamente agli ordini che gli erano stati impartiti fece marcia indietro con le sue due Divisioni, e le scaglio’ contro l’esercito nemico che già si era impadronito del campo, sarebbe stata certamente la disfatta e non quella straordinaria vittoria , di gran lunga la preferita da Napoleone, caratterizzata da quella mitica frase “una battaglia è perduta? c’è il tempo di vincerne un’altra!” frase che non si è neppure sicuri della sua effettiva pronuncia da parte del Gen. Desaix prima di perdere la vita colpito in pieno petto da una palla nemica, appena slanciatosi alla testa delle sue Divisioni contro gli austriaci, frase che ovviamente fu fatta passare per vera, destinata a rimanere per sempre nell’immaginario dell’epopea napoleonica, anche se a ben vedere avrebbe dovuto rappresentarne la relatività. Torniamo quindi al cospetto di quella quasi magica entità che cominciava a seguire il Generale Bonaparte, la Fortuna, che forse poi tanto fortuna non era, che metteva in correlazione le vicende belliche del generale con le aspettative che il popolo francese si aspettava da lui e un Direttorio, più che appagato dalle prabende di quella sorta di scaramucce e minacc e che quindi si premurava di confezionargliele adeguatamente. Che questa fatidica manifestazione di questa curiosa fortuna non riposasse, militarmente parlando su niente di straordinario lo deduciamo dalla semplice cronologia degli episodi salienti della battaglia di Lodi : le avanguardie francesi arrivarono difatti in vista di Lodi nelle prime ore della mattina del 10 maggio, quando ormai l'intero esercito austriaco era in salvo oltre l'Adda, mentre alla difesa della cittadina era rimasta una retroguardia di 10.000 uomini agli ordini del generale Karl Philipp Sebottendorf. Questo aveva piazzato tre battaglioni e sei cannoni in posizioni che dominavano il ponte di Lodi e la strada d'accesso e altre due sezioni di tre pezzi l'una erano appostate in ogni lato della strada. Napoleone attaccò frontalmente sul ponte con i Granatieri mentre con un contingente di cavalleria cercava di guadagnare un guado per aggirare gli austriaci, che però riuscirono a bloccare l’assalto dei granatieri proprio a meta’ del ponte, sicchè il Gen. Massena si vide costretto ad intervenire e con il concorso di altri generali Berthier, Dallemagne e Cervoni riuscì a guadagnare la sponda opposta .Un contrattacco di Sebottendorf fece quasi riprendere agli austriaci il ponte, ma sempre il solito Masséna cui si aggiunse l’apporto di un altro dei Generali in seconda di Bonaparte, Augereau, riuscì a stroncare l'azione irrompendo nelle linee nemiche, venendo quindi favoriti, i due comandanti in seconda dell’Armata nel pieno successo, dal provvidenziale arrivo dei cavalieri del Gen. Ordener che nel frattempo avevano trovato un guado. Sebottendorf si disimpegnò subito e si ritirò verso il grosso delle forze di Beaulieu, lasciandosi dietro 153 morti, 1.700 prigionieri e 16 cannoni. I francesi ebbero in totale 350 perdite, comunque la a vittoria di Lodi fu ben lungi dall’essere un grande successo così come fu subito rappresentata ed anche così come è stata tramandata, difatti fu conseguita su di una semplice retroguardia dell’esercito principale, il cui Generale subordinato Sebottendorf, riuscì a disimpegnarsi con quasi tutte le sue truppe per confluire nella perfetta ritirata strategica del comandante in capo Beaulieu, che a conti fatti non fu affatto quel pigmeo rispetto al gigante cui la storia ha voluto tramandarlo. Da una parte Napoleone non fu esattamente quell’interprete straordinario di novello genio militare, cui proprio da quei tempi è stato cominciato ad additarsi; dall’altra Beaulieu, come abbiamo appena visto, fu tutto tranne che un incauto e sfortunato generale che ebbe a cimentarsi contro il “genio” per antonomasia , venendo battuto a ripetizione, ma un oculato stratega, magari non di spirito offensivo, ma di certo un vero maestro di ritirate strategiche. Abbiamo visto che a creare, specie la prima di “leggenda” fu proprio il Direttorio per motivi di opportunità e convenienza: conveniva difatti ad un Organo di Governo, asceso così rocambolescamente al potere, senza alcuna legittimizzazione legale e popolare, sfruttare le occasioni della Fortuna, quale si presentassero, per oscure e contraddittorie che fossero, ecco! proprio del tipo di un generale venuto dal niente, praticamente senza una carriera a sostegno, con un incarico avuto piu’ che altro per camarille “di letto” e che potesse essere investito di una gloria tutta da gonfiarsi, appunto fargli “recitare quella parte” che abbiamo ripreso dalle tesi di un vecchio e dimenticato storico e che oggi in una fase della storia del mondo, che questo “recitare una parte” sembra diventata una caratteristica non solo episodica o accessoria di “esser-ci”, dovrà essere argomento di approfondimento e dovrà essere sviscerata fino all’esaurimento. In effetti conveniva al Direttorio, conveniva a quel po’ di Rivoluzione che ancora accompagnava il Popolo francese, conveniva alla guerra in corso contro le coalizioni europee, conveniva anche alle finanze dello Stato, sempre in cerca di soldi, che un Esercito sul campo provvedesse a emettere tributi, fissare indennita’ di guerra, fare razzie e incetta di opere artistiche dei territori che via via occupava, il tutto da inviare sollecitamente alla madre patria: un qualcosa quindi, questa supposta grandezza che alla fin fine, come abbiamo visto dalle memorie dello stesso Napoleone della notte successiva allo scontro di Lodi, stava cominciando a far breccia, innanzi tutto su se stesso sulla sua particolare personalità che per la prima volta si sentiva come investito di un potere straordinario e che di lì a poco, possiamo stare tranquilli, tutti, ma proprio tutti, amici e nemici, popolino e grandi uomini, contemporanei e posteri, gli riconosceranno all’unisono. C’era uno dei punti elencati che dobbiamo esaminare con maggior dettaglio, strettamente correlato alla questione del recitare una parte e del gonfiarne i connotati : la questione del chiedere denaro come indennità ai vari Stati cui l’esercito si trovava a passare e operare razzie, un po’ a mo’ di vecchio esercito di ventura, in stretta associazione col suo impatto di minaccia e terrore verso le popolazioni: in questo Napoleone si cimenta alla vigilia della battaglia di Lodi invadendo la neutralità del Ducato di Parma, ma non solo limitandosi ad occuparne i territori e requisendo tutte le imbarcazioni per il passaggio del fiume, ma altresì fissando una indennità e operando ruberie. Ecco precisamente fa subito dopo, lo stesso, indentrandosi nel Milanese e anzi rincarando la dose, andandoci giu’ con mano molto più pesante: chiede al Ducato di Milano 20.000 franchi una cima enorme per il cui pagamento indubbiamente il Ducato non si sarebbe potuto esimere senza imporre una tassazione a tappeto di tutti gli abitanti, e non solo ma alquanto contrariato che il Direttorio gli ha imposto di cedere metà del comando della sua Armata al Gen. Kellerman, figlio del famosissimo generale della cannonata di Valmy del ’92, si lascia andare a lanciare proclami con minacce di saccheggi, plotoni di esecuzioni se non verra’ esaudito : In merito allo sdoppiamento dell’Armata come al solito ubbidisce anche se controbatte con una amara lettera ove più che alla divisione dell’Armata, si cruccia del fatto che non si pensi più a quella “manoeuvre sur le derriere” che era stata fissata dal famoso piano dei Generali del Direttorio di invasione della Germania nel 1795 (tra cui lui stesso) , ma unicamente a ricacciare in Tirolo gli Austriaci, cosa appunto che il Direttorio lasciava intendere di voler incaricare Kellerman e di converso, per lui, stabilire una sorta di raid per l’Italia centrale fino all’occupazione di Livorno che solo molto genericamente avrebbe dovuto fiaccare la resistenza dell’intero Paese ed anche di forze inglesi che lo presidiavano: la verità e’ che il Direttorio abbagliato dai proventi che gli arrivavano dalle incursioni del suo Generale, nei vari Stati italiani, non aveva altre raccomandazioni se non quelle di insistere in questa pratica di non solo “finanziare la guerra con la guerra” , ma fare assai di più : finanziare l’intera Francia di moneta sonante e altresì foraggiarla di opere d’arte, di magnificenze, di tesori. Così anche di quella suddivisione del comando d’armata, dopo la equilibrata ma ferma risposta di Bonaparte, che come si vede comincia a essere uno che sa il fatto suo, non se ne fa più nulla (ha troppo paura il Direttorio di perdere la sua gallina dalle uova d’oro) e anzi Kellerman è inviato in Italia con 10.000 uomini di rinforzo ma in sottordine a Bonaparte. Diciamo che dopo Lodi e con la presa di Milano, la Fortuna gioca sempre alla grande, però, e’ doveroso notare che il suo massimo beneficiario ci mette ogni volta qualcosa in più di suo : si d’accordo era stato un abile spauracchio per i vari per lo più imbelli Stati Italiani, ivi compresa la Repubblica di Venezia che il Direttorio si raccomandava di considerare potenza non amica e pertanto invadere con tutta tranquillità i suoi territori e richiedere le solite indennità e fare le solite requisizioni di tesori e opere d’arte, ma ora si slancia con foga contro la linea del Mincio verso Borghetto dove costringe Beaulieu alla sua solita ritirata strategica oramai nella valle dell’Adige tranquillamente verso il Tirolo, ma disimpegnando suoi 20 battaglioni alla difesa della estrema fortezza di Mantova che a questo punto, in quella seconda parte di maggio 1796 era l’ultima fortificazione austriaca di tutta la Lombardia. Neppure Borghetto era stata una grande vittoria, però come al solito aveva lasciato Napoleone padrone del campo e questo tradotto nel linguaggio per il Direttorio, significava altre cospique entrate, mentre da parte dello stesso Direttorio significava profferire ulteriori allori, sempre per quella parte da gonfiare e da fare recitare al più che volenteroso comandante in capo. Insomma parliamoci chiaro: il Direttorio diventa davvero quel punto di coagulo di tutte le operazioni che in qualche modo finiscono nelle sue casse e in qualche modo all’intera cittadinanza e quindi si fa anche cassa di risonanza in merito alle imprese di quel, fino a ieri sconosciuto Generale. Un destino fatto di alcune secondarie battaglie, parecchie scaramucce, una grande dose di fortuna, che si è compiaciuta di fissare la sua mano su di un paio di località e vere e proprie sequenze, magari prefissate di eventi, come la defezione Savoiarda all’Austria e l’armistizio di Cherasco, l’abbandono quasi senza colpo ferire di Ceva e poi del Ponte di Lodi presidiato solo da una retroguardia, mentre il grosso dell’Esercito era oramai al sicuro, Generali avversari, sia quello savoiardo Colli, che quello austriaco Beaulieiu, per nulla dominati dalla genialità del giovane comandante francese, ma che anzi erano stati più che altro degli abili tessitori di ritirate strategiche ed infine neppure messi in scacco dai tempi nuovi della Rivoluzione, con la leggenda che imponevano metodi e strategie diverse di guerra, senza rispetto di regole, osservanza di patti, rispetto di neutralità di Paesi non ostili, perché se questa fu una delle peculiarità di Bonaparte di certo il comandante austriaco non fu da meno, tant’è che, per ritirarsi oltre il Mincio non si curò minimamente di infrangere la neutralità della Repubblica di Venezia. Semmai, ecco si può dire che Napoleone lo fece molto di più, ma non ci illudiamo, in questo costantemente istigato dal Direttorio, che raccomandava di non considerare più alcun Paese neutrale, ma tutti alla stregua di possibili alleati del nemico e pertanto utilizzare la forza delle armi per indurre i pavidi, ma ricchi e floridi Paesi italiani a pagare tributi e a consentire il sistematico spoglio dei loro tesori e opere d’arte. La verità è che non è Napoleone, né nessuno dei suoi Generali e soldati, il responsabile dell’avventura italiana e delle sue immense conseguenze, dice ancora Ferrero, nel sistematico ragguaglio che la sua opera “Avventura” ha con il presente scritto: il responsabile è il Direttorio, il Direttorio, come abbiamo già osservato, organo direttivo e di governo illegittimo, il quale non potendo trovare alcun principio di diritto nel suo operare, ecco che all’improvviso lo aveva trovato in alcune secondarie imprese militari su di un fronte secondario, in merito ad una sua sorta di scommessa su di un generale sconosciuto che grazie anche a indubbi colpi di fortuna aveva colpito l’immaginazione delle folle. Bhe! superfluo dire che se quel Generale era frastornato, tutto il Direttorio quasi non credeva a quanto si stava compiendo sotto ai suoi occhi: la creazione di un Mito, in linea coi tempi di infatuazione romantica, dell’uomo solo e sconosciuto che in forza del suo talento, del suo genio, della sua grandezza degna di essere accostata ai più grandi condottieri, che trionfa su tutto e su tutti e non solo; ma a parte questa fama che difatti da Parigi comincerà a caldeggiare, a gonfiare ogni oltre limite, si profila questa straordinaria occasione di trarre, grazie al ricco e sguarnito serbatoio italiano, profitti immensi in una guerra che stava facendo ben più di quella medioevale delle compagnie di ventura, che come abbiamo osservato si finanziava da sola: questa è una guerra che per la prima volta nella storia, finanzia e arricchisce la Nazione che l’ha ingenerata. Possiamo a contrapasso di tal ragionamento, dire che la figura del giovane generale Bonaparte stava emergendo dalle brume della storia con caratteristiche invero uniche e inusitate: anche ai tempi di Roma c’era l’Homo Novus, Caio Mario, Agrippa, Seiano, Vespasiano, ma era sempre inserito in un contesto preordinato senza possibilità di essere troppo innalzato sulle masse se non con il meccanismo dell’adozione o di quello estremo della deificazione; per tutta la storia dell’umanità fino alla Rivoluzione Industriale, nessuno, se non eccezionalmente Capitani di Ventura, Banchieri, Magistrati che riuscivano ad ascendere alla guida di una Signoria, ma mai comunque a livello di Regno o di Impero, erano riusciti ad emergere in modo così netto: è con la Rivoluzione Industriale che ora per la prima volta si diparte questa nuova possibilità essendovi tutta un’altra serie di parametri in gioco : anzitutto quello fondamentale che non è più l’uomo il riferimento principale dell’essere al mondo, bensì la macchina: equiparato ad una macchina anche l’essere umano può essere oggetto di costruzione, di assemblaggio, di sostituzione, di demolizione, e questo attribuendogli anche una serie di qualità accessorie, tipo una bella coloritura, la lucidatura di condotti, materiali più pregiati etc. L’uomo viene espropriato della sua essenza ma assume il senso del suo apparire, ed ecco che, per favorire questo apparire, possono essere messi in campo tutta una serie di espedienti, la pubblicizzazione, l’esaltazione, la gonfiatura, spesso e volentieri del tutto arbitrarie delle sue gesta, o meglio quelle che si vuole che siano passate per gesta, quindi fargli “recitare una parte” e fare in modo che questo recitare una parte sia del tutto indistinguibile dal farla per davvero. Ferrero parla di strano destino che Napoleone Bonaparte sia stato nel contempo il più celebre e il piu’ sconosciuto degli uomini: un uomo che il mondo non doveva mai conoscere tale quale è stato, un uomo di cui si sarebbe visto un doppione creato dall’immaginazione credula delle folle: Io non credo che possiamo parlare di “strano destino” : è il destino dell’uomo moderno venuto fuori dalla Rivoluzione Industriale, venuto dalla sua identificazione con la macchina, il meccanismo, l’ingranaggio, che ha fatto si che oramai la sua identità non sia recuperabile se non nella molteplicità dei suoi apparire, nella proliferazione di sempre nuove “parti” che una società sempre più atomizzata e spersonalizzata non ha fatto altro che assegnargli in questi ultimi due secoli e mezzo. Siamo, da una parte con “l’uomo ad una dimensione” di Marcuse, ravvediamo l’insetto di Kafka, da lontano la Balena bianca di Melville, quindi l’eterno Dottor Faust alle prese con il Mefistofele di Goethe, che si fa la malattia commista però all’arte nel Doctor Faust di Thomas Mann, ma si ritorce in se stesso rispetto al potere costituito nel libro del figlio di Thomas, Kaus Mann: Mephisto . E’ l’uomo che non ha mai più ritrovato se’ stesso, perdendolo nella frammentarietà delle sue rappresentazioni e delle sue identificazioni, tutti quei “recitare una parte” hanno seppellito l’unica vera parte di se stesso, sicchè alla fine proprio come i personaggi di Pirandello, si ritrova anch’egli in cerca di autore.

mercoledì 24 febbraio 2021

IL REALE E' IRRAZIONALE e STRINGATO



Non è da oggi che giro attorno al concetto di simmetria adattandolo al funzionamento simbolico dell'Es , in verità dal 1983, quando impattai con la teoria di Ignacio Mattè Blanco e il suo inconscio come insiemi infiniti, che è stata una di quelle poche teorie che mi hanno davvero cambiato la vita(dalla pulsione di morte di Freud, all'Individuazione di Carl Gustav Jung, ai Seminari di Lacan, all'Origine della coscienza di Julian Jaynes, alla pragmatica comunicazionale della Scuola di Palo Alto, alla terapia non direttiva di Milton Erickson, fino all'ultima piece rappresentata dalle Leggi Biologiche di Hamer, e a tutta la revisione dell'impianto statistico/casualistico della cosidetta medicina ufficiale)
La simmetria come osserva Mattè Blanco è strettamente interrelata al funzionamento dei meccanismi dell'inconscio (ES), da cui se ne evince che tutta la logica aristotelica e i suoi principi (Identità, non contraddizione e terzo escluso) se ne vanno a farsi benedire e emerge una nuova modalità di funzionamento, che appunto propongo quindi di trattare simmetricamente  Nel 1962 lo storico e filosofo della scienza Thomas Kuhn pubblicò il saggio " La struttura delle rivoluzioni scientifiche", in cui sosteneva che ogni rivoluzione scientifica è caratterizzata da un momento di crisi, dal quale sorge una nuova visione scientifica, ovvero un nuovo paradigma, secondo la terminologia di Kuhn. È curioso come proprio negli anni della pubblicazione del saggio di Kuhn, stava nascendo in fisica un nuovo paradigma, frutto di un'autentica rivoluzione scientifica. Mi riferisco alla comprensione del ruolo chiave che giocano le simmetrie nelle leggi fondamentali della natura e, in particolare, ai diversi modi in cui le simmetrie possono manifestarsi. Il premio Nobel per la fisica assegnato quest'anno a Francois Englert e Peter Higgs celebra appunto la scoperta di un particolare modo in cui una simmetria può essere presente nelle leggi fisiche che descrivono certi tipi di forze, pur non essendo per nulla evidente nelle proprietà delle particelle che risentono di queste forze. Questo fenomeno avviene quando lo stato di minima energia, cioè quello che i fisici chiamano vuoto, non gode del medesimo grado di simmetria delle leggi fisiche. In questo caso, la simmetria si manifesta in modo più complesso dal punto di vista matematico, più recondito dal punto di vista fisico, ma altrettanto efficace nel determinare la struttura delle leggi fisiche. In gergo tecnico, si dice che siamo di fronte a una rottura spontanea di simmetria. 
All'inizio degli anni sessanta si pensava che la rottura spontanea di simmetria implicasse per forza l'esistenza di particolari particelle di spin zero e massa nulla, di cui però non vi era traccia in natura. Per complicare le cose, i fisici di allora si erano convinti che le particelle capaci di trasmettere forze, nel contesto delle cosiddette teorie di gauge, fossero necessariamente di massa nulla. Entrambi i risultati rappresentavano seri ostacoli alla possibilità di utilizzare la simmetria per descrivere le forze nucleari e subnucleari. I successivi studi di Schwinger, Anderson, Brout, Englert, Higgs, Guralnik, Hagen e Kibble mostrarono che i due problemi si annullavano a vicenda. In una teoria di gauge in cui il vuoto non rispetta le stesse simmetrie delle leggi fisiche (cioè in presenza di rottura spontanea di simmetria) non esistono le problematiche particelle di massa nulla, e i mediatori delle forze sono particelle massicce. I due problemi avevano trovato una soluzione comune.
Questo risultato aprì nuove opportunità per l'utilizzo delle simmetrie in fisica, che sono state utilizzate prima da Weinberg e poi da un'intera generazione di fisici per svelare i segreti dei principi della natura e affermare il paradigma delle simmetrie (per usare un linguaggio alla Kuhn). Infatti, oggi sappiamo che tutte le forze in natura - la gravità, l'elettromagnetismo e le altre interazioni che agiscono a livello nucleare e subnucleare - sono espressioni di un unico principio che poggia sul concetto di simmetria. Inoltre, la simmetria della forza nucleare debole è realizzata con rottura spontanea, ovvero non è rispettata dallo stato di vuoto. Speculazioni teoriche più recenti sostengono che il fenomeno della rottura spontanea di simmetria sia molto più vasto. Anziché coinvolgere solo la forza debole, il vuoto potrebbe nascondere nelle sue pieghe simmetrie molto maggiori, forse legate a una completa unificazione di tutte le forze in natura. La scoperta del bosone di Higgs è stata un coronamento del paradigma delle simmetrie, ovvero della concezione che le simmetrie governano le proprietà delle forze fondamentali. Va sottolineato però che, nonostante un nuovo elemento fosse necessario per il completamento della teoria della forza debole, l'esistenza di una particella con spin zero, quale il bosone di Higgs, non è una necessaria conseguenza della rottura spontanea di simmetria in una teoria di gauge. Per esempio, la superconduttività è un esatto analogo del fenomeno presente nella forza debole, pur senza coinvolgere alcuna particella con spin nullo. La conferma che il completamento della teoria della forza debole è realizzato da un semplice bosone di Higgs rappresenta un successo del paradigma delle simmetrie ma, al tempo stesso, ne apre una falla. Infatti, spingendo all'estremo il paradigma delle simmetrie, i fisici teorici si attendevano che nuovi fenomeni e nuove particelle dovessero accompagnare il bosone di Higgs. Le ricerche attuali non hanno, per il momento, messo in evidenza i fenomeni aspettati, anche se la questione è ancora sotto indagine sperimentale : Il premio Nobel per la fisica a Englert e Higgs è un riconoscimento alle prime fasi di una rivoluzione scientifica che ci ha fatto comprendere un profondo principio della natura: il paradigma delle simmetrie. Secondo Kuhn, a una rivoluzione scientifica segue un fase di lento progresso che poi sfocia improvvisamente nell'affermarsi di un nuovo paradigma. Forse oggi siamo di fronte ai primi indizi che favoriranno l'emergere di un nuovo, e ancora sconosciuto, paradigma. 
E se questo vale per la fisica dove di certo ha una sua pregnanza la confluenza nella ricerca della la Teoria delle stringhe (1968) e poi delle Super Stringhe con la misteriosa M-Theory (1995)
C'è anche il riaccostamento alla equazione d'onda di Schrodinger dove si cerca di mettere al servizio del famoso collasso dell'equazione quella famosa funzione PSI e l'ancor più famoso gatto dello stesso Schrodinger col suo "vivo o morto" che potrebbe anche essere una sorta di disvelamento dell'asterisco posto sulla lapide del fisico, che potrebbe anche intendersi come l'uso incondizionato sia di numeri immaginari "i" (proiezioni di numeri negativi), sia di loro coniugati dove non ci sarebbe più traccia di immaginario, e si tornerebbe si ad un reale, ma di certo non razionale come voleva Hegel, anzi decisamente irrazionale


martedì 23 febbraio 2021

CREDENZE

 A VOLTE LE CREDENZE NON SONO IN CUCINA !

Ah no!? e dove?... bhe!, in salotto, in ingresso, su di un terrazzo, persino nel bagno. Tu parli di credenze antiche, quelle della nostra infanzia, dove si andava a rubare la marmellata!? Credenze antiche, antiche credenze, fai un pò tu; una cosa è certa, c’era di tutto in credenza, ci trovavi di tutto, marmellata, biscotti, cioccolata, anche quella colle nocciole, il barattolo della Nutella, ma non solo dolce, anche salato, rustico: scatolette di tonno, di sardine, cetrioli sotto aceto, buatte di pomodoro e anche estratto, pane in cassetta e bottiglie di olio che venivano da una regione dove l’olio è eccezionale. A proposito di questa regione , ecco mi ricordo proprio di un paesetto di un suggestivissimo paesetto con tanto di monticiattolo e pineta sulla sommità del monte, dove la sera avevano messo gli altoparlanti collegati con un giradischi e si ballava in una estatica atmosfera, propiziata dallo scenario, ma anche da un paio di ragazzette davvero super “uh! ma guarda ti chiami come un fiore, che è anche il nome della più bella novella di Hermann Hesse!” Certo ne è passato di tempo, ma poi non tanto, se il cantante di cui proprio in quel momento attaccava la canzone “accoccolati ad ascoltare il mare….” ce lo ritroviamo ancora oggi, d’accordo un pò mummificato, a presentare il festival di Sanremo. Atmosfera estatica, trasognata, a ballare con la ragazzetta tra i pini che svettavano su nel cielo, con una grande luna piena, irrealmente luminoso, quasi fosforescente screziato da allungate ombre nere. Magnifico no? bhe si, ma….c’era un ma, ed era occasione di grande sfottò dei miei amici, che seminascosti dietro una siepe, continuavano a pigiare sul pulsante di quella dannata Nikon F col Photomic, in cui ogni scatto, rumorosissimo, un vero e proprio “kataclang” era una specie di colpo per il mio blasone di Casanova. “proprio un bel Casanova il nostro amico”, riferivano al nuovo arrivato “ma lo sai della sua ultima conquista? ce l’hai presente quel film con Manfredi e Mario Carotenuto che si beve l’acido muriatico?” “si certo un film di un paio d’anni Girolimoni il mostro di Roma!” “ecco appunto altro che Casanova, lo abbiamo soprannominato Girolimoni, la sua ultima conquista avrà oltre 10 anni meno di lui”” che stronzi che siete” ero intervenuto piccato “ tra l’altro se l’aveste visto bene quel film, sapreste che Girolimoni era del tutto innocente, il nome è rimasto nell’immaginario popolare come sinonimo di mostro, semplicemente perchè il fascismo non voleva ammettere di aver preso una cantonata e quindi vietò alla stampa di dar rilievo alla sua scarcerazione e alla sua conclamata estraneità ai terribili fatti dell’uccisione e violenza di ragazzine, tra l’altro molto ma molto più piccole,di cui voi tanto ironizzate che sono invece quelle delle fotografie di David Hamilton, ecco andate a vedervi il film Bilitis, oppure ispiratevi al Proust de “all’ombra delle fanciulle in fiore” “si ha ragione “ confermò il nuovo arrivato “quel nome è rimasto erroneamente come epiteto di mostro anche perchè quel coglione di Mussolini, quando gli fu riportato il nome disse perentoriamente “e’ lui! di sicuro è lui! anche questo suo nome “giro - limoni” da’ subito l’idea di contorto, di perverso” ; bhe! meno male che era venuto Marco, colla sua intelligenza e anche cultura, forse si sarebbe un pò arginata la montante campagna di sfottuta di quegli amici di Rieti e difatti aveva fatto subito di più “ma poi scusate chi dite quella ragazzina mora, coi capelli lunghi, piccolina si, ma davvero stupenda???””eh si proprio lei!”Bhe!? ma l’avete visto il fratello?” Ecco ora “annamo proprio bene...” e chi glielo levava più dalla mente a quei ragazzi di Rieti, quasi tutti un pò fascistelli, che tutti i romani non sono solo maniaci, ma anche froci!
Credenze sempre credenze che come detto, specie quelle più antiche, non stanno solo in cucina, ma a volte altrove, persino fuori di casa, in un terrazzo o anche in un cortile, così quella credenza in quel paesino di mezza montagna, dove, ancora lei, veniva a prendere, patate, fagioli in scatola e pur essendo tutt’altro che biondina, l’insalata alla ricciolina. Caldo pomeriggio d’estate, atmosfera pesante e umida, tipo quella di un film di più di 10 anni dopo con Elena Sofia Ricci, laddove però la credenza era posta si in cucina, ma una cucina posta in una veranda che si apriva in una sorta di orto . Galeotto non fu il libro, ma piuttosto quella irreale circostanza di quasi assoluto silenzio dove l’unica cosa che da lontano si udiva, era la voce del telecronista della partita di pallone dei campionati del mondo in Germania; si d’accordo l’Italia era stata malamente eliminata e c’era stata anche quella incriminata scena del giocatore Chinaglia che stizzito aveva lasciato il campo rifiutando di stringere la mano al compagno che lo stava sostituendo, ma tutti erano inchiodati davanti allo schermo, avendo traslato il tifo sulle squadre dell’Olanda e della Germania, per vedere chi dei due rispettivi osannati campioni Crujff o Beckenbauer, l’avrebbe avuta vinta. Tutti, ma non io, che del calcio non me ne è mai fregato alcunchè, io e la ragazzetta che giustappunto armeggiava nella credenza. il ricordo l’ho amalgamato ad un film di 16 anni dopo, per via di una identità di atmosfera, il caldo, il vestitino a fiorellini appiccicato alla carne per il sudore, i peli non tagliati delle ascelle, l’odore, i piedi nudi e quei lunghi capelli, e anche di situazione dove vicino alla credenza là nella veranda a ridosso dell’orto, era posizionato un ruvido tavolo in legno.
“Ha vinto la Germania!””Ah si!?” bhe non era il caso di sbandierarlo così ai quattro venti “ma tu, non puoi neppure immaginare quanto me ne possa fregare di meno!” la credenza, quella che davvero contava, si era amalgamata col tavolo, sparse le patate, i fagioli e l’insalata alla ricciolina e confusa, forse anche perduta, ma ecco lo vedi, anche ricordata all’infinito, nei suoi profondissimi occhi neri.
C’è ovviamente il “però”, quello postulato da una certa Scuola in America, che ha un nome che è tutto un programma, anzi una programmazione, anche questa roba di qualche anno dopo (e’ proprio vero l’Es se ne sbatte del tempo) , che concorre alla ri-assunzione e con il quale c’è sempre da fare i conti “nulla è mai successo davvero!” e io ci aggiungerei anche il “....proprio così”. sicchè è piuttosto scontato “le credenze a volte non stanno in cucina” ….. stanno appena più in là

LA CONOSCI LA MASCHERINA?

 

Discorso sulle mascherine, ma quelle vere, non le museruole che oggi spacciano appunto per mascherine : sul che cosa e per che cosa, ti conosco mascherina... eh bhe!!! il discorso si fa trubolo: anzitutto viene da riflettere sul mezzo specifico di tale comunicazione ovvero Facebook, che ha sostituito il vecchio diario, che per me poi non è stato mai così definito...i quaderni neri quali quelli accennati nel post precedente, quelli con le Regioni d'Italia, poi quelli a colori sgargianti, con foderina cartonata, gli spazi vuoti delle pagine dei libri (quelle interamente bianche dell'inizio e della fine erano decisamente irresistibili).... ancora oggi il quaderno di turno ce l'ho, magari è un blocco tipo quello preso a Praga con il disegno dei piedi sulla balaustra che danno su un ponte Carlo e un Hradcany stilizzati, la tazzina di caffè; sulle pagine dei libri non ho certo smesso di apporre note, commenti per andare poi sulla tangente dei miei pensieri e scrivere scrivere scrivere. Però, ecco! oggi c'è FB, e se ci pensi è infinitamente superiore, infinitamente più variegato (ci puoi mettere foto, musiche, non solamente gli schizzi improntati là per là di cui sono pieni i miei libri e quaderni,,,che , tranquilli.... sono tutti perduti, tutti stracciati, dai giornaletti che facevo dal '57 di mia ideazione di soggetti e trama, a tutte le osservazioni che mi ricapitava di rileggere)
FB come vedi non si cancella, rimane, anche se poi non è interamente vero, che c'è la possibilità di quell' "elimina" di cui non si può dire certo che non mi sia avvalso, specie negli ultimi tempi, dopo l'amara scoperta dell'autunno scorso quando ebbi la riprova che 5 anni prima ci avevo visto fin troppo giusto e che come diceva mia nonna Lucia "chi nasce quadro non muore tondo" Però lo vedi come sono? cincischio e prendo sempre per altre strade da quella principale, vado non solo per la tangente, ma anche per la secante e la parallela; ho sempre amato i vicoli, gli scorci, la visione obliqua, detesto lo stradone, gli Champs Elysees, la Myladi Horakovè, e financo l'asse Flaminia -Corso, meglio le viuzze: via del Vantaggio, via delle Carrozze, via della Frezza, e a Parigi, rue de l'ancienne comedie, a Praga Mala Stuparska e a palermo, Vicolo Ragusi, o la Discesa dei Giudici. Dicevamo di FB: bhe la funzione è la stessa, ma ampliata, dilatata enormemente e non solamente per oggettiva complessità del mezzo, ma anche, sopratutto per una sottile, ma profondissima questione psicologica: 
ordunque qual'era la peculiarità del vecchio diario? la segretezza no? ce ne erano pure corredati di piccolo lucchetto, tanto per garantire tale segretezza, peccato però che tutta questa supposta segretezza in verità sia una bugia, il senso del diario, degli appunti sul quaderno, sulle pagine dei libri e di tutti i lucchetti di questo mondo, è nell'essere scoperto, è un pò come il vestito più bello, qual'è la sua funzione primaria? quello di essere tolto (mi pare lo dicesse Coco Chanel), così tutte le nostre riflessioni, scritte così nel timore che vengano scoperte, in realtà sottendono un desiderio profondo che vi sia qualcuno, che magari con fatica, con sotterfugi, alla fin fine vi acceda. Parlo sulle generali e mi avoco il ruolo di pontefice, va bhè, ne prendo atto e allora volto la cosa solo a livello soggettivo, i miei appunti, specie quelli sulle pagine dei libri, non sono forse una sorta di FB ante litteram? difficile che possa trovare delle mie note su i romanzi di Liala o Love story, li troverai su La montagna incantata, sul Castello, sul Crollo della mente bicamerale, quindi vi è sotteso che se una persona legge simili testi, già si tratta di una persona di un certo calibro e quindi interessante e con il quale vale la pena di interagire. Lo stesso qui su FB, dice mia moglie Mariella "mai e poi mai io mi metterei su FB, è come uno stare in piazza" Eh no! è tutta là la differenza! io con i miei argomenti "il mito individuale del nevrotico""l'inconscio è strutturato come un linguaggio" "psicologia delle masse e analisi dell'io" o magari un solo nome ma di quelli che sottendono un bel malloppone "Ulisse""il Castello""Demian"...non sono in piazza, nè su uno stradone, sono su una via laterale, anzi in vicolo stretto e anche corto , come quelli del Monopoli

mercoledì 10 febbraio 2021

GIOCO COME STORIA (ARCHE' DISCRETO E CONTINUO)

 

Avevo un amico carissimo, parecchio più grande di me, quindi un po’ fratello maggiore che un certo giorno cominciò ad inculcarmi la sua passione per il gioco…. dice il gioco come passatempo? con le carte? come costrutto e con regole? No, no …che avete capito, lui il gioco lo considerava nei suoi risvolti di approccio alla conoscenza, sia la conoscenza diciamo così letteraria/filosofica, sia quella scientifico/matematica. Era per lui sempre una questione di “gioco” con uno svolgimento però tipo” solitario” che per qualsivoglia scibile partiva da una configurazione iniziale di propria scelta per applicarvi via via una serie di regole inderogabili che andavano alla ricerca di una successione di strutture la cui dinamica aperta, periodica, ricorrente, rimandava all’andamento di tutti i fenomeni, sia quelli culturali che tecnici, andando ad appuntarsi su una sorta di necessità biologica che però si piegava ad accogliere anche dati non prettamente biologici, ma emozionali e di fantasia, tipo schemi, rituali, costrutti logici ma anche illogici. Come ho detto tutto rientrava in tale “gioco” e forse per questo era così facile per lui attrarre, portare sulla sue posizioni le persone che giudicava sufficientemente competenti da seguirlo. Be’ lo ammetto, dall’età di 13 anni io ero diventato una di queste persone, un ragazzetto studente della terza ginnasio, con qualche problemino psicologico di passaggio che mi portava ad essere fortemente ricettivo rispetto a discorsi, ragionamenti, riflessioni, ecco, non proprio convenzionali. Ripeto lui era parecchio più grande di me e lo avevo sempre visto affacciarsi nella mia vita, praticamente dalla mia nascita in quanto abitava al piano sopra casa mia, quello che non aveva più gli oblunghi e limitati balconi, ma un vero e proprio terrazzo sul quale si poteva andare in bicicletta o coi pattini tanto era sviluppato. “vuoi venire a fare un giro su da me “ mi aveva detto un pomeriggio vedendomi colla Legnano 28 “eh bum, questa è una Legnano 28 mica un triciclo!” gli avevo risposto, per convenire però appena dopo che quel terrazzo era davvero ampio sicchè potevi tranquillamente andarci anche a velocità in bicicletta, facendo solo attenzione a non andare a sbattere nella fontana coi pesci o nelle piante. Lo vedi anche quello con la bicicletta è un gioco e così lo aveva inteso lui cercando poco dopo di farmi passare dal divertimento ludico e tutto fisiologico di girare i pedali, staccare le mani dal manubrio, ad un gioco invero differente ove più che il fattore fisico di sperimentazione, mettici pure di allenamento corporeo, si passa a quello mentale, ove certo e’ sempre in primo piano il biologico, ma in una accezione più variegata, come ho detto all’inizio di approccio a tutti i fenomeni culturali e tecnici riconoscendovi sempre una sorta di esigenza biologica che dalla scelta del tema da affrontare e dalla sua referenziazione si piegava ad accogliere ogni valenza di settorialità “Vuoi che parliamo della bicicletta? No, piuttosto noioso vero? in bicicletta ci si va non se ne parla….ed allora passiamo a qualcosa di più interessante. Come vai in matematica? Male!? lo supponevo, va meglio in latino vero? Ebbene cominciamo a giocare , facciamo in modo di utilizzare lo schema che usi quando devi fare una versione e applichiamolo ad un teorema di geometria o ad uno di quegli odiosi problemi di matematica”. In famiglia non era da un giorno che si diceva che quel ragazzo che abitava al piano di sopra era una sorta di genio. Era venuto a stare ovviamente con la famiglia, una decina di anni prima, la madre tedesca di Germania alta bionda, il padre un ufficiale dell’esercito in servizio effettivo che era diventato amico di mio nonno essendo all’epoca, grosso modo ai tempi del ritiro dei tedeschi da Roma, come lui Colonnello pur avendo una quindicina di anni in meno, ma con l’aquila dello Stato Maggiore sul berretto. Eh si il ragazzo era in fama di genio, ma il padre era uno di quegli ufficiali che contano molto, a 43 anni si era guadagnato appunto il grado di Colonnello e non certo per merito di guerra, ma sembra che facesse parte di importanti uffici dello Stato Maggiore a livello tecnico, ma anche politico. Baistrocchi lo aveva considerato il suo pupillo e lo stesso dicasi di Pariani, ovvero i Capi di Stato Maggiore di prima della guerra, però lui sebbene avesse sposato una tedesca, oh dio se vogliamo andare per il sottile, non una tedesca di Germania, ma una austriaca, addirittura pare di un paese vicino a quello misteriosissimo dove era nato Hitler, nazista non lo era stato mai, anzi…. aveva fatto una certa fronda rispetto all’alleanza Italia Germania gia’ dal 1938, in cui paradossalmente era stato scelto come interprete per la visita di Hitler a Roma, dato che parlava perfettamente tedesco. Classe 1901 era entrato all’accademia militare di Torino con la Grande Guerra non ancora finita , uscendone Sottotenente del genio nel 1920, ma successivamente si era laureato in matematica ed era uscito tra i migliori ai corsi di Scuola di Guerra nei primi anni trenta , per essere inviato addetto a Berlino nel 1935 dove aveva appunto conosciuto la moglie che veniva da un paesetto austriaco . Tornato in Italia nel 1937 come ufficiale superiore, aveva via via accentuato la sua opposizione al nazismo senza nascondere le sue fortissime perplessità sull’alleanza, contrarissimo all’entrata in guerra era stato chiamato da Balbo in Africa Settentrionale, ma dopo la morte di questi era tornato in patria per assolvere solo a uffici tecnici di Stato Maggiore . Non aveva stima neppure della tanto strombazzata efficienza militare germanica e non aveva nessuna considerazione dei grandi generali tedeschi, Rommel in primis che considerava solo un passabile giocatore tipo “carta vince carta perde” Di concerto con alcune leve dello S.M. nell’ottobre 1943 aveva fatto finta di aderire al famoso discorso dell’Adriano del Maresciallo Graziani (anche di questi non aveva alcuna stima , per la verità gli unici Generali che degnava di una qualche considerazione erano il vecchio Maresciallo Enrico Caviglia e il suo ex superiore Federigo Baistrocchi ) e quindi si era trovato a dar di gomito con il comando tedesco, ma solo per favorire i programmi degli Alleati e di quel tanto di parvenza di Comando Italiano, sicchè appena liberata Roma era stato nominato Colonnello per meriti straordinari e il Luogotenente Generale del Regno Principe Umberto lo aveva insignito della croce di Ufficiale dell’Ordine Militare di Savoia . Ecco e’ proprio in questo periodo che si era stabilito nel palazzo dove abitavo io, al piano di sopra con la famiglia, la moglie austriaca trentatreenne con il figlio di 6 anni e una bambina di tre, ed è anche in questo periodo che aveva fatto grande amicizia con mio nonno che era un vecchio combattente dell’altra guerra, richiamato anche in quella presente, prima in Grecia come ufficiale superiore e poi con compiti non più di linea stante l’età, ma l’assegnazione a compiti di ufficio al Quartier Generale di Lubiana, dove pure non ce l’aveva fatto a passare scartoffie e avuto notizia che un convoglio, pieno di vettovaglie ma anche armi, munizioni e incartamenti proveniente da Udine era stato bloccato da forze partigiane titine, si era spinto nell’interno della foresta slovena per raggiungerlo e con una ardita manovra di sganciamento portarlo in salvo. In quella che era stata una perfetta ritirata strategica però la camionetta sulla quale esercitava la sua azione di guida e comando, era stata raggiunta da una granata e lui era rimasto gravemente ferito. Tra la vita e la morte per parecchi giorni il Comandante del Corpo d’Armata Generale Gastone Gambara che era stato suo commilitone negli alpini durante la Grande Guerra ed essendo rimasto suo intimo amico, malgrado la differenza di grado, dando per scontata la sua morte, lo aveva proposto per la medaglia d’oro al valore militare.
Le cose erano andate differentemente, l’edema cerebrale era rientrato e sia pure con molta lentezza andava rimettendosi per venire nell’estate trasferito all’Ospedale Militare prima di Udine e poi al Celio di Roma dove con la nomina per meriti eccezionale a Colonnello del Ruolo d’Onore era stato collocato in congedo, non ritenuto più idoneo a rivestire incarichi militari sia pure di sussistenza. I due Colonnelli con i loro 13 anni di differenza d’eta’ (mio nonno del 1888, il padre dell’amico di cui sto parlando del 1901) abitando nello stesso palazzo avevano fatto amicizia, ma c’era stato un ulteriore evento con relativo episodio che aveva cementato tale amicizia e che si collocava giusto a coincidenza con l’evento che aveva portato il secondo a venire a sistemarsi a Roma : la ritirata dei tedeschi da Roma, in particolare la ritirata lungo la via Aurelia.
Un carro armato della Wermacht si era infatti bloccato lungo la parte alta della via consolare nel tratto in cui dava di fianco ad un dirupo che accoglieva la ferrovia che si dipartiva dalla Stazione di san Pietro , in particolare si era bloccato a ridosso di una Villa patronale che affacciava per metà sulla via Aurelia e per metà sulla via Nicolò V, la Villa della famiglia Morelli, un facoltoso costruttore edilizio che era in società con un altro costruttore Sensi il cui figlio sarebbe divenuto nel dopoguerra un personaggio piuttosto famoso per essere a lungo Presidente della Società di Calcio Roma. Fu proprio questo ragazzo assieme al figlio del socio e proprietario della villa che si chiamava Morello e che era un Sottotenente della PAI , che si presentarono in casa di mio nonno ancora in convalescenza per indurlo a cercare di aiutarli a fare opera di convinzione verso l’ufficiale tedesco che stava cominciando a far minare il carro armato, dato che il suo ingombro nel mezzo della via pregiudicava non poco la ritirata lungo la via delle truppe. Tutti nel quartiere conoscevano le gesta ed anche il prestigio, la prestanza e l’imponenza del vecchio Colonnello degli alpini col suo oltre metro e ottanta di altezza, i baffi, lo sguardo fiero (somigliava ad un Vittorio De Sica più alto e robusto) laddove il cappello a larghe falde colla penna bianca, l’ampia mantella che portava fuori ordinanza fino a sfiorare gli speroni degli stivali, contribuivano non poco ad enfatizzare tale impressione, e quasi automaticamente i due giovani avevano pensato di rivolgersi a lui
“presto presto Colonnello, che quel capitano sembra non sentire ragioni, se fa brillare quel carro armato tutta la villa va giù e probabilmente anche i palazzi limitrofi” “e’ un capitano della Wermacht avete detto non delle SS !?” “si della Wermacht ha due croci di ferro” “Bene, andiamo!” fece non mancando di avvolgere, malgrado il caldo , con uno scenografico gesto l’ampia mantella attorno al corpo. Quello che il vecchio Colonnello disse al giovane capitano nessuno riuscì ad intendere per intero, ci fu chi disse che aveva fatto cenno appunto al fatto che un signor ufficiale della Wermacht non poteva uniformarsi ad un parvenu delle SS e portarsi come un volgare criminale, di certo la imponente presenza del vecchio combattente, il distintivo di invalido di guerra, i fregi delle ferite, i nastrini delle decorazioni, quella penna bianca che svettava sul cappellaccio d’alpino, un po’ tutto concorse al miracolo, il Capitano fece togliere gli esplosivi dal carro armato e con una serie di improvvisati pali ordinò di farlo rotolare lungo il dirupo, disponendo però una serie di argini per non farlo ruzzolare fino ai binari. Il giovane Colonnello di Stato Maggiore prese dimora sopra l’appartamento del vecchio Colonnello degli alpini all’incirca una settimana dopo questo episodio e fu tanta l’impressione che ne ebbe, che volle andare ad omaggiarlo, d’altronde bastò scendere una rampa di scale e così nacque quella conoscenza ch
e in breve si cementò in amicizia. Non essendo morto nel 43, mio nonno si vide declassata la medaglia d’oro in una medaglia d’argento e con il congedo oltre la nomina a Colonnello gli venne conferita la croce al merito di guerra; ora il nuovo amico che come detto era piuttosto influente nel nuovo consesso di Stato Maggiore fece in modo che per quell’azione di salvataggio della villa e dei caseggiati prospiciente gli venisse conferita nell’ottobre la stessa decorazione che Il Principe Umberto aveva conferita a lui : La croce di Cavaliere dell’Ordine Militare di Savoia.

domenica 7 febbraio 2021

DAL BRITANNIA AD OGGI (29 anni)

 

FEBBRAIO 2021  Eh si. Ne sono sempre stato convinto ... quel famoso episodio del Britannia nel 1992, in netta correlazione con quella buffonata iperpilotata di Tangentopoli, che hanno segnato la fine del patrimonio industriale, economico e monetario d’Italia  IN EFFETTI PIÙ CI SI DOCUMENTA, PIÙ SI APPROFONDISCE....ecco che PIÙ SI EVINCE CHE SIAMO SEMPRE STATI pilotati, ingannati, raggirati, schiavizzati. Quello cui siamo arrivati oggi ha un cuore antico, proprio come diceva Carlo Levi 'il futuro ha un cuore antico ' e questo mannaggia mi dà proprio fastidio, perché allora davvero non c'è speranza.
Ecco prendiamo ad esempio cosa sono riusciti a fare in questo ultimo anno: inscenare la farsa e il colossale inganno di un virus, di una pandemia del tutto inesistenti e diffonderli così capillarmente  nella paura della gente da assicurarsi la messa fuori gioco di un personaggio che contravveniva al loro progetto di schiavizzazione dell ‘intero pianeta, in nome di una diabolica alleanza tra consumismo e comunismo, che in verità si sono rivelati le due facce di una stessa medaglia.  
Parlo di 
Trump, che al di la' del suo aspetto un pò pittoresco e folcloristico da Capitan America si è rivelato uno dei pochissimi individui nella storia del mondo capace di contravvenire agli squallidi dettami di alcuni magnati e le forze di cui facevo cenno poc'anzi(un consumismo e comunismo irrelati e un ipocrita buonista mentalità sinistrorsa come grimaldello per scardinare storia tradizione e libertà ) quindi  uno dei grandi di ogni epoca, ma quelli veri non "i recitante di parte"  tipo Smith, Napoleone, Cavour, Garibaldi, gli inglesi, io intendo i grandi che non si sono piegati al mercimonio, ovvero Metternich, Teyllerand, Radetzsky, Franz Joseph, Rodolfo d'Asburgo, Roosevelt Teodoro e Franklin Delano, Freud, Jung, Einstein, Bohr, Schrodinger, Keynes, Balbo, Grandi, Parri, Caffè , Merzagora, Mattei, Kennedy, Havel, Kuhn,  Hamer e sai anche chi ci aggiungo a pieno titolo FRANCESCO COSSIGA  
L’ULTIMO VERO Grande Presidente del nostro Paese, tornato in questi giorni all’onore delle cronache per il lapidario giudizio che a suo tempo diede di Mario Draghi,  l’uomo che oggi molti vedono come carismatico salvatore di una situazione apparentemente disperata
Quel giorno i massimi vertici dell’economia italiana – il presidente della Banca d’Italia Carlo Azeglio Ciampi, il ministro del bilancio Beniamino Andreatta (i due che dieci anni prima avevano siglato il tragico “divorzio” tra Bankitalia e Tesoro), il direttore generale del Tesoro Mario Draghi, i vertici dell’Eni, dell’IRI, delle grandi banche pubbliche e delle varie aziende e partecipate di Stato – si incontrarono al largo di Civitavecchia sul panfilo della regina Elisabetta, il “Britannia”,con la crème de la crème della grande finanza internazionale per pianificare a tavolino il saccheggio dell’economia italiana, in primis attraverso la privatizzazione e la liquidazione, a prezzi di saldo, degli straordinari patrimoni nazionaliAll’inizio degli anni Novanta, infatti, la quasi totalità del settore bancario e oltre un terzo delle imprese di maggiore dimensione in Italia erano ancora in mano pubblica: un’eresia intollerabile nel momento in cui si andava imponendo in tutto l’Occidente il dogma del liberismo e del mercatismo selvaggio. L’Italia aveva bisogno di una “terapia shock”, alla sudamericana, per essere ricondotta sulla retta via.Questo momento storico coincise con il “golpe bianco” di Tangentopoli, che poco prima aveva spazzato via praticamente tutti i partiti della prima Repubblica, spianando così la strada alla peggiore classe politica che questo paese abbia mai avuto, ovverosia a quegli esponenti dell’establishment italiano – Ciampi, Draghi, Amato, Andreatta, solo per citarne alcuni, che a loro volta erano espressione di uno “Stato nello Stato”, comprendente anche grandi aziende economiche ed editoriali, figure tecniche, movimenti della società civile, intellettuali e pezzi della magistratura – che da tempo sognavano di liquidare una volta per tutte il modello Stato-centrico italiano per mezzo del vincolo europeo, anche al costo di ridurre l’Italia a colonia dei centri di comando europei. 
Pochi mesi prima dell’incontro del “Britannia”, infatti, era stato siglato il famigerato trattato di Maastricht, che impegnava l’Italia a una drastica politica di austerità fiscale e di abbattimento del debito pubblico. Ed è proprio facendo appello alle pressioni europee in tal senso che i privatizzatori nostrani giustificarono lo smantellamento dell’apparato industriale e di pianificazione pubblico italiano.
Fu Prodi artefice dello smantellamento dell’IRI in qualità di presidente dello stesso nel 1993-Erano obblighi europei! Mi [era] stato dato il compito da Ciampi che privatizzare era un compito obbligatorio per tutti i nostri riferimenti europei. In questa frase di Prodi è contenuto tutto il senso del vincolo esterno europeo, che ha agito (e continua ad agire) sia come pressione reale per riformare l’economia in senso neoliberale, sia come giustificazione per le élite nazionali, che a loro volta auspicavano quelle stesse riforme ma erano consapevoli che non sarebbero mai riusciti ad ottenerle «per le vie ordinarie del governo e del Parlamento», come disse Guido Carli, ministro del Tesoro al tempo della firma del trattato di Maastricht, cioè senza una pressione esterna che gli permettesse di aggirare i normali canali democratici.È così che in pochi anni venne svenduto un patrimonio inestimabile accumulato in quasi mezzo secolo di politiche pubbliche, privando l’Italia di una delle principali basi materiali della sua Costituzione: ovverosia ciò che fino a quel momento aveva permesso allo Stato di perseguire (con tutti i limiti del caso) politiche di sviluppo industriale, di orientamento dei consumi, di innovazione strategica, di coesione territoriale, di salvaguardia dell’occupazione. Non a caso è proprio in quegli anni che inizia il lungo declino dell’Italia, a cui verrà dato il colpo di grazia con l’ingresso nell’euro. A distanza di quasi trent’anni da quel tragico 2 giugno del 1992, sarebbe il caso di chiudere una volta per tutte questo triste capitolo della storia italiana, restituendo al popolo ciò che è suo: dai monopoli naturali come la rete autostradale e le reti energetiche – che negli anni sono stati smembrati e consegnati nelle mani di spregiudicati “prenditori”, che ne hanno ricavato rendite e profitti a scapito della qualità e dei costi dei servizi, e dunque a scapito di tutta la collettività – alle banche.Fino ad arrivare al bene pubblico per eccellenza: la moneta.

DUE MARIO ANZI TRE


Un mini saggetto davvero fatto bene questo di Nico Valerio, che mi affretto a condividere e anzi a integrarlo con mie considerazione e ascrivere in questo mio blog principale per ritrovarmelo e consultarlo tanto è fatto bene e quindi può sempre servire. Non conosco di persona Nico Valerio ma tanti e tanti anni fa , nei primi anni ottanta conobbi al mare in una combriccola suo fratello che me ne parlo' a lungo, sopratutto della sua esperienza in tema di alimentazione naturale, ma precisandomi altresì che era un soggetto interessato a molteplici scibili e quindi mi disse che avremmo dovuto conoscerci noi "EH SI!!!! SIETE MOLTO SIMILI VOI DUE " in verità comperai negli Oscar Mondadori due testi che divennero una sorta di Bibbietta in merito di alimentazione ed ora andandoli a ricercare su Amazon vedo che sono prezzati 150 Euro l'uno (alla faccia! e pensare che a Palermo avrei dovuto lasciarli al mio caro amico Beppe Brignola e magari ora se lo ritrovano i suoi figli Pietro o Gabriele)
Così ora che ho ritrovato quel saggetto che non ho successivamente mai incontrato, anche perchè io fui per oltre 10 anni in giro, qui su FB mi compiaccio spesso e volentieri di aver incrociato suoi pareri, opinioni e quant'altro. Questo articolo su Mario Draghi, differenziato da quel cialtrone di Mario Monti (di quest'ultimo non ho alcuna considerazione neppure come economista ) mi è particolarmente gradito, anche perchè sottolinea l'origine cultural economica di Draghi da quel Federico Caffè di cui ho scritto più di un articolo qui sul Blog, in particolare uno correlato alla sua misteriosa scomparsa del 1987 che io misi in relazione anche al romanzo di Carlo Levi L'Orologio e alla fugace esperienza del primo governo del dopoguerra quello capeggiato da quel gran signore di Ferruccio Parri e l'ispirazione prevalente del Partito d'Azione, di cui Caffè fu collaboratore.
L'articolo lo ha titolato I DUE MARIOS, io l'ho riportato integralmente : "Antipatici mi sono entrambi, perciò sono nella condizione ideale per paragonarli tra loro. Tutti e due sono stati chiamati come medici d’urgenza. Quindi non si può pretendere che siano delicati, ma che facciano con efficacia il loro lavoro, spesso brutale. Si spera solo che tipi del genere siano bravi e che gli effetti collaterali delle loro terapie siano minimi. Loro sono uniti dal fatto di essere stati chiamati in epoche diverse al capezzale d’un malato irresponsabile e ignorante, dedito a stravizi, che ha copiato i comportamenti dei peggiori soggetti, e che ora si trova sotto ossigeno. Molti li confondono. Ma quali differenze ci sono tra i due? Provo a chiarirmi le idee, per quel poco che ne so, grazie alla psico-politica. Con alcune considerazioni alla grossa. E il taglio con l’accetta, si sa, porta a qualche errore. Parto da questa “bozza” che correggerò man mano seguendo gli economisti amici.Dunque, Mario Monti, grand commis d’Etat come Draghi, appare (e che lo sia o no, poco importa) un tipico “liberista” duro e puro prestato alla revisione contabile, quindi un pratico, oppure per altri un teorico scientifico “senza cuore”, che ha fatto delle regole del mercato e ancor più dei voleri della alta e bassa Finanza la propria vera unica ideologia-religione; propenso perciò, senza nessuna concessione alla Politica, a tagliare con drastici “tagli lineari” senza pietà, “ndo’ coijo coijo” [dove tocco è lo stesso, anche a caso: espressione romanesca antica per “chi tira o spara senza mirare, senza precisione”], secondo il metodo dell’economia conservatrice d’emergenza che si occupa più di salvare la correttezza formale dei bilanci che la produzione, i consumi, i bisogni, la società, anche perché – va nuovamente sottolineato – vi si ricorre spesso in extremis, quando ormai c’è poco da rilanciare o costruire, siamo al “si salvi chi può”, e perfino i keynesiani illuminati potrebbero fare poco. perciò appare, lui sì, per niente un Politico, ma un vero e puro “Tecnico”.L’altro Mario, il Draghi, la cui firma ancora campeggia su tutti i biglietti degli euro, il cattolico educato nella costosa scuola gesuitica, uno che “passava il compito ai compagni”, in politica economica “l'ultimo dei Keynesiani”, quindi un liberale “di Sinistra” che vede nella spesa statale non un delitto, ma anzi un potente incentivo al rilancio dell’economia, purché in emergenza e con investimenti seri capaci di moltiplicare la ricchezza nazionale, potrebbe essere anche un Politico (per la discrezionalità politica e sociale di tale impostazione); non dovrebbe essere quella fredda carogna “scientifica” capace di tagliare teste umane senza pietà, come dicono i miei amici anti-capitalisti di Sinistra, Destra e del cinque volte Niente. E infatti la sua politica economica alla Banca Europea è stata non taccagna, ma “politica”, propulsiva, addirittura “spendacciona”, secondo i conservatori tedeschi, che lo hanno in antipatia. Perciò non appare, un vero, implacabile, ottuso “tecnico” puro, come temono molti. Ma potrebbe – perfino lui – indirizzare il risanamento in una direzione che non tiene conto degli interessi degli Italiani, o fallire proprio perché più “politico”, costretto a inserire al Governo parecchi politici coi soliti vizi, e a tener conto per avere la maggioranza di molti avversari in Parlamento e fuori, tra cui gli acerrimi ex-nemici Grillini, Comunisti e una metà dei Leghisti. Che lo voterebbero tra atroci dolori e pronti a tradirlo, dopo averlo osteggiato per anni come il “grande privatizzatore” del Ministero del Tesoro che aveva “svenduto” patrimoni economici dello Stato con “privatizzazioni” sbagliate (accusa, però, fatta anche da alcuni liberali), e poi come “uomo della grande Finanza e delle banche d’affari” (cominciò con la Goldman Sachs). Se fai l’interesse delle ultra-élites della ricchezza mondiale, dicevano i critici, non puoi fare Politica in democrazia liberale, che i conflitti d’interessi cerca d’evitare in ogni modo. Riuscirà a rassicurare gli alleati di comodo? Paradossalmente, a me liberale doc (non ho detto “liberista-doc”), molto impensierito dalla distruzione di ricchezza e di imprese che c’è stata in Italia per le pessime politiche economiche, liberalizzazioni e privatizzazioni comprese, di Sinistra e Destra, toccherà sperare nella coscienza del Draghi cattolico e anche nel Draghi allievo del grande Federico Caffè (docente universitario di economia, liberal-socialista), un uomo che ogni mattina vedevo affrettarsi a piedi proprio sotto la mia terrazza, unico nel suo vestito blu e nella sua statura minima, che sparì di colpa senza lasciare tracce, come Majorana. Forse Draghi, nonostante Goldman Sachs, a differenza di Monti, ha un’anima, un’idea ardita di libertà (di tutti, non solo delle grandi Agenzie e Corporations) unita a un senso di giustizia. Se fosse così, pur tra le ombre e i segreti, a noi pochi Liberali risorgimentali potrebbe anche piacere. Ma se così fosse, il suo intervento terapeutico sarebbe tardivo: non basterà a cancellare gli errori gravi degli ultimi vent’anni.

Mi riaggancio quindi col mio articolo su Federico Caffè, dove faccio il paio con un libro di uno scrittore che è stato anche un valentissimo e originale pittore, cui più di un’opera figura a tutto titolo tra le opere letterarie più importanti del XX secolo: sto parlando di Carlo Levi, e tra tali opere basta citare dei titoli come “Cristo si è fermato a Eboli” “Le parole sono pietre”,”il futuro ha un cuore antico” che immediatamente innescano nel nostro immaginario un posto di tutto rilievo; il libro di cui voglio parlare forse non ha lo stesso impatto a livello di fama e di immaginario collettivo, però lo ha fortissimo a livello individuale come per chi come me ha sempre avuto una sorta di attrazione, passione, quasi struggimento in quanto velato desiderio , di quel “mancato” che sottende un sequenziale e melanconico “avrebbe potuto essere…” Si tratta de “L’Orologio “ un libro che ha un incipit del tutto emozionale su l’impressione di una Roma che “non c’è piu’ : “ La notte a Roma….” , così comincia la narrazione “ ...sembra di sentire il ruggito di leoni” ed ecco che subito siamo trascinati ad una città che il traffico delle automobili non aveva ancora soffocato i suoi suoni, e con tutta probabilità era la ripresa della marce dei tramvai che si inerpicavano per le numerose salite degli antichi “Sette Colli” e di nuovi (si fa per dire) “monti”: Verde, Mario, Sacro, producevano quel sommesso rumore . Le pagine di descrizione di un mondo che non c’è più rimanda al mondo incantato dell’infanzia, quando un giorno durava mille anni e il sole su nel cielo sembrava non voler calare mai e quel mondo era là, sotto il balcone, che bastava allungare una mano per afferrarlo tutto quanto. L’infanzia quella che Freud ha definito il paradiso terrestre di tutti noi, una sorta di “intelligenza pietrificata” della natura, per dirla con Schelling, è descritta nel romanzo in maniera poetica e struggente, ma non è tutto! Il romanzo è ambientato nel primissimo dopoguerra, nell’atmosfera di grande, grandissima speranza del Governo Parri: nessun compromesso con l’orrido passato, piazza pulita con tutte le collusioni, niente “se” e niente “ma” : Ferruccio Parri veniva dal Partito d’Azione ed era stato il comandante ed uno dei più fulgidi eroi della Resistenza, antifascista da sempre era anche stato un valorosissimo combattente della Grande Guerra dove a soli 28 anni si era guadagnato il grado di Maggiore, la Croce di Savoia e una sfilza di medaglie al valore e non solo italiane, ma anche inglesi e francesi. Eppure tutto questo non era sufficiente ad accreditare tale splendida persona come traghettatore verso una nuova Italia: le pagine del libro di Levi, riportano con particolare crudezza, tutte la serie di operazioni messe in atto da una società, che temeva come la peste, proprio le istanze di cui Parri si faceva paladino: rinnovamento, ma anche riesamina del recente passato, senza indulgenze e senza patteggiamenti: una parola faceva soprattutto paura : Epurazione! Epurazione verso chi aveva favorito, appoggiato o anche solo tollerato il Fascismo, soprattutto chi ne aveva tratto benefici, vantaggi e fatto carriera; Ed ecco un qualcosa che il libro di Levi puntualmente registra : il fatto che si aveva subito assistito al tentativo di discredito del personaggio, l’epiteto di “fessuccio” storpiando il nome di battesimo Ferruccio, l’adamantina e integerrima onestà, comune a tutto il movimento di provenienza, il Partito d’Azione e quindi la sua indisponibilità a compromessi, quali perfino un uomo come Palmiro Togliatti si stava rivelando, per ragioni di stato, disponibile. Insomma per farla breve uno spaccato di quel “mancato” cui l’Italia di allora, stava appunto tessendo le fila, un mancato di assurgere a Nazione “corretta” che andava traendo sempre più sostenitori e “cavalier serventi”, con una stampa addomesticata alla ragion di stato, a quelli che avrebbero dovuto essere gli esecutori, dall’alto dirigente, al medio funzionario, fino all’ultimo usciere, che facevano in modo che ogni singola pratica si impantanasse, fino a scomparire del tutto, nei meandri di una burocrazia, che cominciava a rialzare la testa. Siamo nel periodo degli Aiuti del Piano Marshall, della scelta di campo tra occidente e oriente e ne vedremo il seguito, i prodromi della Guerra Fredda, De Gasperi e la Democrazia Cristiana, i comunisti fuori dal Governo, dopo aver fatto in modo che proprio loro (Togliatti Guardiasigilli) togliessero la patata dal fuoco della pacificazione nazionale, con quella passata alla storia come “amnistia Togliatti”, insomma un po’ l’Italia di sempre, quella che abbiamo sempre conosciuta. Un grande libro l’Orologio, un libro che quasi si ha paura a rileggere per non trovarsi troppo al cospetto di quel “mancato” di “quell’avrebbe potuto essere” e proprio in ultimo, così quasi come boutade, un’accezione molto soggettiva, molto personale, che investe l’antitesi uomo-macchina e che però giustifica il titolo dato al romanzo, dove l’autore è portato a ritenere che giustappunto si stabilisca una sorta di affiato o di ripulsa tra l’uomo e uno dei suoi oggetti apparentemente più neutrali, come un orologio: dalla città ancora coi suoi sommessi rumori notturni, tipo il peregrino ruggito di leoni, che rimanda anche a misteriose e interminabili carovane sotto la luna del deserto, si rientra alla cronaca e alle abitudini di quel lontano periodo, il Governo oramai condannato, addio a Parri, l’interno delle case con quell’inveterata abitudine di dare camere in affitto, un po’ come quasi “vendersi l’anima” dice l’autore del libro e in quelle camere, con i mobili “rimediati” l’odore di polvere la cui consistenza e’ resa manifesta da miliardi di granelli che un raggio di sole che filtra dalla spessa tenda fa animare in quello spicchio di stanza, le lancette del nostro “orologio” si fermano inesorabilmente. Chissà forse è venuto un inquilino che pensa che non è poi così importante raccordarsi con il tempo ad ogni istante, tutto sommato anche delle lancette ferme, indicheranno due volte al giorno l’ora giusta. Si insinua a questo punto un filo, quasi magico, diciamo di posposta sincronicità che correla il libro di Levi con un saggio del giornalista scrittore Ermanno Rea che è incentrato sul grande economista Federico Caffè e l’insoluto mistero della sua volontaria scomparsa nella notte tra il 14 e 15 aprile 1987. Il libro si chiama “L’ultima lezione” e fa appunto cenno alla lezione del giugno 1984, che il professor Caffè tenne di commiato dall’insegnamento all’Università e che, per l’autore rappresenterebbe la piena esplicazione della sua scomparsa . Fa da trait d’union sincronico dei due libri, giustappunto il titolo del primo che è anche uno degli oggetti da cui Caffè non si separava mai : L’Orologio. Orologio che invece fu ritrovato nel tavolino accanto al letto dopo la sua scomparsa assieme a chiavi di casa e documenti; come osserva giustamente Rea “ c’è qualcosa che più di un orologio sia dotato di forza simbolica? l’orologio scandisce il tempo della nostra giornata , delle nostre abitudini, delle nostre ansie : cosa può vuol dire il rinunciarvi. se non che uno ha deciso di rinunciare a tutte queste cose e quindi alla vita stessa? L’orologio abbandonato da Caffè si carica di rinuncia o forse proprio di quel mancato di cui si è fatto cenno parlando del romanzo di Levi : un mancato della storia nel primo, un mancato di tutta una vita nel secondo, che assume le valenze di rinuncia totale a somiglianza di una altrettanta famosa improvvisa e misteriosissima scomparsa, quella del fisico Ettore Majorana, nel 1938. L’orologio che titola il romanzo di Carlo Levi ha difatti un correlato storico ben preciso e un riferimento circostanziato a fatti e misfatti di quei 5 mesi del 1945 che riguarda l’atmosfera “mancata” di quei pochi mesi del governo Parri e che, guarda caso rappresenta l’unica partecipazione alla politica attiva di Caffè come capo di gabinetto del Ministero della Ricostruzione retto da Meuccio Ruini : col ruggito dei leoni a Roma provocato dai cambi di marcia dei tramvaji, il paradiso perduto dell’infanzia e l’atmosfera di una possibile ma resa impossibile rinascita d’Italia il libro di Levi ci consegna dei paradigmi di struggente rimpianto su quell’avrebbe potuto essere , quel “mancato “ alla storia, che diviene nel libro di Rea ultima e definitiva rinuncia, non alla storia, ma alla stessa vita tramite l’elisione dello specifico che si era scelto per referenziarla : la scienza dell’economia per Caffè, come parimenti era successo 50 anni prima la scienza della fisica per Majorana .

lunedì 1 febbraio 2021

...NON SIETE PIU' MASSENA ?

 

Ho sempre auto una grande propensione per personaggi non di primissimo piano della storia, famosi si, ma non protagonisti assoluti, tutti come ammantati da un velo di sotteso rimpianto “Ah se però avesse…. se solo…” ovvero sempre quel famoso “se” dove, come insegnano gli storici “non si fa la storia” Diciamo però che oggi che la menzogna, la manipolazione, il recitare una parte, hanno assunto una preponderanza così marchiana nel cosidetto “reale” quel famoso “se” si va a rivestire di tutt’altro significato e se si va ad approfondire non siamo poi così nel fantastico, diciamo che per somiglianza con il procedimento matematico, il momento che ci rendiamo conto che il famoso assioma Hegeliano “il reale è razionale e il razionale è reale” e’ solo una balla, siamo semmai nel netto contrario, e quindi dicevamo prendiamo ispirazione dalla matematica, ampliamo il referente della realtà numerica ammettendo la proiezione di numeri negativi quale ad esempio la radice quadrata ed ecco che perverremo ad un sottoinsieme quello dei numeri immaginari, con cui potremo librarci in ben altre congetture. Con l’insieme dei numeri immaginari ecco che quei citati “secondi” o comunque non personaggi protagonisti, possono benissimo assurgere all’attenzione, risaltare dallo sfondo e conquistare il primo piano. Mi propongo di scrivere una biografia più o meno immaginaria di qualcuno di tali personaggi, quelli che hanno più colpito la mia attenzione, o dovrei dire meglio la mia immaginazione, introducendo un ulteriore strumento oltre la matematica con magari un calcolo infinitesimale con limiti derivate e integrali più alla Liebniz che alla Newton, ovvero più emozionale, rifacendomi a quel mancato che appunto informa un altro scibile di conoscenza: la psicoanalisi di Sigmund Freud. Cosa si trova qui come necessario correlato del conscio, ovvero della parola espressa, apparentemente razionale , eh si proprio quell’irrazionale che spaventava tanto Hegel e che invece introdotto sotto l’aspetto meno inquietante del simbolico, composto sia dall’insieme del reale che da quello dell’immaginario, rientra anch’esso e a pieno titolo nel messaggio umano, la proiezione del negativo altro no è che quel mancato del discorso conscio per esaurire tutte le componenti di una comprensione, un mancato che come insiste ad affermare Freud, è sempre “un discorso riuscito” . Forte di tale duplice istanza (calcolo infinitesimale con numeri immaginari - psicoanalisi freudiana) mi accingo quindi a trattare del primo dei personaggi “mancati” e quindi simbolici, cui ho fatto cenno : ANDRE’ MASSENA. Diciamo subito che Massena , grande generale di Napoleone ha una prima caratterizzazione proprio dovuta al suo sempre superiore fin da quel marzo 1796 in Italia "Massena sei un ragazzino!" racconta l’anedottica quando appunto il neo nominato Comandante dell’Armee’ d’Italie Gen Napoleone Bonaparte (assurto a tale nomina solo per meriti di letto, in quanto aveva sposato la ingombrante e petulante amante di Barras, il più influente Membro del Direttorio e ne aveva avuto da questi in dono di nozze appunto l’Armata d’Italia) arrivò alla tenda dei tre comandanti in seconda Massena, Augereau e Serurier , e proprio Massena sollevo’ dei dubbi sulla prospettiva di attaccare gli austro/Piemontesi( l’episodio è magnificamente riportato nel film Napoleon di Abel Gance), c'era poi la scritta incisa sulla lama della sua sciabola VIVE LA REPUBBLIQUE che aveva conservato anche quand'era divenuto Maresciallo dell'Impero e insignito di altissimi titoli nobiliari guadagnatosi sul campo di battaglia , Principe di Rivoli, Duca di Essling: successivamente, proprio in tema di titoli si beccò sempre da Napoleone quel famoso "duca di Rivoli non siete più Massena " per il non adamantino portamento tenuto alla battaglia di Ebensberg, rifacendosi, e’ doveroso precisarlo, ad Aspern-Essling ove si guadagnò il suo secondo titolo nobiliare. Ma Massena era molto altro: ex sottufficiale del regno sabauda, si era avvalso dell'eccezionale opportunità offerta dalla Rivoluzione francese per ascendere ai più alti gradi dell'esercito e più d'uno lo considerava più che papabile ad assumere il comando dell'Armata d'Italia in quei primi mesi del 1796, quando invece arrivò quel generale di ventisette anni che doveva tale nomina a camarille di cortile e anche di letto, cui abbiamo fatto cenno , da cui il ben noto risentimento che lo aveva prima indotto assieme agli altri due generali in sottordine a non togliersi il cappello davanti a quel raccomandato superiore al suo ingresso nella tenda comando ) Si era beccato il "ragazzino" giusto da uno che aveva 15 anni meno di lui, ma poi nel corso della campagna, sul campo di battaglia aveva fatto faville recuperando delle situazioni parecchio compromesse dal non deciso portamento e scarsa perizia sia tattica che strategica del ventisettenne generale, così a Cairo Montenotte, a Ceva e anche a quel famoso Ponte di Lodi dove il Direttorio cominciò a far circolare la voce del generale invincibile novello Cesare. Stessa musica ad Arcole dove Napoleone fu tanto sgraziato da cadere in un fosso e per puro miracolo non venire fatto prigioniero, ancora nella Napoleone decisiva battaglia di Rivoli, lui Massena unitamente agli altri due Generali subalterni Augereau e Serurier aveva fatto meraviglie; anche nella seconda campagna d'Italia nel 1800, era tornato a fare grandi cose o meglio poco prima, a Zurigo e poi durante l'assedio di Genova, però a Marengo, la battaglia preferita di Napoleone, ma non certo la sua piu’ brillante , lui non c'era, ma ancora una volta, qualcuno aveva vinto per lui , un altro Generale che disubbidendo agli ordini era tornato indietro e si era presentato sul campo di battaglia con Napoleone irrimediabilmente sconfitto, tant’è che il generale Austriaco Melas, era smontato da cavallo e aveva lasciato il terreno per mandare dispacci a tutte le corti europee che la battaglia di Marengo era stata vinta dagli austriaci e napoleone sconfitto ….. "una battaglia è perduta c'è il tempo di vincerne un'altra" aveva detto il Gen. Desaix gettando le sue due divisioni in un feroce contrattacco e avendo altresi’ l'ottima idea (per Napoleone) di farsi beccare in pieno petto da una palla nemica, nel pieno dell’assalto, sicchè la strepitosa vittoria il fortunato Primo Console la doveva dividere con un morto Cominciano per Massena i grandi riconoscimenti, titoli nobiliari, il titolo di Maresciallo dell'Impero e quell'epiteto coniato sempre da Napoleone di "figlio prediletto della vittoria" . Nel corso della campagna del 1805, quella per intenderci di Austerliz, e Jena , Massena tornò a distinguersi in varie occasioni : a Essling, grandissimo anche a Wagram dove sebbene ferito continuò ad esercitare magistralmente le sue funzioni di comando. Fini però per impantanarsi nella sfortunata offensiva del Portogallo e perse quasi del tutto il favore di Napoleone, cosa che a posteriori, può anche ritenersi una fortuna, perchè gli permise di evitare il disastro della Russia e rimanere defilato durante le ultime fasi del potere napoleonico. Dopo i 100 giorni e il ritorno di Napoleone dall'Elba non si unì a lui e questa fu un ulteriore riprova di una certa fortuna, perchè gli evitò tutti i guai della restaurazione, e potè anche mantenere tutta la sua dignità rifiutando di partecipare all'atto di accusa contro Ney, che pure era un suo grande rivale. Quindi in tutto e per tutto : una gran bella figura di soldato e di uomo..

il CO-MONDO DEI QUANTI

  MI PROPONGO DI CHIOSARE  UN TITININ un'interpretazione della fisica quantistica  proposta da Carlo Rovelli nel 1996. Secondo questa vi...